Gli arabi contro la guerra e i governi

Tensione Egitto-Siria: convocato l’ambasciatore al Cairo per le proteste anti-Mubarak; Barhein «esplosivo». Chiusa l’ambasciata Usa a Manama (dove vivono seimila militari Usa). Clima infuocato, contro i rispettivi regimi, in Egitto e in Giordania

GERUSALEMME
«L’amministrazione delle Bande Unite d’America ha sfidato il mondo, preparando una caduta e un crollo di tutte le istituzioni, come gli Stati Uniti, La Nato, l’Unione Europea». Così scriveva ieri Akhbar Al-Khalij (Notizie del Golfo), il principale quotidiano del Bahrein. Frasi taglienti che poco si conciliano con il sostegno all’attacco militare americano all’Iraq offerto da questo piccolo Stato che ospita la sede della V Flotta degli Stati Uniti. Ma questa è la contraddizione che segna gran parte del mondo arabo: le popolazioni sono schierate con l’Iraq, i regimi invece con l’attacco Usa. Solo che nel piccolo Bahrein il clima si è fatto esplosivo, più che in altri Paesi arabi palcoscenico ormai quotidiano di manifestazioni oceaniche contro la guerra. L’ambasciata Usa a Manama è stata costretta a chiudere di fronte all’intensità della protesta popolare contro l’attacco all’Iraq e ieri i cittadini americani in Bahrein (circa 5 mila, in gran parte militari) sono stati invitati ad evitare locali pubblici e luoghi affollati. Sabato scorso 200 studenti rimasero coinvolti in scontri di estrema violenza con la polizia, proprio di fronte all’ambasciata americana. Una protesta che mina la stabilità del regime, come accade in altri paesi. In particolare in Giordania ed Egitto, stretti alleati degli Stati Uniti. La preoccupazione di Hosni Mubarak, ad esempio, non è la guerra ma la sua durata: non ha dimenticato gli slogan degli studenti che la scorsa settimana nelle strade del Cairo scandivano «Gamal (il figlio del rais) metti in guardia tuo padre, noi lo odiamo». Non riposa anche Re Abdallah che ha visto la folla attraversare il centro di Amman urlando: «Ascoltate, ascoltate, per un solo dollaro hanno venduto Rawashid», ovvero la base militare nel deserto orientale giordano dove vengono ospitati una buona parte dei circa 6 mila soldati americani che partecipano alle operazioni nell’Iraq occidentale. E la manifestazioni popolari fanno salire anche la tensione tra i vari regimi. Ieri il ministro degli esteri egiziano Amhed Maher ha convocato l’ambasciatore siriano al Cairo per esprimere il forte disappunto del governo egiziano per gli slogan ostili contro Mubarak scanditi nelle strade di Damasco da migliaia di dimostranti. I leader arabi continuano a chiedere la fine della guerra ma in realtà pregano per il crollo di Saddam Hussein e una rapida occupazione anglo-americana dell’Iraq. La resistenza irachena alle superiori forze nemiche viene vista da molti regimi come un «ostacolo», un pericolo che rischia di far crescere il fermento, specie tra i più giovani. Tuttavia il sangue delle centinaia di soldati e fedaiyn iracheni che ieri ha bagnato la sabbia di Najaf durante la battaglia con il 7.o Cavalleria Usa, non farà altro che generare nuova solidarietà all’Iraq da parte delle popolazioni arabe. Le tv satellitari hanno puntualmente riferito che a nord e sud di Najaf, la città santa degli sciiti a circa 180 km a sud di Baghdad, centinaia di iracheni armati solo di mitra e qualche lanciarazzi hanno tentato l’impossibile e sono stati massacrati dalle forze americane, riuscendo solo a mettere fuori uso due carri armati. Oggi sono previste nuove manifestazioni in vari paesi arabi. Le più importanti si annunciano però per domani, subito dopo la preghiera islamica del venerdì. Il fuoco della protesta, prevedono tutti, avvolgerà soprattutto il Cairo, Amman, i Territori occupati palestinesi, lo Yemen e il Bahrein. Intanto Israele dopo aver incitato per mesi Bush ad attaccare l’Iraq – Sharon già lo scorso agosto aveva esortato Bush a non avere esitazioni – ora annuncia il calendario delle prossime tappe della «guerra preventiva»: prossima «tappa» l’Iran, appartenente all’Asse del male descritta da Bush. Lo ha detto a Gerusalemme, in un incontro con diplomatici e giornalisti, Uzi Arad, direttore dell’Istituto di Strategia e Politica del Centro Interdisciplinare di Herzliya nonché ex consigliere politico dell’allora premier Binyamin Netanyahu. Dimenticando che Israele possiede, violando la legalità internazionale, almeno 200 testate atomiche, Arad ha detto che «ci sono prove schiaccianti sui progetti militari iraniani che si trovano soprattutto negli archivi segreti di Parigi e Mosca» con riferimento particolare al reattore atomico che l’Iran sta completando a Bushir, con l’aiuto della Russia. Il fatto che l’Iran abbia firmato, a differenza di Israele, trattati contro la proliferazione di armi non convenzionali e che il reattore di Bushir sia sottoposto ai controlli dell’Aiea, per Arad non rappresenta un «certificato di buona condotta». «E’ tempo che anche in Occidente si cominci a discutere del problema» ha concluso Arad incalzando «la logica americana di agire preventivamente».