Gli statali si preparano allo sciopero

Il contratto non viene rinnovato da sedici mesi, «la trattativa si è svolta solo tra i ministri». Confindustria chiede di non chiudere, i metalmeccanici (anche della Cisl) pronti allo sciopero generale di tutte le categorie

La sala del Palazzo dei Congressi straripa di gente. Delegati, quadri sindacali, tutti del pubblico impiego. Qualche delegazione di altre categorie. E’ un quadro veramente «muticulturale» della società italiana. Si notano a occhio nudo le differenze tra il vecchio infaticabile militante di cento battaglie vinte o perse e il funzionario in carriera che sta attento a non sgualcire il vestito di grisaglia, i volti di chi pensa «qui sta cambiando tutto e stavolta ci giochiamo il culo» da quelli dei vecchi habitué simil-democristiani della prima repubblica. Fino ai pochi giovani precari un po’ smarriti, che alzano spesso il loro striscione unitario. Tre milioni di dipendenti. Inevitabilmente c’è un po’ di tutto. Persino la claque cislina che si sfoga con la hola a ogni parola di Savino Pezzotta. La mediazione qui è quasi una seconda pelle, difficile trovare i momenti di entusiasmo, ruvida sincerità o rabbia collettiva che si possono sperimentare tra i metalmeccanici. Eppure questi sedici mesi di attesa per un – in altri tempi – normale rinnovo del biennio economico del contratto, stanno seminando preoccupazioni, sconcerto, «incazzatura». Persino nella relazione introduttiva di Antonio Foccillo, della Uil, trova spazio il sospetto – dichiarato e ben spiegato – che questo ritardo sia voluto da chi «medita propositi di smantellamento del servizio pubblico», assecondando i falchi liberisti che puntano alla privatizzazione/esternalizzazione di quasi tutto. E’ una categoria che si sente accerchiata e polemizza con l’Istat (i cui dati dicono che «l’inflazione è ferma e le retribuzioni salgono» anche se «tutti vedono il contrario»), respinge «gli inviti alla moderazione salariale» che vengono da Bankitalia o dalla Confindustria, chiede un confronto vero (mentre finora «la trattativa l’hanno fatta tra ministri del governo, tramite `voci’ sui giornali, senza mai convocarci al tavolo»). E’ una categoria che chiede anche al sindacato di rompere gli indugi e proclamare uno sciopero generale tale da far «sentire» al governo che «senza di noi lo stato non può funzionare».

I segretari confederali chiedono un mandato all’assemblea: entro dieci giorni, se nulla si muove, bisogna prendere iniziative di lotta. Un «penultimatum», lo definisce Giorgio Cremaschi, della segretaria nazionale della Fiom-Cgil. Ed è qui, forse, che si può notare la differenza esistente tra i tre sindacati confederali: la Cgil che spinge per lo sciopero generale al più preto, la Cisl che è «tiepida» ma abbastanza aperta verso questa opzione ( Giorgio Caprioli, numero uno dei metalmeccanici Cisl, porta in sala la loro disponibilità a uno sciopero generale nazionale di tutte le categorie), la Uil che nicchia e attende un segnale di apertura anche minima dal governo. C’è chi giura che degli aumenti ritagliati nella defiscalizzazione del lavoro dipendente potrebbe anche bastare a convincerli.

Fatto sta che i «95 euro» sbandierati dal governo come propria proposta di aumento, nella realtà dei fatti, sono 84 per gli statali e 76 circa per gli enti locali; lordi, per di più (una cinquantina di euro netti). E non possono bastare per «difendere il potere d’acquisto falcidiato dal fiscal drag», che ormai non viene più restituito. Dire «governo», poi, rischia di generare confusione. Una cosa è Baccini, ministro della funzione pubblica che ha scritto un lettera a Berlusconi per chiedere qualche risorsa in più per fare la trattativa, un’altra è Siniscalco (alle prese con conti pubblici che tornano sempre meno dopo 4 anni di cifre «creative»), un’altra ancora Berlusconi o la Lega. E non si capisce neppure chi abbia la vera titolarità a trattare, a questo punto.

Per tutti, la relazione sulla trimestrale di cassa – che tra le righe contabili rinvia il rinnovo del contratto del pubblico impiego al 2006 – è una provocazione che non può essere fatta passare. «Non possiamo permettere che non si rinnovi un contratto – tuona Pezzotta – perché è la negazione del nostro ruolo». La sostanza politica dello scontro è tutta qui, sul crinale tra le minacce di privatizzazione di una serie di servizi e il disconoscimento del ruolo politico-sociale del sindacato, non tanto nell’entità della cifra economica. Confindustria – accusa anche Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom-Cgil – «chiede di non chiudere il contratto del pubblico impiego» per non essere obbligata a chiuderne tanti altri nel settore privato. «Vista la situazione della crisi e dell’occupazione, bisogna andare a uno sciopero generale», è la conclusione.

La situazione sociale, del resto, è chiara. «Negli ultimi 10 anni la parte di reddito nazionale che va al lavoro dipendente è diminuita del 7%», ricorda anche Luigi Angeletti. E non è che nel frattempo il Pil sia diminuito, nonostante la stagnazione. Ergo, non è spremendo ancora il lavoro che si può pensare di rimettere in moto la crescita. Soprattutto, ricordano con orgoglio molti intervenuti, «sta cambiando il clima nel paese: il `pubblico’ non è più il mostro mangiasoldi da abbattere». Anzi: «negli ultimi 10 anni solo le imprese pubbliche hanno fatto profitti, mentre quelle private spesso hanno distrutto ricchezza». E volano i nomi: da Parmalat a Cirio, fino alla Fiat. E’ una categoria che si scopre migliore dello stereotipo che la descrive e «sente» che se ne stanno accorgendo anche tutti quelli che sono quotidianamente costretti a confrontare privato e pubblico sul terreno dei servizi essenziali (scuola, sanità, sicurezza sociale, ecc). Ma questo governo, preso in tutte altre faccende, non se ne accorge neppure. Per questo Guglielmo Epifani, nel sostenere l’idea dello sciopero generale «perché non possiamo accettare che la stagione contrattuale si fermi», può giocare sull’assurdità delle parole dette da Berlusconi su «qualche spicciolo in più che si poteva dare rispetto a quanto fissato dal governo». Parole «che mi hanno ricordato le bioches di Maria Antonietta». Qui, in effetti, «ne va del pane» di milioni di lavoratori, ma anche di un’idea di società.