Gli «autoconvocati» fanno il pienone

Diciamoci la verità. Che in un assolato principio di week-end romano, in pieno luglio, oltre 600 persone affollassero dalla prima mattina il centro congressi in cui era stata autoconvocata un’assemblea in sostegno degli otto senatori «dissidenti» sull’Afghanistan, andava ben oltre la fantasia di chi l’aveva pensata. E che con loro ci fossero anche altri quattro senatori (Tibaldi e Palermi del Pdci, Salvi dei Ds e Franca Rame) nonché personaggi del mondo dello spettacolo come Beppe Grillo e Dario Fo, autorevoli esponenti del pacifismo come Gino Strada e Alex Zanotelli e addirittura un vescovo come monsignor Raffaele Nogaro da Caserta, dice di come i promotori abbiano intercettato un sentimento finora rimasto impigliato nelle secche della realpolitik.
Lo testimoniano i sorrisi a trentadue denti di Salvatore Cannavò, deputato trotsko-rifondarolo con ampi trascorsi nei social forum, e che ora si sente legittimato più di prima nel contestare la linea «menopeggista» del suo partito che ha scelto di optare per la «riduzione del danno» e votare sì al rifinanziamento della missione in Afghanistan dopo otto no consecutivi quando era all’opposizione. E lo dicono i volti distesi dei senatori «disobbedienti», notevolmente rafforzati dal bagno di folla e dal mandato ricevuto dall’assemblea.
A sintetizzarlo un documento finale in quattro punti, letto dal moderatore Tommaso di Francesco, storico redattore del manifesto: «Solidarietà al popolo palestinese, via dall’Iraq e dall’Afghanistan, via le basi militari e il nucleare dal suolo italiano, riduzione delle spese militari». Era iniziata invece con una bandiera palestinese, un’altra arcobaleno e uno striscione «da Roma a Gaza pace giustizia e dignità». Poi i fuochi d’artificio, che non risparmiano nessuno di chi voterà sì alla missione afghana. Nessuno lo dice esplicitamente ma per molti il grande imputato si chiama Rifondazione comunista, visibilmente presente con le minoranze interne ma con la diserzione della maggioranza, fatta salva qualche presenza a titolo individuale. Eppure, in platea non ci sono solo «estremisti» o rappresentanti del ceto politico ma si incontra di tutto: giovani militanti, rifondaroli critici, il trotskista Marco Ferrando in prima fila, il militante ex diessino che applaude Casarini quando dice che «tireremo le uova» davanti a Montecitorio ma a patto che «non facciamo tornare Berlusconi al governo», la mite deputata verde Tana de Zulueta.
Beppe Grillo in collegamento telefonico con la consueta verve definisce la guerra «un’operazione di marketing perché l’ha voluta un governo di pubblicitari», e che dunque farà dei «morti di marketing». Dario Fo invece è presente in carne e ossa per dire che non ci sta a «dire sì a una guerra per garantire un equilibrio di interessi». Poi tuona contro le spese militari. Gino Strada parla da Kabul ed è così teso che «questa volta l’intervento me lo sono scritto e ve lo leggo». E’ durissimo: «In Afghanistan si combatte per tenere in vita il traballante regime di Karzai, lo sanno tutti tranne, sembra, la politica italiana. Il voto bipartisan al rifinanziamento dimostra il servilismo dell’Italia nei confronti degli Stati uniti». Ancora di più lo è nei confronti dei pacifisti e della sinistra al governo: «Si è arrivati addirittura ad usare il termine pacifismo per giustificare una guerra secondo alcuni giusta. Non chiamiamoci pacifisti ma diamo vita a un movimento contro la guerra. Non ci può essere nessun compromesso con la vita delle persone, non si può barattare una guerra per non far cadere il governo». Piero Bernocchi dei Cobas parla di «scontro serio» perché il «passaggio alla guerra concertata» non riesce proprio a digerirlo. Non ci va leggero nemmeno Casarini: «Alla faccia dell’altro mondo possibile. Rifondazione ha parlato per due anni di non violenza e di cambiare il mondo senza prendere il potere, ora ritiene più importante il governo di tutto il resto e stende una cortina fumogena su quello che sta accadendo in Afghanistan».
Parole come pietre che certo non aiutano nemmeno a migliorare i rapporti all’interno del movimento, diviso tra chi sostiene l’idea di procedere con passi graduali verso il ritiro dall’Afghanistan e chi invece si mantiene fermo su posizioni «senza se e senza ma». La comunicazione tra i due mondi è al momento a dir poco scarsa se non conflittuale, una parte di peso della galassia pacifista si è tenuta ben lontana dall’incontro di ieri, a partire da Arci e Cgil per finire alla Tavola della pace. Della Fiom interviene Alessandra Mecozzi, ma solo «a titolo personale». Franco Russo, rifondarolo di maggioranza e vicino alle posizioni del no, prova una difficile mediazione. Ma l’armonia dei tempi dell’Iraq è ormai un ricordo. «E’ la sindrome da governo amico che ormai dilaga in certi settori», chiosa Bernocchi. Ma il successo dell’assemblea ora galvanizza gli animi e spinge a ipotizzare un ritorno in campo del movimento no war. La prima volta in massa con il nuovo governo, a fine settembre a Roma. Chi ci sarà è tutto da vedere.