Gli scudi umani: «Torneremo in Iraq»

Un piccolo hotel nel centro di Amman è la sede dei volontari internazionali: «Mai presidiato campi militari». La rabbia del mondo arabo: decine di migliaia in piazza a Rabat, studenti di Alessandria chiedono la chiusura di Suez alle navi militari

AMMAN (Giordania)
E’affollata come sempre la zona di Mugamma Raghadan nel wast al balad, il centro di Amman. Da qui, ogni giorno, continuano a partire i taxi collettivi e gli autobus che riportano a casa i lavoratori iracheni emigrati negli anni passati in Giordania. Un lungo viaggio (oltre 900 chilometri) verso la guerra, le città circondate dai carri armati, le case in fiamme, con l’ansia perenne che qualcosa possa accadere da un momento all’altro alle mogli, ai figli, ai genitori rimasti in Iraq. Molti tornano per combattere, per unirsi ai fedayyin armati di coraggio e mitra che si oppongono all’avanzata anglo-americana. Altri temono di non arrivare vivi a destinazione: testimoni hanno riferito di aver visto, sulla strada che dal confine giordano di Karameh porta a Baghdad, una ventina di carcasse annerite di veicoli civili colpiti dai razzi americani. A Mugamma Raghadan però si riuniscono anche gli «scudi umani» internazionali che tornano dall’Iraq o cercano di raggiungere Baghdad. Il loro quartier generale è un piccolo hotel, il Saraya. Ieri è stato un giorno speciale per l’ufficio di coordinamento dei volontari internazionali al lavoro dall’inizio dell’anno nella capitale giordana. Quattro dei loro attivisti sono appena ritornati dall’Iraq: lo scozzese Rory McEwan, la basca Beatriz Almandoz, il tedesco Juergen Hahnel e l’americana Antoinette McCormick. Di fronte a una trentina di giornalisti di tutto il mondo, i quattro «scudi umani» hanno raccontato la loro esperienza, le sofferenze della popolazione civile irachena e del loro desiderio di ritornare in Iraq. «Vorrei chiarire che contrariamente a ciò che è stato riportato nei giorni scorsi, le autorità irachene non ci hanno mai chiesto di presidiare campi militari o altri siti esposti ai bombardamenti americani», ha esordito Juergen Hahnel. «Invece, in molte occasioni, proprio per evitarci rischi troppo elevati ci è stato chiesto di trasferirci in altre località». Hahnel tuttavia ha affermato che negli ultimi giorni i servizi segreti iracheni hanno chiesto alle autorità di governo di intimare ad alcune decine di «scudi umani» di lasciare immediatamente il paese. «Con l’aggravarsi della guerra sono aumentati anche i sospetti verso la presenza straniera che evidentemente certi settori dei servizi segreti considerano pericolosa per la sicurezza nazionale», ha detto Hahnel.

Allo stesso tempo un centinaio di «scudi umani», di varie organizzazioni, continuano a proteggere cinque siti di grande importanza per la popolazione civile. «Si tratta di luoghi di produzione di cibo, medicine, di centrali elettriche e acquedotti. Nella guerra di 12 anni fa furono colpiti dai bombardamenti alleati, la nostra presenza, ne siamo convinti, ha per il momento tenuto lontano le bombe anglo-americane», ha affermato Rory McEwan. Antoinette McCormick invece racconta la sua vicenda di veterana della guerra del Golfo del 1991. Allora non era una pacifista, schierata contro l’imperialismo americano, ma una volontaria su una nave-ospedale della US Navy, partita per il Golfo per combattere contro Baghdad. «A quel tempo l’Iraq era un paese aggressore, aveva invaso il Kuwait – ha detto – poi nel corso degli anni ho visto l’accanimento, totalmente ingiustificato, con cui gli Stati uniti hanno preso di mira questo stato. Negli ultimi 12 anni abbiamo visto tanti civili iracheni morire a causa dell’embargo e ora stiamo vivendo questa guerra sanguinosa contro la legalità internazionale che sta mietendo tante vite innocenti. Dobbiamo dire basta a tutto questo e impegnarci per un mondo fondato sulla giustizia e il diritto». McCormick ha lasciato la Marina, ha completamente cambiato vita e ora l’impegno politico assorbe gran parte del suo tempo. Vive grazie ad occupazioni saltuarie, di recente ha lavorato come cameriera in un bar. Un caso abbastanza simile a quello del giapponese Hiroshi Inaba, manager d’industria, che la lasciato il suo lavoro ben pagato per diventare un attivista dei diritti umani. Inaba ha trascorso circa un mese a Baghdad, tra cui i primi giorni della guerra. Al termine dell’incontro con la stampa, il movimento degli «scudi umani» ha lanciato un appello affinché centinaia di pacifisti raggiungano Amman per trasferirsi al più presto in Iraq allo scopo di continuare a garantire una costante e diffusa presenza internazionale a difesa dei civili iracheni.

Non si arresta l’impegno internazionale contro la guerra e proseguono anche le manifestazioni nel mondo arabo. Ieri è stata la giornata del Marocco dove 150 mila dimostranti hanno affollato le strade di Rabat. Gruppi di giovani hanno esaltato le «operazioni di martirio», ovvero gli attacchi suicidi contro americani e britannici in Iraq e si sono scontrati con la polizia. Ad Alessandria d’Egitto invece i 12 mila studenti delle due università hanno manifestato per chiedere la chiusura del Canale di Suez al transito delle navi statunitensi e britanniche, la chiusura delle ambasciate di Usa e Gran Bretagna e «l’apertura della porta al Jihad (guerra santa islamica) ai popoli arabi e musulmani». Gli studenti hanno anche portato in corteo una bara con la scritta «la coscienza dei dirigenti arabi» e hanno bruciato le bandiere di americana, britannica e israeliana al grido «George Bush è il nemico di Dio» e «con l’anima e il sangue ci sacrifichiamo per l’Iraq». Gli studenti che indossavano maglie con la scritta «Martiri», tuttavia non hanno avuto la possibilità di sfilare in strada per la massiccia presenza di reparti anti-sommossa della polizia egiziana. Ad Amman invece centinaia di giornalisti hanno attraversato le vie del centro in corteo per chiedere la fine dell’aggressione all’Iraq ma anche la fine della censura, sempre più dura, del regime hashemita sulla stampa.