Gli invisibili fantasmi di Lubjana

Ho conosciuto Dusan Babic e il fratello gemello Vuk a Lubjana nel giugno del 1991. Fu il mese dell’autoproclamazione d’indipendenza della Slovenia e della Croazia sulla base della «slovenicità» e della «croaticità». Tutto cominciava a precipitare. La Jugoslavia esisteva ancora ma cominciava a sparire dalla faccia della terra. Tutti gli attori internazionali – va detto che gli Stati uniti, almeno formalmente, erano contrari alla sua dissoluzione – Europa in primis, lavoravano a distruggere e separare; e soprattutto a riconoscere quelle indipendenze, favorendo così gli agguerriti nazionalismi interni ad ogni repubblica e le mire espansionistiche di quelle più grandi e forti. Dusan e il fratello Vuk avevano, nel dedalo di vie del centro di Lubjana, un negozietto di orologiaio, dove aggiustavano vecchi e nuovi orologi. Avevano una collezione completa di orologi da tasca Omega, tutti appartenuti a soldati e ufficiali dell’esercito italiano di occupazione (la Slovenia fu nel 1941 provincia dell’«impero» fascista e, prima delle foibe, pagò un tributo di sangue e massacri). Ma avevano anche rarissimi orologi Hausmann.

Una lettera da Catez

Erano giorni di attesa e paura. L’esercito ancora per poco jugoslavo dal giorno alla notte era stato dichiarato «occupante», la Federazione in poche ore aveva perso le sue frontiere con l’Europa, la Difesa territoriale era diventata milizia della nazione slovena, armata fino ai denti e con divise nuove fiammanti. Che fine avrebbero fatto quelli che continuavano a dichiararsi jugoslavi anche se sloveni, oppure che avevano, come i Babic, origini così eterogenee da perdersi nella notte balcanica: i due gemelli erano nati a Belgrado; non erano serbi, ma d’origine bosniaca e albanese, con i parenti più lontani che erano addirittura ebrei e zingari. «Nonna Lika nel 1911 era la più bella zingara del bazar di Scutari», mi raccontava orgoglioso Dusan.

Ma questo era niente. Perché i due fratelli gemelli avevano avuto già in aprile un’avvisaglia terribile di quel che stava accadendo. In una notte della prima settimana di aprile le vetrine del loro negozio e di quelli di altri «jugoslavi» – erano stati due milioni a dichiarsi così nel censimento federale del 1981 – tra i dedali di Lubjana erano saltate. Una notte dei cristalli minima quanto pericolosa, che i media del mondo avrebbero ignorato.

Una precisazione sui fratelli Babic. Era uno fotocopia dell’altro, giravano con un berretto, una scoppola da paese dell’est, avevano la stessa inflessione divertita nel linguaggio, cantavano stonati entrambi, s’arrabbiavano nello stesso modo ed egualmente tacevano addolorati, sopraffatti dalla violenza della realtà. Che ne sappiamo noi dei gemelli? Poco o niente della loro natura doppia. Di sicuro però Vuk era quasi sordo e Dusan quasi cieco: la sua vista se n’era andata negli ingranaggi degli orologi che riparava. L’udito di Vuk s’era perso nei Balcani. E i Balcani stessi si sarebbero persi e dipersi nelle urla delle guerre.

Ho perso i contatti con i Babic, nel marzo del 1992, quando stava per cominciare l’inghiottitoio bosniaco, la nuova guerra.

Mi scrivevano che da un mese erano considerati stranieri, anche se avevano deciso di rimanere a Lubiana, non erano riconosciuti nemmeno come residenti e loro non avevano scelto di andarsene o, come molti, di stabilirsi a Belgrado. Molti militari sloveni erano fuggiti nella capitale jugoslava, per poi morire disperati, maltrattati e dimenticati anche loro. Comunque i Babic continuavano a riparare orologi.

Finché nell’aprile scorso – quasi tredici anni dopo il nostro incontro – ho ricevuto una lettera da Catez, in Slovenia, firmata Dusan e Vuk. E dentro la foto di una piccola casa in campagna, con due ciliegi vicino e una roulotte con una freccia in pennarello: «è la roulotte di Vuk che non esiste».

«Abbiamo perso il volto»

«Noi non apparteniamo a nessuno – così comincia la lettera – ci troviamo sempre su una frontiera. Stavolta però non esistiamo più. Ci hanno cancellato. Siamo andati via da Lubjana quando abbiamo scoperto che il negozio non era più intestato a noi. Non avevamo più nulla. Perché ci hanno fatto questo? Siamo andati via quando abbiamo saputo che non avevamo più diritto alla pensione. Non è che non avevamo più la carta d’identità. Non abbiamo più una identità. Allora siamo andati a Catez…».

Un testo lungo e disperato. Senonché. Senonché la lettera conclude: «Siamo sempre la più disgraziata provincia del mondo, la guerra ci ha fatto perdere il volto, qui ora ci sono i cancellati. E io mi specchio solo nella vita di mio fratello e le nostre due non-esistenze si sommano e si aiutano. A Catez il comune ci ha rinnovato la residenza o meglio, per un errore anagrafico, l’ha rinnovata solo a me. Vuk non c’è, da nessuna parte. Lui ormai è completamente sordo, ma ci vede benissimo. La gente mi porta orologi da riparare che ripara lui. Io non ci vedo più, ma ascolto per lui i rumori del mattino che arrivano a svegliarci. Nemmeno riesco più ad andare nella banca locale a prendere i risparmi, ci va Vuk al posto mio. Non se ne accorge nessuno. E’ lui che raggiunge il paese la mattina e lo salutano `Dusan’ e prende il caffé turco con i contadini. Qui nessuno ha scordato le casse da morto dei giovanissimi soldati federali uccisi uccisi come cani in un agguato nel 1991. Vuk non perde la memoria. E’ lui, ma sono io. Viviamo in disparte, lontano dalle altre case, nessuno ci ha mai visto insieme. Quando moriremo non ci farà effetto, siamo stati cancellati da tempo. E se io muoio sarà Vuk a continuare a nome mio… e viceversa».