Gli affamati ci guardano

Il messaggio lanciato ieri a Roma dal direttore generale della Fao, Jacques Diouf, all’apertura della Conferenza della Fao, l’organizzazione delle Nazioni unite per il cibo e l’agricoltura, era sconsolato. «Invece di diminuire, il numero degli affamati nel mondo sta crescendo, al tasso di 4 milioni l’anno». La Conferenza aveva per tema la presentazione del rapporto annuale, dal titolo: «Lo stato di insicurezza alimentare nel mondo», familiarmente indicato come Sofi. E Diouf continuava così: «Sono profondamente amareggiato di dovervi informare di una situazione che resta intollerabile e inaccettabile» soprattutto per il fatto che sono già trascorsi dieci anni.
E’ stato infatti nel 1996, a Roma, che 185 paesi hanno preso l’impegno di dimezzare nel giro di vent’anni – il termine fissato era il 2015 – il numero degli affamati nei paesi in via di sviluppo che erano allora 800 milioni.
La cifra era diminuita in un modo apprezzabile, dai 823 milioni degli anni 1990-1992, presi come base di partenza e si sperava che la tendenza favorevole potesse continuare. Invece oggi, nel 2006, si è tornati a 820 milioni, cui vanno aggiunti gli affamati delle economie in transizione – la Russia, gli altri paesi dell’ex Urss e l’Europa dell’Est – che contano per 25 milioni e quelli dei paesi ricchi e industrializzati che sono indicati in 9 milioni. In tutto si tratta di 854 milioni di persone che mancano del necessario nutrimento.
I 9 milioni dei paesi ricchi, come l’Italia, sono la prova dell’incuria con la quale i governi affrontano questa situazione. Ma il problema intollerabile, per riprendere la parola di Diouf, riguarda i paesi in via di sviluppo. Negli anni novanta si è verificata un’inversione di tendenza. Negli anni settanta vi era stata infatti una riduzione di 37 milioni, triplicata quasi dai 100 milioni raggiunti negli anni ottanta. Siccome la speranza è l’ultima a morire, il rapporto Diouf continua a considerare la possibilità che nel 2015 «solo» un decimo della popolazione mondiale manchi di cibo, contro il 20% calcolato nel 1990-92.
Il mondo in via di sviluppo non ha reagito allo stesso modo nel tentativo di combattere i morsi della fame. C’è per esempio il successo della Cina che afferma di voler ridurre, entro il 2015, la sua popolazione di affamati da 194 milioni di persone a 150. A fianco del possibile successo cinese, l’insuccesso probabile dell’Africa sub-Sahariana che rischia di far crescere da venti su cento a trenta su cento le persone affette dalla terribile malattia della fame. Oggi gli affamati in quell’area sono 206 milioni, 40 milioni in più di quelli di 15 anni fa, il periodo campione.
Nel rapporto sono indicate alcune scelte necessarie «per sradicare» la fame nel mondo. Puntare programmi e soldi sui «punti caldi» della povertà e della sottoalimentazione; rilanciare la produttività della piccola proprietà agricola; sviluppare le condizioni che consentano gli investimenti privati, compresa la trasparenza e la buona organizzazione del governo politico; fare in modo che il commercio mondiale agisca in favore dei poveri, con reti di salvaguardia, attivate a favore dei gruppi più vulnerabili; e per concludere questo libro dei sogni, un rapido aumento del livello dell’aiuto pubblico allo sviluppo (Oda) in direzione dello 0,7% sul pil, troppe volte promesso. Il livello italiano, tanto per dire, è poco al di sopra dello 0,1%.
La 32ma sessione della Fao, cominciata ieri, prosegue fino al 4 novembre; saranno presenti i rappresentanti dei paesi ricchi e dei paesi poveri. Questi ultimi dovrebbero parlare per conto dei poveri della terra, degli affamati. E’ dubbio che riescano a farlo, presi come saranno in molte finezze della politica. Forse, per gli affamati, parleranno più liberamente i rappresentanti dei movimenti, coloro che la terra la lavorano, che vivono dei suoi prodotti e vorrebbero che bastassero per tutti.