Gli americani antiamericani

Strilla Berlusconi: il centrosinistra è antiamericano. Uffa. L’abbiamo già sentita: le solite targhette ideologiche sbandierate quando mancano gli argomenti di merito. Una risposta ci sarebbe: un’alzata di spalle, il silenzio dell’indifferenza, e parliamo di cose serie. E invece eccoci tutti ancora a rispondere a Berlusconi, a prenderlo sul serio, scusarci, spiegarci (è stato autorevolmente detto che «siamo più filoamericani dell’Arabia Saudita»: non un bel biglietto da visita, per un governo democratico!). Il problema allora non è lui, ma una sinistra tanto carica di sensi di colpa esagerati e frettolose abiure ideologiche da aver paura di quel tanto di autonoma dignità che ogni tanto riesce ad esprimere.
Intanto, il presidente Bush annuncia che anche se l’aula sorda e grigia del Congresso non è d’accordo, lui tirerà diritto. Intanto, gli Stati uniti continuano a impiccare in Iraq e a bombardare in Somalia per interposizione e scontata concessione di governi fantocci. E la maggioranza degli americani dice su questa situazione più o meno le stesse cose che diciamo noi, e si prepara a ripeterle in strada. Un tempo, avrebbero chiamato anche loro «un-american», antiamericani; oggi, anche se qualche ideologo esagitato come Cheney dice che fanno il gioco di Al Qaeda, nessuno nega che sono anche loro America. Un tempo, molti di noi li avrebbero chiamati «l’altra America»; e invece Cindy Sheehan e la sua gente sono America, non meno di Lynndie England e di Donald Rumsfeld. Proprio per questo ci hanno messo tanto a mettersi in movimento: perché sono America, credevano che Bush e Cheney fossero il loro governo, e dover ammettere che non lo è gli toglie davvero la terra sotto i piedi. Gli ci vuole coraggio, e alla fine lo trovano, e hanno bisogno di sentirci vicini.
Bel paradosso, doversi difendere dall’accusa di antiamericanismo proprio nel momento in cui si è d’accordo con la maggioranza degli americani. Come si spiega? In primo luogo, con la diseguale distribuzione del diritto di parola: i critici e dissenzienti interni possono parlare perché sono americani; noi dobbiamo dimostrare di esserlo, e possiamo dimostrarlo solo astenendoci dal dissentire e criticare. Poi, il paradosso si spiega con quell’identificazione acritica di governo, società, cultura che gli Usa promuovono e che trova credito anche fra noi: il paese più plurale (non necessariamente più pluralistico) del mondo si rappresenta come se fosse il più monolitico, per cui una critica a una sua parte è intesa come una critica al tutto, quindi come un pregiudizio. E si spiega infine con l’ambiguità di quella parola, «fedeltà», che gira nei discorsi di questi giorni. Di che fedeltà stiamo parlando? C’è una fedeltà di amici e alleati fondata sulla reciprocità e rispetto di regole comuni; e c’è una fedeltà servile, unidirezionale, diseguale. Se noi siamo fedeli agli Stati Uniti, gli Stati Uniti sono fedeli a noi, se li rispettiamo ci rispettano? Lasciamo stare Abu Omar, ma dice niente il Cermis?
Per finire. Il pregiudizio antiamericano non è né più sbagliato né più illegittimo del pregiudizio filoamericano di chi agli Usa dà ragione a priori e scatta sull’attenti a comando. Sono due paraocchi che inibiscono sia la critica ragionata, sia il consenso avvertito e consapevole. Non dobbiamo avere paura di dare ragione agli Stati Uniti quando ce l’hanno, ma quando ci vuole – e di questi tempi ci vuole assai – è atto di ragione, e non di pregiudizio, dire ad alta voce che il loro governo e la loro politica stanno, loro sì, dalla parte del torto.