Gli smemorati di sinistra

La storia come supermarket dove si può pescare a caso
L´ultima di tante revisioni riguarda la fine di Mussolini
I leader sembrano subalterni allo stesso senso comune a cui attinge la destra
Talvolta la ricerca storiografica viene ignorata se non capovolta

Prima Luciano Violante con i “ragazzi di Salò”. Poi il mea culpa di Piero Fassino sulle foibe e sul “silenzio” della sinistra. Oggi Massimo D´Alema con l´inattesa revisione su Mussolini – meglio non ucciderlo, ma processarlo – accolta sui giornali come “il rovesciamento d´un tabù dell´antifascismo”. E poi l´inquieto rapporto con la propria autobiografia di comunisti italiani: al principio congelata, più tardi frettolosamente liquidata, in tempi recenti rivisitata con esiti alterni. Difficile tracciare in modo nitido la politica della memoria perseguita nell´ultimo quindicennio dalla sinistra italiana. Afasia, improvvisazione o enfasi autoflagellatoria compongono un quadro spesso dominato dalla casualità. Pur nella varietà delle posizioni, non infrequenti appaiono i cedimenti al nuovo senso comune che con grande sapienza mediatica il neorevisionismo è andato sostituendo alla cosiddetta “vulgata antifascista”.
Ma qual è il rapporto con il passato nazionale d´una sinistra che si candida a governare? E quali sono i nodi finora irrisolti sul piano della sua identità che invece occorrerebbe sciogliere? «Bisogna prima chiarire cosa intendiamo con politica della memoria», premette Giovanni De Luna, storico del fascismo, della Resistenza e dell´azionismo, autore di numerosi saggi sulle fonti dello storico contemporaneo, non nuovo a incursioni sul rapporto tra memoria e politica e sull´uso pubblico della storia. «La memoria pubblica è il risultato di un patto contratto con i cittadini su quel che è importante trasmettere alle generazioni future. Naturalmente non si tratta di un patto granitico e immodificabile: i suoi confini sono fluidi, cambiano a seconda della stagione politica. Nella Prima Repubblica era saldamente fondato sulla Costituzione e i suoi contraenti erano i partiti dell´arco costituzionale. Nella Seconda Repubblica non è ancora emerso niente del genere. E´ come se a Fiuggi e alla Bolognina siano state azzerate le più ingombranti eredità ideologiche del Novecento, fermandosi lì. I nuovi contraenti ci sono, ma i lineamenti di quel nuovo patto restano nebulosi e paradossalmente contraddittori».
Qual è stata la memoria “ufficiale” negli ultimi cinque anni?
«Dobbiamo distinguere tra la politica istituzionale incarnata da Ciampi, giocata sull´asse Risorgimento-Resistenza-Repubblica – i tre momenti alti della storia italiana – e la politica della memoria di area governativa, che ha attinto al nuovo senso comune alimentato dal neorevisionismo mediatico».
Che cosa intende per “nuovo senso comune”?
«Mi riferisco a una sorta di sapere storico diffuso costruito soprattutto dai media. Un discorso sulla storia in cui confluiscono la curiosità verso la macelleria della guerra civile, ma anche il modello Porta a Porta, trasmissioni come quella su Mussolini attraversate da una straripante dimensione familistica e privatistica del dittatore. Ecco, il dissolversi delle vulgate dei vecchi partiti ha come lasciato campo libero a una storia “usa e getta”, semplificata, priva di spessore, totalmente appiattita sul presente».
Il nuovo senso comune appare segnato da quel che è stato definito l´anti-antifascismo.
«Sì, è l´humus a cui il centrodestra attinge direttamente la sua politica istituzionale, proponendo leggi come quella sui belligeranti di Salò, assimilati ai partigiani. O anche la Giornata del Ricordo per le foibe, segnata da un forte carattere revanchistico verso l´antifascismo italiano».
Tutto questo non ha niente a che fare con la memoria coltivata dal presidente Ciampi, che peraltro vanta un passato antifascista.
«La politica della memoria del centrodestra s´è svolta in alternativa a quella del Presidente della Repubblica, fermo sulla valorizzazione della Resistenza. Ora però la questione è: cosa succederà in Italia se vincerà il centrosinistra?»
La recente sortita di D´Alema, pur contestata da Fassino, desta qualche interrogativo. Anche se lo stesso presidente dei Ds è poi tornato sull´argomento per precisare che non intendeva mettere in discussione il valore della Resistenza.
«Il fatto è che D´Alema – ma in altre occasioni Violante o lo stesso Fassino – sembrano essere subalterni allo stesso senso comune a cui ha attinto la destra. Con declinazioni diverse, naturalmente. Con convinzioni di fondo radicalmente distanti. Ma eguale è la disinvoltura con cui i leader della sinistra pescano dal supermarket della storia, per farne un uso politico immediato».
Qual è il rischio?
