Gli interventi nella Direzione Nazionale (sintesi a cura degli autori)

Maurizio Acerbo

Sulla vicenda del giornale pesa negativamente il protrarsi della contrapposizione congressuale. Ci sono problemi economici enormi per il giornale e per il partito. Sgombriamo il campo dalle polemiche inutili. La mancata corrispondenza di amorosi sensi con tanti iscritti e militanti è o no un problema sul quale la stessa redazione deve interrogarsi? Lo dico senza auspicare che Liberazione si trasformi in una piccola Pravda della maggioranza, ma neanche nell’organo della minoranza. Sarei contrario alla proposta di dimissionare il direttore, ovviamente mi aspetto che il giornale non sia usato come una clava nel dibattito interno. Il problema è quello di far vivere in maniera non distruttiva il pluralismo. I problemi politici non si risolvono con metodi amministrativi. Il giornale è la piazza dove ci incontriamo e discutiamo, uno spazio pubblico di confronto e ricerca. Dovrebbe anche essere uno strumento al servizio delle battaglie del partito, ma questo non vedo perché dovrebbe minarne l’autonomia. Se non fossimo imprigionati da una divisione che si vuole a tutti i costi cristallizzare, dovremmo interrogarci su che tipo di giornale in questa fase ci serve e anche sul perché la nostra stampa vende così poco. Forse avremmo potuto far diventare una sentita battaglia di democrazia la difesa dei giornali della nostra area dai tagli del governo, invece si è ridotta la vicenda a una lite condominiale. Lo stesso sciopero di Liberazione aveva un taglio per cui il nemico sembrava essere la Segreteria e così è stato raccontato dal resto della stampa. Dico altrettanto chiaramente che considero l’apertura di Liberazione un valore e non un limite. Gli articoli di Bifo, Lea Melandri o Girolamo De Michele sono i primi che leggo ogni mattina. Avrei molto da ridire sulla direzione di Piero, sullo stile di certe “provocazioni” che a me appaiono banali e obsolete, poco stimolanti anche se a volte attirano l’attenzione della grande stampa. Ma vorrei discuterne in un dibattito libero da preconcetti e retropensieri.

Bianca Bracci Torsi

Non capisco lo scandalo suscitato dalla proposta di cambiare il direttore di Liberazione, per di più sollevato da chi continua a ripetere (senza scandalo) di non essere rappresentato dal segretario del partito di cui fa parte, regolarmente eletto da un congresso. E mi pare francamente eccessivo sostenere che questo cambio metterebbe in forse non solo la qualità e il prestigio del giornale (discutibili visto il calo delle vendite e la crescente disaffezione degli iscritti) ma addirittura l’identità e l’immagine di Rifondazione. Comunque non è oggi all’ordine del giorno la direzione di Liberazione, la sua autonomia e il suo legame, più o meno inscindibile, con l’attuale direttore, tutte questioni rinviate a un futuro che mi auguro prossimo, ma la sopravvivenza stessa del nostro giornale. Sono convinta della necessità, per un partito di opposizione che non può contare su spazi adeguati nella comunicazione cosiddetta indipendente, di un giornale proprio per far conoscere le sue proposte e le sue battaglie, oltre che i fatti e i misfatti che altri hanno interesse a nascondere, ma se il partito cessa praticamente di esistere mi pare ovvio che anche per il suo giornale non ci sia più ragion d’essere. Perciò troverei assurda e improponibile una scelta economica che, per preservare Liberazione, riducesse in fin di vita il Prc.

Maria Campese

Dalle relazioni di Bellucci e di Boccadutri emerge che la situazione del giornale è disastrosa e che la situazione del Prc è preoccupante. Questa discussione andava affrontata prima.
Già da giugno scorso il Tesoriere sollevò il problema economico del Partito e precisò che lo stanziamento di 900 mila euro per il giornale non era più ripetibile per le annualità future.
Ritengo che, in un quadro generale di crisi dell’editoria politica, ci sono elementi specifici di Liberazione che riguardano il rapporto fra il giornale e gli iscritti al Prc: non viene acquistato dagli iscritti, dai dirigenti, non se ne fa la diffusione. Il giornale nasce e vive in quanto strumento del progetto politico del Partito. Credo, quindi, non si possa mettere in discussione l’esistenza del progetto politico per conservare lo strumento che quel progetto si è dato.
Il giornale va mantenuto ma tenendo conto che la situazione di disavanzo non è più compatibile con le condizioni economiche del Partito. Ritengo non vada accolta la proposta del Tesoriere di liquidare la Mrc; credo invece si debba deliberare lo stanziamento di fondi sufficienti a non farla fallire, ma tenendo presente che è un intervento di natura estremamente straordinaria, non più ripetibile, pena il fallimento del Partito. Penso inoltre che il Cda debba assumere questo dato di gravità e porsi il problema dell’autosufficienza economica in tempi veloci. Ritengo anche che un minuto dopo aver proceduto al salvataggio del giornale vada affrontata la discussione circa le relazioni fra il giornale ed il Prc. Il giornale dovrà essere ripensato, tenendo presente che la sua utilità politica si misura da quanta gente raggiunge e dal messaggio politico che veicola, poiché se il Partito va in una direzione ed il giornale che dovremmo diffondere e sostenere va in un’altra, divergono, un problema politico si pone, come del resto è emerso dalla nostra discussione.

