GIULIETTO CHIESA: «Una guerra tra due diverse barbarie»

Da Mosca, dove si trova in questi giorni, Giulietto Chiesa osserva l’evolversi della crisi mondiale – ovvero della guerra già dichiarata dagli Stati uniti d’America. Quasi superfluo sottolineare che l’ex-corrispondente dall’Urss della Stampa, nonché saggista e scrittore, conosce, se così si può dire, a menadito, non solo la Russia, ma i problemi delle repubbliche ex-sovietiche e dell’Afghanistan (dove è andato per inchieste e servizi per ben sei volte). Oggi l’angolo visuale di Putin è evidentemente di grande interesse politico e geopolitico: proprio da qui muove questa nostra conversazione telefonica.

Contatto con l’Occidente «Che aria tira, a Mosca?» «Un’aria di grande incertezza. Putin e i suoi sono stati sorpresi, come tutti, dagli eventi, e stanno elaborando una strategia. Hanno di fronte due dimensioni problematiche non facilmente conciliabili: la prima, non perdere il contatto con l’Occidente; la seconda, non farsi coinvolgere più di tanto. Sono anche due anime in permanente contraddizione, e relativo equilibrio, nella Russia capitalista». Ma, secondo te, qual è il grado di unità effettivo ai vertici? «Beh, i generali sono ostili ad andare molto oltre la solidarietà nella lotta al terrorismo: anche di questo Putin dovrà tenere conto. Poi c’è la questione cecena, l’odio verso i ceceni: anche su questo la Russia è spaccata in due». Riassumendo, anche a Mosca – dove pure le stragi dell’11 settembre sono state immediatamente e risolutamente condannate – il sentimento, chiamiamolo così, antiamericano è molto diffuso, al punto tale che non potrà non condizionare le scelte centrali. Ma, appunto, che cosa potrebbe fare la Russia nelle prossime settimane? Dice Giulietto Chiesa: «Ci sono due tipi di sostegno agli Usa che sono stati o saranno certamente concessi: informazioni e consigli, prima di tutto, e poi l’uso degli spazi aerei russi. Considero difficile – non impossibile – l’eventuale concessione agli Usa di vere e proprie basi sul territorio, anche per l’arretratezza tecnologica delle infrastrutture ex-sovietiche. Infine, non credo in nessun modo che i russi possano intervenire direttamente nella guerra: il trauma afghano è ancora troppo vivo e cocente».
Il blocco antitalebano Man mano che procede questa chiacchierata, l’orizzonte geografico e politico giocoforza si allarga: davvero l’obiettivo primario di Bush è quello di catturare il demoniaco sceicco? «L’obiettivo primo di Washington, per il momento, è il rovesciamento del regime dei Taleban: su questo, gli Stati Uniti sanno di poter contare sul consenso della Russia, del Tagikistan, del Kyrgyzstan, dell’Uzbekistan e della Cina». Perché anche della Cina? «Tutti questi paesi hanno in casa propria aree più o meno vaste e pericolose di resistenza islamica, direttamente sostenute da Kabul: in Uzbekistan, per dire, c’è una vera e propria opposizione armata, e un’indefessa attività terroristica. E la Cina, che ha già molti problemi col Tibet, si trova a dover affrontare gli Uj Curi, un’area etnica di ottanta milioni di musulmani. Diventa chiaro perché tutta quest’area dell’Asia converge con gli Usa negli immediati interessi anti-afgani». E poi? Via i Taleban, e che succede? «Succede che gli Stati uniti vorranno a Kabul un governo loro, senza mediazioni: hanno già l’uomo giusto, vive a Roma e si chiama Zahir. Già questa soluzione non potrà essere del tutto gradita alla Russia. Men che mai le saranno graditi i passi successivi: poniamo, il bombardamento dell’Iraq…».
Chi è stato? Che questa sia guerra di dimensioni inedite, lo si capisce via via che ci si inoltra nella “semplice” analisi geopolitica: che coinvolge zone ignote, lontane, praticamente sconosciute. Il ragionamento si sposta su ciò che è accaduto a New York e a Washington l’11 settembre: chiedo a Giulietto se ha una chiave di lettura persuasiva anzitutto di quel tragico evento. «La mia ipotesi è che si è messa all’opera una sorta di rete, una cupola internazionale, una struttura molto articolata e organizzata: essa comprende pezzi di servizi segreti di alcuni Paesi, come l’Arabia Saudita e il Pakistan, singoli gruppi strutturati, e singole persone, miliardari arabi cresciuti parassitariamente sul petrolio prima e sulla finanziarizzazione dell’economia mondiale poi. Non credo, invece, che ci sia dietro di essa uno Stato vero e proprio, perché è impossibile per uno Stato impegnarsi in una attività terroristica di questa portata, e non lasciare tracce».
La cupola Ma qual è l’obiettivo politico di questa “cupola”? «E’ l’odio per l’occidente, in tutta evidenza. Attenzione: odio per l’occidente, non per il capitalismo. So di dire una cosa complicata, anzi dialettica: queste persone sono, per un verso, “mostri” allevati dall’occidente, gente che è diventata maestra nel gioco speculativo di Borsa, gente che adotta gli stili di vita più fastosi, depravati e corrotti dell’occidente; per l’altro verso, esse nutrono un disprezzo assoluto per l’occidente, fino al punto da progettarne e organizzarne la distruzione. Come gli oligarchi russi: che vogliono per sè tutto ciò che il capitalismo può offrir loro, ma allo stesso tempo vorrebbero vedere morti americani ed europei». Ma tu consideri tutto questo un frutto interno od esterno alla globalizzazione dell’occidente? «Tutte e due le cose: vengono da fuori, ma sono diventati una cellula impazzita dell’occidente. Se posso usare un’analogia: sono una rotula del ginocchio che si ribella e decide di occupare tutta la gamba. Infatti hanno colpito quando gli Stati uniti cominciavano a vacillare: erano, sono, ben consapevoli della crisi della globalizzazione, e contavano su di un consenso ben più vasto di quello che si poteva immaginare». Una rete complessa, dunque, anche dal punto di vista della capacità di visione del mondo. E adesso? «Adesso la guerra è già stata dichiarata: gli Usa hanno detto a chiare lettere che intendono farsi giustizia da soli, che non sono interessati a legittimazioni di sorta, che intendono mettere in atto tutto ciò che riterranno necessario, e nella misura che loro decideranno. Per il mondo si prepara una fase nella quale i diritti e la libertà saranno drasticamente ridotti».
Guerra endemica Vorrei, a questo punto, una conclusione, sia pure provvisoria. «Te la dò, la mia conclusione, ancorché apocalittica. Noi stiamo andando incontro non a una guerra lunga o prolungata, ma a una guerra endemica. E’ evidente che la strategia americana esclude quella riflessione collettiva sullo stato del mondo, sui mali del mondo, che c’erano ben prima dell’11 settembre e che gli attentati hanno messo a nudo. Ed è altrettanto evidente che, senza un esame critico e autocritico sulle illusioni della globalizzazione, si andrà per forza ad uno scontro di civiltà: per preservare il potere e la ricchezza di cui dispongono, gli Stati uniti sono pronti ad andare a una guerra contro i restanti cinque sesti dell’umanità. Il terrorismo ci metterà del suo per accrescere questo stato endemico». E noi? «Noi rischiamo di rimanere schiacciati tra due diverse barbarie. E di uscirne né sani né vivi».