«L´oscillazione ad oltranza, senza limiti. Un caso significativo a destra è offerto da Fini: nell´arco d´un decennio è passato dall´epinicio per Mussolini – “il più grande statista del secolo” – alla liquidazione radicale – “il fascismo male assoluto”. Ecco: la sinistra non dovrebbe ricalcarne l´eccesso di disinvoltura, e anche l´indifferenza verso la ricerca storica».
Quali sono i casi in cui la ricerca è stata ignorata?
«Mi limito a due degli stereotipi più diffusi nell´uso pubblico della storia: i “ragazzi di Salò” e “italiani brava gente”. Tutte le ricerche degli ultimi anni hanno in realtà allargato il discorso sulle responsabilità dirette della Rsi: non solo nella deportazione degli ebrei, ma anche nelle stragi di civili. Un libro recente di Amedeo Osti Guerrazzi, Caino a Roma, mostra poi un´impressionante serie di spiate, tradimenti di italiani contro italiani, una rete collaborazionista capillarmente diffusa».
Anche nel caso delle foibe, gli storici che se ne occupano da vent´anni raccolti intorno all´Istituto Gramsci di Trieste sono rimasti spiazzati da una prima uscita di Fassino sulle reticenze della sinistra: loro non avevano taciuto affatto.
«Sì, anche quello fu un dibattito controverso. Credo che oggi si possa chiedere alla sinistra di non cedere al nuovo senso comune. Si discute di politica economica e stato sociale, perché non della memoria pubblica che intende difendere in questo paese? Sarebbe interessante avere delle risposte chiare».
Ci sono già dei segnali incoraggianti verso la linea del presidente Ciampi.
«Sì, ma la si eredita così come l´ha definita il Quirinale o ci si lavora sopra? Una memoria istituzionale che alimenti una religione civile è necessaria. Ciampi si è sforzato di ancorarla ad alcuni valori di fondo (libertà, democrazia, indipendenza nazionale, ecc.) sulla base dei quali selezionate alcune date (il 2 giugno, il 25 aprile) da proporre come luoghi di memoria a tutti i cittadini. Qui ci avviciniamo al patto che prima ho richiamato. Ma il punto è un altro. I partiti che contraggono quel patto sono a loro volta portatori di memorie identitarie, offrono ai propri militanti una visione del proprio passato a cui ancorare le proprie scelte nel presente. Nella sinistra oggi il rapporto tra memoria e identità sembra un colossale pasticcio».
Ma come si delimitano gli ambiti di una “memoria identitaria”?
«Faccio un esempio sul 25 aprile: nel senso comune oggi tende a prevalere l´immagine della carneficina fatta dai partigiani; nella dimensione istituzionale voluta da Ciampi quella è la data in cui tutti gli italiani riconquistarono la libertà. Tra questi due estremi c´è uno spazio pubblico in cui si muovono memorie separate o opposte: quella degli ex fascisti (un eccidio), quella di chi rimpiange un´occasione mancata (i vecchi azionisti), ecc… Ecco: questo è lo spazio delle memorie identitarie, quello in cui ogni tradizione culturale e politica deve costruire il proprio Pantheon, rendere riconoscibile il proprio album di famiglia. Sembra invece che la sinistra non abbia più bisogno di eroi né di date simboliche».
Agli eroi provvede l´Anpi, l´Associazione dei partigiani.
«Non è certo in una dimensione reducistica e monumentale che si riesce a comunicare con i giovani».
Quali sono i nodi ancora irrisolti nella memoria storica della sinistra?
«Sono tanti, ma due più importanti di altri. Innanzitutto, l´antifascismo: è ancora un punto di riferimento, e in quali termini? L´antifascismo, nel lungo dopoguerra italiano, ha conosciuto varie declinazioni: prima patto tra partiti per avviare la Costituente, nel 1960 interprete del cambiamento sociale del paese. E oggi? È una risorsa imprenscindibile della democrazia, in un paese che riscrive la sua Costituzione? Anche qui il pronunciamento della sinistra dovrebbe essere chiaro».
Finora non lo è stato?
«In modo ondivago, come altalenante appare la lettura del ruolo del Pci nella storia italiana. La ricerca propone diverse opzioni storiografiche, oscillanti tra “l´appendice di Mosca” e “le radici italiane”. È sacrosanto che la ricerca vada avanti, ma anche qui occorre un´assunzione di responsabilità da parte della classe politica. Il Pci ha ostacolato nei suoi militanti il raggiungimento d´una piena cittadinanza democratica in Italia o è stato propedeutico all´acquisizione di questo senso di cittadinanza? Ha creato nemici interni o ha favorito la formazione di cittadini italiani? Domande tuttora inevase a sinistra».
Non c´è il rischio di ricadere in una vulgata organica, ricalcata su quella del vecchio Pci?
«No, quello schema è improponibile oggi. Sarebbe assurdo rimpiangerlo. Quel che in molti chiedono alla sinistra è di saper orientare alcune scelte di identità. L´improvvisare a briglia sciolta può produrre risultati politici nell´immediato, ma alla lunga rischia di disorientare».