Gli immigrati di seconda generazione.

A colloquio con il giovane scrittore Abdelkader Benali, olandese di origini marocchine
A Rotterdam, fra tradizione e ribellione

E’ l’ultima notte dell’anno, trascorrono gli ultimi istanti. In una sala parto c’è l’attesa per la nascita del primo figlio di una giovanissima coppia. Lui è Mehdi, figlio di immigrati marocchini, cresciuto in una famiglia molto legata alle proprie radici eppure dotato di spirito di ribellione. Lei è Diana, olandese, bionda, spigliata. Il bambino che sta per arrivare è già un individuo autonomo e possiede un talento magico, quello di leggere nel passato e di conoscere la storia delle persone che l’hanno preceduto. E’ con i suoi occhi, con le sue parole che si snoda la galleria di personaggi di La lunga attesa (Fazi Editore, pp.256, euro 13,50), il secondo romanzo del giovane scrittore Abdelkader Benali, nato in Marocco, ma residente in Olanda fin da quattro anni.
L’irruzione di materiale autobiografico nella scrittura di Benali è evidente, il romanzo riflette la condizione di vita degli immigrati di seconda generazione nei paesi occidentali, nella fattispecie l’Olanda. Da un lato, c’è il passato da cui si proviene, le radici della famiglia in cui si è nati e cresciuti; dall’altro, il futuro, l’immersione in un’altra cultura, la frequentazione delle scuole del paese in cui si vive, la libertà individuale di scegliere la propria strada. Benali elegge a protagonista un bambino non ancora nato, eppure già formato tra queste due predisposizioni, quella di leggere il passato e quella d’avere già una propria autonoma capacità di giudizio sugli eventi che racconta.

«Chi nasce cammina verso il futuro, ma ha gli occhi rivolti al passato», spiega Benali, a Roma per presentare il libro. Il romanzo prende forma dalle parole del bambino che racconta le storie del microcosmo familiare. «Raccontare attraverso la scrittura è già una forma di conoscenza e di scavo nel passato. Scrivere per me significa ritrovare le radici, affondare nel passato della storia da cui si proviene. Ma la scrittura è anche un modo per rielaborare quel passato e disporsi al cambiamento».

Contrariamente a quel che si pensa – che con ogni individuo, al momento della nascita, inizi una storia nuova, senza rapporto con quella precedente – La lunga attesa prende spunto dalla situazione opposta: nascere è «una forma di memoria».

«Io sono nato e cresciuto in una famiglia marocchina – racconta Benali – molto legata alle proprie tradizioni e alle proprie radici. Quando si viene al mondo troviamo davanti una famiglia con una storia e una cultura alle spalle, già formata». Ma è vero anche che «ogni persona sente il bisogno di autonomia, di libertà, di costruire una strada nuova, individuale, che non sia già scritta nel destino e nella tradizione della propria famiglia. Ecco, volevo scrivere un romanzo con un personaggio che tenesse assieme questi due aspetti contrari: la ricerca delle radici e della storia passata, da un lato, e la spinta dell’individuo a tagliare le radici, così tipica del postmoderno, dall’altro».

Anche la condizione di chi vive come immigrato di seconda generazione in un paese diverso da quello originario dei propri genitori, assomiglia a quello dello scrittore. Anche lui scava nel passato e spesso succede – come nel caso dei figli degli immigrati arabi – che riscoprano «usanze e simboli delle proprie radici. Molti giovani leggono libri, cercano in Internet, tentano di sapere qualcosa di più sulla cultura del paese da cui provengono i genitori. E si costruiscono un’identità, soltanto che, il più delle volte, si tratta di un’identità reinventata».

Nel caso dell’Olanda il panorama è ancor più frastagliato, esiste in quel paese una tradizionale forma di tolleranza che affonda le radici nel XVII secolo, improntata ai valori liberali della convivenza e al riconoscimento dei diritti individuali. «Ma alla fin fine quella tolleranza può dar luogo addirittura a una forma di superiorità, di giudizio sufficiente o negativo per tutte quelle culture ritenute arretrate, soprattutto nei confronti del mondo arabo identificato sommariamente con la chiusura culturale, con il velo delle donne e la mancanza di diritti. Nel concreto tolleranza significa lasciar vivere chi è straniero nel proprio angolo a condizione che non disturbi l’altro». C’è poi anche uno specifico tabù che vieta di “parlare male” degli immigrati. «Durante l’occupazione nazista gli stessi collaborazionisti olandesi – e in misura consistente – gestirono in prima persona la deportazione degli ebrei. Il divieto della xenofobia è ovviamente positivo, ma rischia d’essere solo un atteggiamento in superficie, sotto la quale covano risentimenti mai espressi e che possono venire fuori in maniera pericolosa. Qualcosa è esploso nel dibattito del paese dopo l’assassinio di Pym Fortuyn e Theo Van Gogh».

Diverso è il caso italiano – che Benali conosce molto bene – dove immigrati e popolazione nativa vivono fianco a fianco senza entrare mai in contatto. «In Italia, gli immigrati fanno lavori umili che nessuno vuole più fare o è disposto a fare per salari miseri. Sono una classe sociale bassa. Molti di loro sono contenti di vivere in un paese occidentale, possono lavorare e vivere, anche se sono costretti a dire sempre sì. Bisognerà aspettare che cresca una seconda generazione, che i figli degli immigrati frequentino le scuole italiane, che acquistino piena coscienza dei propri diritti. E potranno rivendicarli nella stessa lingua di Dante, di Calvino, di Saba».