Mimmo Caporosso

Dalla relazione del Presidente della Mrc emergono due aspetti inquietanti. Il primo: il giornale potrebbe chiudere il proprio bilancio al 31 dicembre con un disavanzo (se dovessero essere confermati i tagli del governo Berlusconi) di 4,4 milioni di euro. Se dovessero essere certificate queste perdite, il giornale ogni giorno perderebbe 15.000 euro. Anche in assenza di tagli all’editoria il nostro giornale chiuderebbe con un disavanzo maggiore a quello del 2007 (forse anche grazie alla free press?!). Il secondo: le copie giornaliere vendute nel 2008 sono 7.000, con un calo di circa il 42% rispetto al 2002 (si superavano le 12.000 copie). Il Tesoriere ha detto in maniera chiara che il nostro Partito (azionista unico del giornale), a fronte di minori entrate, non può permettersi di continuare a stanziare soldi per il giornale, a meno che non si venda il patrimonio immobiliare del Partito. Ritengo che la crisi economica che attraversa il giornale dipenda anche dalla linea editoriale, nient’affatto autonoma rispetto alla linea del Partito.
Tutt’altro: Liberazione (organo ufficiale del Prc) ha assunto una linea editoriale di parte, non maggioritaria nel Partito, che è quella del superamento di Rifondazione Comunista per la costituente di sinistra. Questa linea editoriale ha indotto numerosi compagni, militanti e dirigenti, a non acquistare il giornale, non fare la diffusione militante, non abbonarsi, ecc. Non solo. Ho avuto modo di riscontrare, durante iniziative svolte dal nostro Partito, applausi maggiori a chi peggio parlava di Liberazione. Ritengo che il Partito debba attuare quanto deliberato dal Cpn che si è tenuto il 14 e 15 luglio 2007. Il documento approvato recita testualmente: “serve un piano, fatto di interventi di razionalizzazione e se necessario di carattere straordinario, per fare in modo che Liberazione raggiunga l’autosufficienza da contributi del Partito”. In pratica necessita che il Cda appronti un piano di rilancio del giornale che si ponga come obiettivo il pareggio di bilancio nel 2009. Se così non fosse, si andrebbe ad una situazione disastrosa che investirebbe il Partito, e non possiamo permettercelo.

Aurelio Crippa

Le relazioni hanno parlato chiaro: grave crisi economica di Liberazione, da stato fallimentare, con progressiva perdita di copie vendute – dalle 13.000 del 2001, alle attuali 7000, la cui copertura da parte del Partito produrrebbe su di esso questo stato fallimentare. Questo va evitato, respinto. Ci sono precise responsabilità, che non devono e possono essere sottaciute. Possibile che il Direttore del giornale, il Presidente, l’Amministratore delegato, il Consiglio di Amministrazione della Mrc (azionista al 100% il Prc ) non si siano posti il problema della crisi economica e del calo delle vendite, sentendo il dovere di investire di questo il Partito?
C’è da discutere sui motivi del calo delle vendite (la “fattura” del giornale che non riscontra più interesse come nel passato) ma oggi importante e decisivo è valutare la scelta idonea per evitare il fallimento. Essendo la mia opinione, quella di salvare il giornale, reputo che ogni scelta di sostegno economico da parte del Partito, non possa prescindere dalla dichiarazione di stato di crisi del giornale, ed aperto di conseguenza un confronto con l’Associazione dei giornalisti. Questo in un rapporto chiaro con i dipendenti – giornalisti e poligrafici – sulla reale situazione economico-finanziaria, sul calo delle vendite, e sulle possibili prospettive. Le singole responsabilità vanno esercitate e giudicate in merito ai risultati perseguiti e raggiunti e non possono, soprattutto quelle economiche, essere in qualche modo espulse, da un pensiero sbagliato come quello che tanto c’è il Partito che paga – (questo pagare, per le condizioni oggi create, significa per il Partito l’impossibilità a continuare ad esistere).

