Gli occhi chiusi sul nodo-lavoro

Immaginiamo di salire a bordo della macchina del tempo di H.G. Wells e di fissare la data di arrivo in un futuro non molto lontano, diciamo un paio d’anni. Una volta giunti a destinazione, supponiamo di scoprire che alla guida del paese c’è il governo di Romano Prodi, sostenuto da una salda maggioranza di centrosinistra. A questa notizia, senza dubbio confortante, se ne aggiungerebbero però altre, di ben diverso tenore. Ipotizziamo infatti che, in linea con le più credibili previsioni macroeconomiche, nel 2006 i tassi di crescita del prodotto reale e della produttività arranchino al di sotto del due e mezzo percento e che la struttura per scadenza dei tassi d’interesse si collochi in media ben al di là del 5 per cento. Supponiamo inoltre che fuori e dentro il governo la voce più grossa la facciano, come al solito, i rappresentanti della grande finanza europea e di quel po’ di industria capitalistica che ci rimane. La conseguenza è facile da immaginare: sul versante del bilancio pubblico il governo individuerebbe le sue priorità nel rispetto tassativo non solo del vincolo di Maastricht del 3%, ma anche nell’azzeramento del disavanzo sancito dal Patto di Amsterdam, e magari persino nel recupero dell’insensato piano Ciampi di abbattimento del debito al 60% in appena dieci anni. Bastano pochi calcoli per comprendere che l’unico modo per il governo di tener fede a simili obiettivi sarebbe quello di generare un eccesso di prelievo fiscale sulla spesa pubblica primaria superiore al 4 per cento del Pil. Ciò significa che anche ammettendo un sostanzioso recupero fiscale, magari basato sulla revisione progressiva delle aliquote, su una discreta patrimoniale e persino sulla carbon tax (non cito la parvenza di Tobin tax di cui talvolta si straparla solo per rispetto nei confronti dell’ideatore dell’imposta), saremmo comunque di fronte all’esigenza di approvare ulteriori stangate sulla spesa. Dal lato poi dei salari e dei diritti dei lavoratori, la vecchia, insana ambizione del ceto imprenditoriale italiano di compensare l’erosione di competitività e il conseguente disavanzo con l’estero con la crescita dei profitti unitari, spingerebbero il governo a proporre ai sindacati di ripercorrere la via crucis della disinflazione del salario per unità di prodotto. Al limite in cambio di un freno (temporaneo, beninteso!) alla corsa verso la polverizzazione del contratto nazionale.

Sotto un ipotetico governo Prodi, insomma, la compressione della spesa pubblica e dei salari, il relativo deterioramento degli spazi pubblici e delle condizioni di lavoro, e quindi in ultima istanza della libertà e della democrazia, continuerebbero pressoché indisturbati. C’è qualcuno per caso che considera una simile prospettiva men che ottimistica? Immagino che ragionevolmente nessuno alzi la mano. I numeri ci dicono che è proprio questo il «futuro probabile» che ci si para davanti, lo stesso futuro che d’istinto ci indurrebbe a balzare sulla macchina di Wells e a fare marcia indietro, come quando si cerca di fuoriuscire alla svelta da un incubo mostruoso.

Ora, di fronte a una prospettiva del genere abbiamo due possibilità. La prima è quella che abbiamo scelto finora: ci si rassegna al corso degli eventi passando il tempo a discorrere di contenitori. Con ciò non intendo negare la rilevanza delle questioni di forma della politica sollevate da Asor Rosa e più o meno entusiasticamente approfondite da Bertinotti e altri. Dico soltanto che sono passati troppi mesi senza risultati, e che dunque è venuto il momento di dirigerci verso la seconda possibilità, che consiste nell’andare a fondo sui contenuti, riconoscendone il ruolo prioritario e costituente rispetto alle modalità dell’azione politica.

Chi siamo, dunque, e cosa vogliamo? Per avere un’idea della difficoltà della domanda basterebbe dare un occhio al nome della cosa in fieri di cui si discute. «Nuova sinistra» è disgustosamente frivolo, eppure non saremo in grado di produrre molto più di questo finché non verranno definiti con chiarezza la matrice e l’obiettivo. Eppure con l’aiuto di Marx, e magari della sinistra freudiana e di qualche francofortese, non sarebbe troppo difficile comprendere che la matrice deve essere il lavoro, perché ci si libera in termini generali solo se lo si libera in termini specifici. Da un punto di vista economico, tuttavia, liberare il lavoro significa intraprendere un lungo cammino, che a medio termine dovrebbe basarsi su quella che ho definito «socializzazione della moneta» e il cui primo passo verte su un obiettivo molto preciso. Avevo già scritto su queste pagine che occorre spingere i salari e la spesa pubblica «oltre la zona rossa di Maastricht», facendoli rispettivamente tendere il più possibile verso la crescita dei prezzi più la produttività e verso il pareggio primario. Avevo pure chiarito che un obiettivo del genere non riuscirebbe affatto a invertire le tendenze sperequatici in atto, ma si limiterebbe a rallentarle. Ciò nonostante continuiamo a leggere autorevoli documenti precongressuali e proposte programmatiche in cui, in modo totalmente contraddittorio, si aderisce o al massimo si tace sui vincoli di Maastricht e contemporaneamente si parla addirittura di svolta, ribaltamento, inversione di tendenza. Comprendo le difficoltà del momento, ma perché ci si ostina a ritenere che lo sganciamento dalla realtà rappresenti il solo modo di fare politica oggi?

Questo sganciamento ci sta rendendo pericolosamente distratti. Esiste un nesso ben documentato secondo cui, in un sistema capitalistico, soltanto le lotte sociali sulla produzione e sulla distribuzione possono garantire la non evanescenza di quelle per la libertà e la democrazia. Questo nesso pare abbia ultimamente interessato solo i falchi del neoliberismo, ovviamente sempre disposti a sacrificare la democrazia pur di salvare le compatibilità capitalistiche (penso ad esempio a Robert Barro, noto estimatore del Cile di Pinochet). Al contrario, di quel nesso a sinistra si parla sempre meno.

Io credo invece che il legame tra lotta sociale e lotta democratica vada oggi collocato al vertice dell’agenda politica, ed è per questo che mi permetto di suggerire alla «nuova sinistra» di non fermarsi alla pur sacrosanta richiesta di abolire le funeste leggi degli ultimi anni, e di far proprie le seguenti due proposte di avanzamento politico: 1) imporre al candidato premier di accogliere la battaglia dei lavoratori per dare ai contratti il più ampio e rappresentativo vaglio democratico; 2) esigere dal candidato premier precise garanzie circa il fatto che non vi sarà nessun super-ministro accentratore in campo economico, e che la legge finanziaria non verrà blindata, né con la fiducia né con la pratica degenere dei maxi-emendamenti. C’è forse il timore che simili volani di rilancio della partecipazione democratica si rivelerebbero incompatibili con i vincoli di Maastricht? E’ un timore fondato, che ci pone di fronte alla scelta tra difesa ed estensione della democrazia e restaurazione del capitalismo. Chi continua a tacere sacrifica la prima e sceglie inevitabilmente il secondo.

*Università del Sannio