Rina Gagliardi

I problemi di Liberazione non possono essere affrontati soltanto nella chiave del nostro dibattito interno: essi, prima di tutto, rinviano alla condizione drammatica, in Italia, dell’editoria di sinistra. Sul nostro quotidiano, sul manifesto, su Carta pesa prima di ogni altra cosa la politica berlusconiana, così come pesano il clima culturale e la crisi della sinistra. Né va trascurata la crisi della carta stampata, dopo la “grande droga” del biennio 2001-2002 . In questo quadro, diventa essenziale non solo il salvataggio, ma il rilancio di Liberazione.
Al servizio di quale progetto politico ed editoriale? Con quale collocazione? Con quale rapporto con il partito? Domande importanti, sulle quali bisognerebbe discutere a fondo. Ma qualunque sia la risposta, essa non può prescindere da quel bene prezioso che è l’autonomia del giornale. Mi pare alquanto bizzarro evocare, a questo proposito, i principi del mercato e della proprietà, che sono peculiarità ideologiche e politiche del capitalismo. L’autonomia di un quotidiano (se di quotidiano si tratta e non di un bollettino) nasce oggi, nella società complessa, perfino come una necessità concreta – il 90 per cento di ciò che chiamiamo “notizia” chiede, in tempi molto rapidi, capacità di selezione, valutazione e gerarchizzazione. Fuori da questa autonomia, semplicemente un giornale non si può fare – proprio come non si dà un docente che si riduca a megafono esecutivo dei programmi ministeriali. . Ma l’autonomia della ricerca, dell’iniziativa, del tentativo permanente di parlare al pubblico più vasto possibile, che devono caratterizzare un quotidiano, ha un fondamento anche e soprattutto di principio: è un’idea della politica, è una concezione del partito. Quando un direttore prestigioso come Sandro Curzi entrò in conflitto aperto con l’allora segretario del partito, Fausto Bertinotti, e si schierò su una diversa posizione congressuale, il dibattito fu certo aspro. Ma nessuno, al vertice di questo palazzo, pensò che bisognasse sostituire il direttore, o “normalizzarlo”. E fu un buon pensiero.

Alfonso Gianni

Concordo con la relazione di Bellucci sia per il bilancio che per le prospettive. Quando eravamo al governo Liberazione era all’opposizione, eppure non fioccavano critiche sul giornale. Neppure da parte mia che non sono pentito di avere fatto parte di quel governo. Perché l’autonomia del giornale è un valore in sé, perché aggiunge qualcosa alla politica generale del partito, invece di limitarsi a registrarla. Naturalmente il giornale può essere migliorato. Ma secondo il criterio della ricerca della qualità non quello della fedeltà. Mi si può chiedere :chi giudica la qualità? Risponderei, tanto per cominciare, né il mercato né la proprietà, i due cardini citati da Burgio. La qualità è una ricerca continua, una relazione con i fatti, le culture, la voglia di ribellione e di innovazione. Se però il giornale diventa un bollettino di partito la ricerca della qualità è finita. Anche perché nel nostro caso sarebbe un bollettino lottizzato secondo le varie aree e correnti. Un prodotto illeggibile, tranne, forse, che da un ristrettissimo ceto politico. Ci possono essere altri strumenti, come una radio, una televisione, un sito internet. Era quando sostenevo anni fa. Poi si decise di fare un quotidiano. Ora dobbiamo difenderlo. Senza questo punto fermo non ci si può espandere nella comunicazione. In ogni caso i problemi di autonomia aumentano nel caso della comunicazione informatica o radiotelevisiva, se non altro per ragioni di rapidità. Invocare il controllo del partito sarebbe quindi impossibile anche dal punto di vista pratico. Se comunque vogliamo discutere dell’efficacia della nostra comunicazione è un conto. Se invece tutto è finalizzato alla sostituzione del direttore di Liberazione sono nettamente contrario e se dovesse accadere ne trarrei le conclusioni anche per quanto riguarda la mia presenza in Direzione.

Fosco Giannini

Sono d’accordo con la proposta della segreteria, volta – per ciò che riguarda Liberazione – al raggiungimento della parità di bilancio e sono d’accordo che se questo obiettivo non fosse colto occorrerebbe metter mano seriamente al giornale. Poiché così non si può andare avanti: la crisi verticale di vendite di Liberazione sfocia in una paurosa crisi economica che è pagata da tutto il Partito: in queste condizioni il giornale diviene il morto che trascina a fondo il vivo. La minoranza chiede, per il quotidiano, la completa libertà ed autonomia. Prima questione: tale libertà ed autonomia (dal Partito, dalla maggioranza) vi sono già. Chi non ricorda gli articoli di Angela Nocioni contro Cuba e il Venezuela? Chi non ricorda l’articolo di Bifo, in cui si asseriva che l’Ottobre fu una follia sanguinaria prodotta da uno psicopatico come Lenin? E chi non si è accorto che Liberazione è divenuto l’organo della Costituente di sinistra? E che dunque è autonoma dal Partito ma non dalla linea di minoranza?
Seconda questione: come si fa, anche in termini di principio, a chiedere la completa autonomia dal Partito? Vi è, in questo taglio, molto della cultura borghese. Gramsci si era posto il problema del rapporto tra libertà individuale ed organizzazione comunista. La soluzione non era di tipo piccolo borghese (Tutti liberi! Nessuno responsabile!), ma indicava una soluzione attraverso la concezione dell’intellettuale collettivo: una sintesi alta e funzionale alla lotta di classe e alla trasformazione sociale. Nella rubrica delle lettere Sansonetti sfida il compagno Burgio a chiedere le dimissioni del direttore. Ora: la segreteria oggi non pone tale problema, tuttavia vi è stato un Congresso che ha cambiato tutto, dalla linea politica al segretario nazionale. Inoltre siamo di fronte ad un fallimento evidente del giornale. A partire da tutto ciò non sarebbe stalinismo il cambiamento del direttore. Sarebbe fisiologico, mentre coloro che rivendicano il diritto di utilizzare il quotidiano contro la maggioranza del partito operano un rovesciamento esatto della realtà.

Franco Giordano

Con “Liberazione” i momenti di dissenso sono stati frequenti anche nel corso della mia segreteria. Tra partito e giornale c’è sempre stata una dialettica serrata ed è giusto che sia così. Ma tutt’altra cosa sarebbe mettere in discussione l’autonomia del giornale e la sua direzione. Significherebbe revocare la scelta che, tutti insieme, facemmo, quando decidemmo di chiamare a dirigere “Liberazione” un giornalista come Piero Sansonetti, che non era iscritto al partito e la cui nomina significava appunto scommettere sulla piena autonomia del giornale. Era una scelta politica, e di grande significato.
Non si tratta dunque di difendere un giornale con cui c’è identità di vedute. Non stato così in passato e non lo è neppure oggi. Il punto è tutt’altro: è che mettere in discussione il direttore di “Liberazione” oggi significherebbe tornare su quella scelta politica mettendo in discussione princìpi che vanno molto al di là di questa specifica e pur importantissima vicenda.
Per questo ritengo che mettere in forse l’autonomia del giornale e la direzione di Sansonetti oggi significherebbe mettere in discussione le stesse ragioni della nostra convivenza nel partito.

Claudio Grassi

Boccadutri ci ha descritto con grande equilibrio la situazione economica del partito ma, per delicatezza, ha omesso un dato. E cioè che dal marzo 2009 la situazione si farà molto critica.
Un partito che passa da un bilancio di 20 milioni di euro a uno di 10 milioni di euro – come a noi è successo – può andare avanti come se niente fosse successo?
Dal 2009 non potremo dare nemmeno un euro per Liberazione e dovremo ridurre drasticamente le spese di gestione del partito, altrimenti l’esito del processo sarà il fallimento.
Il partito ha dato 10 milioni di euro al giornale negli ultimi 10 anni; di questi, 5 milioni sono stati dati negli ultimi tre anni. Contemporaneamente le vendite sono scese da 11mila a 7mila copie.
A fronte di questo Ritanna Armeni dice che i bilanci non vanno drammatizzati e che mai il giornale si è trovato in pareggio. Non è vero. Con la direzione Curzi un anno chiudemmo in pareggio e un anno addirittura con un utile. Poi il trend si è invertito e il debito si è fatto più consistente. In questo senso il lavoro del CdA non è stato oculato. In giugno il partito ha comunicato al CdA che avrebbe potuto aiutare il giornale con un intervento di 900mila euro. Già in giugno si dovevano fare proiezioni, capire l’entità della crisi e proporre interventi. Ad agosto il governo ha iniziato a discutere dei tagli all’editoria, ma il CdA si è riunito per la prima volta solo il 4 ottobre.
Infine, due parole sull’autonomia del giornale. È come nel dibattito congressuale, è il solito giochino, da una parte quelli che hanno capito tutto e dall’altra i trogloditi con l’anello al naso. Quando leggo Sansonetti che ci parla dell’autonomia dell’Unità dal Pci mi viene da ridere. Ma ve la immaginate l’Unità che, all’indomani della svolta della Bolognina di Occhetto, avesse titolato: “Viva il Grande Partito Comunista Italiano”? L’idea che nel Pci ci fosse quel tipo d’autonomia per l’Unità e che noi oggi la negheremmo a Liberazione non sta né in cielo né in terra.
Scorgo sulla vicenda di Liberazione lo stesso vizio della Sinistra Arcobaleno, e cioè una presunzione insopportabile. Calano le vendite, aumentano i debiti, il Partito sente il giornale sempre più come un corpo estraneo, ma va tutto bene! Perchè? Perchè lo decide la “Sinistra Illuminata “.

Ramon Mantovani

La segreteria ha avanzato una proposta saggia. Io l’appoggio. Bisogna sapere, però, che è naturale che ci siano opinioni diverse. Mi riferisco a chi propone di chiudere il quotidiano per investire in altri mezzi di comunicazione e soprattutto a chi ha giustamente detto che non si può salvare il quotidiano chiudendo il partito. Non sono legittime, ed anzi sono intollerabili, le posizioni di chi, a partire da Sansonetti, sul Corriere della Sera e in altri organi di informazione, ha descritto una situazione inesistente secondo la quale ci sarebbe un gruppo dirigente che vuole chiudere il quotidiano, con la scusa del bilancio, giacché scomodo e non allineato. Oltre ad essere smentite dalle decisioni di questa direzione questi veri e propri processi alle intenzioni denunciano solo una cultura, questa sì stalinista, che riproposta oggi rasenta il ridicolo.
Presa la decisione di salvare Liberazione io chiedo che si faccia al più presto una discussione sul progetto editoriale e su cosa debba essere l’autonomia di un quotidiano di partito. Fino ad ora non mi sembra che la discussione sia stata seria. A cominciare dalle balzane idee di chi paragona il partito ad una proprietà imprenditoriale.

Graziella Mascia

Sono d’accordo sulla proposta di coprire i debiti del 2008, e la relazione di Bellucci dice che il CdA ha provato in questi mesi ad affrontare strutturalmente il problema, tenendo conto del contesto generale di calo complessivo di lettori di quotidiani. Nel dispositivo finale è necessario rilanciare con forza la battaglia democratica per difendere i giornali di sinistra. A maggior ragione, dopo la sconfitta elettorale non possiamo rinunciare a Liberazione e al suo direttore. Le due cose stanno insieme, perchè il suo valore aggiunto sta proprio nella sua autonomia, e nelle relazioni che questo giornale ha costruito. Basterebbe la foto dei manifestanti di Chiaiano in difesa di Liberazione per confermarlo. Non capisco invece perchè, la tanto declamata conferenza di Chianciano, in cui Piero Sansonetti era stato acclamato proprio per il ruolo svolto da Liberazione sulla questione di genere, oggi sia completamente dimenticata. Eviterei, tra l’altro, in questa discussione di contrapporre lavoratori del giornale a quelli del partito: non è proprio il caso, e dobbiamo salvaguardare tutti. Ma vorrei sottolineare il contributo politico svolto dalla free press in campagna elettorale. Chi non lo capisce significa che non viaggia sui mezzi pubblici. Liberazione contribuisce a tenere aperto un punto di vista critico in una società disastrata, come abbiamo provato noi a fare in tutti questi anni. Quella redazione è un collettivo vero, che ogni giorno si sforza di fare politica. E, ha ragione Rina, l’autonomia di cui ha bisogno è quella della quotidianità, e quindi della stabilità della sua direzione. Senza questa anche la pubblicità è difficile da acquisire.

Leonardo Masella

1) E’ l’ennesima volta che Liberazione, in prima pagina, pubblica un editoriale di Bifo. Oggi con grande rilievo, sull’argomento del ritiro di Cofferati, Bifo dà la linea (opposta a quella del partito), sostenendo che anche se va via Cofferati non cambia niente. Invece il partito sostiene tutto il contrario: cambia tutto perché Cofferati è stato l’apripista dei sindaci sceriffo e la causa principale della nostra uscita maggioranza e dalla giunta comunale. Con il ritiro di Cofferati, a Bologna si apre una nuova situazione nella quale proprio Rifondazione, l’unica forza politica che non si è piegata a Cofferati, può oggi incassare il risultato, anche nella riapertura di una riflessione critica nel Pd e di un nuovo rapporto positivo col Pd, come c’è in quasi tutti i comuni della provincia e in regione. Il commento politico di Bifo sulla prima pagina di Liberazione, invece, da un lato disorienta, dall’altro lato giunge a pubblicizzare la sua lista e persino l’iniziativa pubblica con tanto di sala, indirizzo e giorno della prossima settimana ! E’ incredibile e inaccettabile. Per questo motivo chiedo le dimissioni di Sansonetti da direttore di Liberazione. Capisco che forse ci sono motivi ancora più importanti e validi per chiederne le dimissioni, ma per me questo basta e avanza.
2) Proponendo un mese fa la segreteria, Ferrero affermò che sarebbe stata la Direzione a dirigere il partito, non la segreteria. Allora , per favore, chiedo che a tenere Comitati Federali e Regionali, e le iniziative pubbliche, siano chiamati tutti i componenti della Direzione, perlomeno quelli disponibili a sostenere pubblicamente la linea politica approvata a Chianciano.
3 ) Chiedo di ripristinare la pubblicazione su Liberazione delle sintesi delle relazioni, conclusioni e interventi della Direzione, affinché i compagni possano capire meglio il dibattito e la linea del partito.

Adriana Miniati

Premesso che gli Autoconvocati di Firenze sono stati da Liberazione per oltre un anno sistematicamente penalizzati, tanto che nessun articolo, commento, lettera , rettifica è stata pubblicata fino al casus belli dell’Appello pubblicato dal manifesto, dopo il diniego del “nostro” giornale, a testimonianza di una linea editoriale non equilibrata e anzi sbilanciata a favore, sia prima che dopo il Congresso di Chianciano, della gestione Giordano e della mozione 2, ritengo che un quotidiano che si qualifica, in 1° pagina, “giornale comunista” e in ultima, “Quotidiano del Prc”, ha come proprio compito, pur nel rispetto dell’autonoma espressione dei giornalisti, il saper rendere visibile e fruibile, nell’equilibrio complessivo del giornale, la linea politica del Partito. Questo giornale da molti mesi non è il giornale del Prc: lo stato attuale dell’arte è che il Partito si sta privando del “suo “quotidiano, pur spendendo per esso, in costante caduta di lettori e di vendite, fino al dimezzamento, nel 2007, cifre che lo stanno portando al collasso finanziario, mentre il successo della linea editoriale dovrebbe essere la prima preoccupazione di un direttore e di un giornale. Quale la causa di tanta leggerezza ? Circa l’articolo della Armeni, posto in prima pagina, che “non crede ai bilanci”, ma crede che il Prc sia “privo di una credibile proposta politica”, accusa l’attuale dirigenza del Partito di voler normalizzare il giornale e di essere in preda a un desiderio di dissoluzione, osservo che dunque la Armeni ha apprezzato lo specchio (di cui ora il giornale non avrebbe più bisogno) che ha sinora realizzato, rimandando l’immagine debole e soprattutto sconfitta, dagli elettori, della Costituente della sinistra, mentre il “cupio dissolvi” appare un’evidente proiezione del desiderio e della pratica che la parte sconfitta a Chianciano sta attuando, che è quella di dissolversi in qualcos’altro che è stata già ritenuta inutile dai nostri elettori. Ciò che viene in mente è che questa parte politica, nonostante la realtà si sia ribellata a questo dissolvimento, afferma con reiterata protervia ” tanto peggio per la realtà”. Sostengo la proposta avanzata dal compagno Ferrero.

Roberto Musacchio

Mi è capitato di scrivere in una lettera che accompagnava il mio abbonamento a Liberazione il ricordo di una frase di Luigi Pintor sul tema del rapporto tra partito (allora il PDUP) e il giornale (allora il manifesto ). La metafora di Pintor era quella di una colomba (il giornale) che le mani (il partito) non devono né soffocare né far volare via per sempre. Ho vissuto ai tempi della nuova sinistra momenti di crisi nei rapporti partiti/giornali. Noi del PDUP ragionammo anche sul “riprendere il giornale”, ma poi scegliemmo le strade della politica e il manifesto è ancora vivo. Altri scelsero strade più brusche, ma quei giornali sono poi morti. La soluzione non è né la separazione né la repressione ma la politica. E l’autonomia del giornale è un bene. Ci aiuta tra l’altro a stare assieme oggi che le nostre impostazioni sono così diverse. Né si può dire che io mi ritrovi sempre nella linea del giornale. Se penso ai tempi del governo Prodi, col giornale all’opposizione, ho molto “sofferto”. E chi ha cambiato idea su quella fase forse dovrebbe dare ragione all’autonomia del giornale.

Alfio Nicotra

L’unica cosa che questa direzione non può fare è infischiarsene di chi rischia il posto di lavoro a Liberazione. Chiedo però che sia monitorata la situazione anche dei tanti compagni e compagne che hanno già perso o rischiano di perdere il posto di lavoro nel partito in seguito al taglio drastico dei contributi ai territori fatta nei mesi scorsi dal nazionale. Quello che omette Ritanna Armeni, quando scrive che Liberazione è sempre stata in rosso e non si capisce quale sia la novità oggi, è che il 13 e 14 aprile non abbiamo preso il quorum e che dal 2011 non avremo più il finanziamento pubblico. Questo cambia tutto e da parte di tutti, Liberazione e Partito, sarà indispensabile fare pesanti sacrifici equi e condivisi. Dobbiamo prendere atto che è fallita la nostra sfida di fare un quotidiano cartaceo che in qualche modo si reggesse sulle proprie gambe. Una media di perdita giornaliera di 15mila euro per vendere solo 7mila copie significa che dobbiamo ripensare seriamente all’efficacia di questo strumento. In tutta Europa, con la sola eccezione pagata con un brutale ridimensionamento dei costi e di personale, solo in Francia con L’Humanitè esiste un partito di sinistra con un proprio quotidiano cartaceo. Nel nord Europa, per esempio Olanda e Danimarca, i partiti di sinistra si sono dotati di un quotidiano on line che ha molti più lettori, nonostante il bacino potenziale assai inferiore, di Liberazione. Con molte meno spese e recuperando parte delle professionalità che non vanno disperse oggi a Liberazione, sarebbe possibile fare un quotidiano on line magari affiancato da una radio e da una Tv via web. Ci sarebbe anche una maggiore partecipazione dei territori con la costruzione di redazioni decentrate. Un dibattito serio e sereno dovrebbe spingerci tutti sul terreno dell’innovazione per parlare meglio e con più efficacia al Paese. Per questo dovremmo darci tutti la mano e smetterla di usare Liberazione per le nostre dispute interne. Qui ne usciamo solo tutti insieme e non un pezzo contro l’altro.

Simone Oggionni

I problemi di Liberazione sono di due tipi: lo stato delle finanze e il suo rapporto politico con il partito editore. In un dibattito non viziato da scorie congressuali, l’attenzione di tutti sarebbe rivolta verso il primo dei due punti, perché è chiaro che se non si giunge ad un esito felice del problema dei conti non ci può essere alcuna discussione sul secondo ordine di questioni.
Sul bilancio del giornale: 2 milioni e mezzo di deficit annuo è una cifra incompatibile con i bilanci del partito; è significativa anche la composizione del deficit, perché la diminuzione della pubblicità indica una minore attrattività del giornale per gli investitori e la diminuzione degli introiti derivanti dalle vendite indica un affievolimento del consenso (abnorme rispetto alla flessione diffusa altrove); 4 milioni e 416mila euro farebbero chiudere il partito in un anno e mezzo. E la libertà del partito di vivere viene prima anche della libertà del giornale di sopravvivere.
In una discussione equilibrata, mi fermerei qui. Però sono accaduti alcuni eventi che costringono a discutere del rapporto politico tra il giornale e il partito: si apre una vertenza dei dipendenti contro la proprietà prima ancora di convocare il tavolo di trattativa; si scrivono comunicati che accusano la segreteria di voler chiudere il giornale; si apre un blog sul quale si alternano gravi atti di accusa a ridicolizzazioni. E soprattutto proseguono articoli che smentiscono la linea del partito. Non intervengono dialetticamente, ma propongono posizioni opposte alla linea del partito. Chiedo a Sentinelli se questi articoli sono provocazioni, come lei dice, oppure semplici ed espliciti atti di contraddizione della linea del partito (che, in quanto tali, provocano soltanto disorientamento).
E cosa hanno a che fare con l’apertura all’esterno, l’autonomia professionale, la rivendicazione della libertà di scegliere una propria linea editoriale (le priorità, l’ordine dei temi, il profilo con cui si interpretano i fatti)? Nulla. Da questo non discende la richiesta di dimissionare il direttore, ma quella di porre a tutta la redazione un disagio crescente di tantissimi compagni che, in quanto tale, va ascoltato.

Gianluigi Pegolo

La situazione in cui versa il giornale è drammatica. Non vi possono essere equivoci ed è sorprendente che Ritanna Armeni, membro del CdA, possa ritenere che vi sia in corso una drammatizzazione strumentale dei dati economici del giornale. Di fronte al calo ininterrotto delle vendite dal 2001 c’è da chiedersi come mai nessuno sia intervenuto. La mia impressione è che accanto alla leggerezza di un partito che contava su risorse sicure, e che pertanto non si faceva carico del debito crescente a carico del giornale, vi sia stata una direzione e in larga misura una redazione totalmente indifferenti, molto più interessate alla tutela del proprio ruolo anziché al successo di quella esperienza editoriale. Oggi non vi sono dubbi: occorre riportare a pareggio per il 2009 il conto economico, pena non solo la chiusura di Liberazione ma anche il crollo finanziario del partito. Questo significherà la proclamazione dello stato di crisi, ma non vi sono alternative. Il punto, tuttavia, non eludibile è lo scarso interesse che suscita il giornale nel suo pubblico potenziale e l’ostilità sempre più estesa del partito. Di fronte a questi dati l’appello all’autonomia serve a poco, ed è per molti versi fuorviante. Non si tratta qui di trasformare Liberazione in un bollettino di partito, ma di farlo rientrare in un progetto politico compatibile con le finalità del partito. Ed invece le dissonanze si moltiplicano. Non solo: in molti casi il giornale si pone in esplicita antitesi con la linea del partito, usando talvolta toni e giudizi inaccettabili. L’esiguità delle vendite indica, inoltre, che il giornale sta perdendo un rapporto con la società. La gelosa rivendicazione dell’autonomia in questo caso tende ad assumere una valenza negativa, perché suona come la mancanza di volontà di indagare le cause di tale inadeguatezza e l’indifferenza verso il grado di apprezzamento che il giornale ottiene fra i lettori. Il nuovo piano editoriale non potrà prescindere dall’esigenza di affrontare questo nodo.

Patrizia Sentinelli

Ho molto apprezzato le relazioni di introduzione. In particolare Bellucci ha fornito elementi di contesto molto utili alla nostra discussione relativi alla grave difficoltà in cui versa tutta l’editoria di sinistra minacciata ulteriormente dalla nuova normativa che peraltro è ancora in evoluzione. Perciò non ritengo utile discutere del quotidiano, del calo delle copie vendute come se fosse un caso anomalo nel panorama della stampa politica. E’ bene poi tenere conto della situazione in cui siamo: crisi della politica, sconfitta elettorale, governo delle destre. Certo c’è un problema economico, ma, nella nuova fase, c’è bisogno anche di Liberazione che l’attuale direzione rende vivace e capace di stimoli, proprio come ha detto un autorevole intellettuale, Edoardo Salzano, pochi giorni fa. Liberazione è uno spazio di democrazia perché è anche spazio di ricerca e di confronto provocatorio. Sono pertanto d’accordo con la proposta avanzata dalla segreteria volta a rilanciare il giornale impegnando il Cda a presentare un piano di ristrutturazione e di riequilibrio di bilancio. Non mi convince chi dice che si potrebbe sostituire il quotidiano su carta stampata con altri strumenti. In realtà è tutto difficile in questa fase e, siccome discutiamo della forma partito, ma ci teniamo un partito assai “pesante”, tutto interno alla concezione novecentesca, perchè allora dovremmo per essere più nuovi cominciare a liquidare il giornale? Liberazione è un valore, va difeso nella sua autonomia, per contribuire alla ripresa di iniziativa e a una ricostruzione di nuovi saperi e di una nuova cultura per la sinistra. Promuovendo forme di inchiesta e di approfondimento sulle dinamiche economiche, politiche e sociali.

Marco Veruggio

Qualsiasi editore, di fronte a un giornale che vende 7mila copie si porrebbe il problema della linea editoriale. Tanto più se si tratta del giornale di un partito con 90mila iscritti e milioni di votanti. E’ vero che tutta la stampa di partito è in crisi, ma i nostri iscritti non trovano la voce del Partito rappresentata sulla stampa ufficiale. Eppure non comprano Liberazione e – visto che abbiamo lanciato centinaia di inchieste – forse sarebbe il caso di farne una chiedendo loro perché non comprano il giornale. Poi andrebbe aperta una discussione collettiva sul progetto editoriale: quale giornale per quale partito? Abbiamo parlato di un partito immerso nelle lotte e nei movimenti e allora dovremmo discutere di un giornale funzionale a questa scelta, un giornale dove trovare ciò che la stampa ufficiale non dice, e sulla base di questa discussione prendere delle decisioni riguardo alla direzione di Liberazione. Cioè scegliere una direzione adeguata al giornale che vogliamo fare. Alcuni compagni hanno detto che si vuole trasformare Liberazione in un bollettino di partito. Io non voglio un bollettino di partito, ma noto che in questi anni Liberazione è stato il bollettino di una parte del partito, il che mi sembra decisamente peggio. Infine c’è un problema economico, che non riguarda soltanto il giornale, ma il complesso del Prc. E’ evidente che bisogna tornare all’autofinanziamento, ma anche rivedere le regole che ci siamo dati riguardo alle rimesse degli istituzionali e alle retribuzioni dei funzionari e degli stessi dipendenti di Liberazione. E’ vero che questi prendono in media la metà di un giornalista del Corriere, ma credo che – e vale per tutti noi – la nostra pietra di paragone dovrebbero essere le retribuzioni medie che portano a casa i lavoratori italiani.