Giugliano horror tour

Ho letto con interesse l’articolo che Sabina Morandi, sulle pagine di Liberazione del 25 agosto, ha dedicato al “cancro della camorra” nell’area Nord di Napoli, all’aumento esponenziale cioè, in quel territorio, dei tassi di mortalità e morbilità per patologie connesse alle disinvolte modalità di smaltimento dei rifiuti. Abito, in linea d’area, a quattro chilometri da Giugliano, tappa obbligata per ogni traffico di rifiuti che voglia dignitosamente collocarsi sul mercato internazionale; almeno così dicono gli organismi di certificazione di qualità: qualche criminalpol e una decina di magistrature d’Europa. Amministrativamente, risiedo nello sterminato mandamento di Sandokan, al secolo Francesco, della famiglia degli schiavonidi, ma, posso dire di abitare al centro di quello che di volta in volta è identificato come “triangolo della camorra”, “quadrilatero delle mafie” o come qualche altro poligono; qui, ci tengono molto alla precisione geometrica, soprattutto alle questioni perimetrali. Ho letto con interesse l’articolo e ho pensato a mio figlio, di quattro anni e mezzo. Ho letto con interesse l’articolo e ho pensato a me, precario della Sacra Loggia dell’Accademia, che non gli posso offrire una vita migliore altrove; e ho pensato ad Amehd, per cui qui è un altrove clandestino e migliore; e ho sperato che l’appalto del ponte venga assegnato agli Schiavone, in modo che possano prodursi in una delle loro famose deviazioni (si vedano le tre parallele contorte che collegano il litorale domitio al casertano) e collegare l’Africa alla Sicilia, via Aversa. Voi, pensate a Giugliano, 110.000 abitanti, la terza città della Campania per popolazione, la seconda per estensione territoriale, senza un cinema, senza una libreria, e poi pensate, ma solo per un momento, di viverci. Ho letto con interesse l’articolo di Sabina Morandi e ho visto che non ha suscitato interesse. È un buon articolo: qui, siamo abituati a valutare i buoni articoli dal silenzio che suscitano. Se nessuno li riprende, i fatti sono imbarazzantemente veri, le fonti certe. È così l’articolo della Morandi. Dice, con serietà, l’essenziale di tutto ciò che c’è da dire: ci si ammala e si muore a causa delle modalità di smaltimento dei rifiuti, c’entra la camorra e la politica dei rifiuti è probabilmente una cosa sporca. Dice e produce silenzio. Al contrario della stampa nostrana (tranne mezza mano di eccezioni) che da alcuni anni non dice niente e produce infiniti commenti. Si potrebbe leggere tutta la questione meridionale nei fondi di giornale dedicati ai rifiuti: teorie climatiche a spiegare la particolarità, per quantità, tipi e modalità di decomposizione, del rifiuto campano d.o.p.; tipologie caratteriali, con tratti degenerativi di spiccata propensione all’ozio, a determinare la lentezza del ciclo di raccolta e smaltimento… e poi i blocchi; progressivi, regressivi? Ogni tanto qualcuno azzarda che ci potrebbe essere dell’altro, ma ben nascosto. Tutto sarebbe occulto, misterioso. Sospetto ma inarrivabile. E, invece, tutto è visibile. Neanche quell’ultimo rigurgito di vergogna o paura, di vergogna e paura, che spinge al segreto. Si occultano i rifiuti, non il loro occultamento: quando l’appalto è pulito, i camion per la raccolta della spazzatura sono scortati dalla polizia; i contratti sono firmati e depositati; le discariche sono a vista; le colonne di camion abusivi sono in fila lungo l’asse mediano; sui terreni espropriati, comprati, rivenduti ci stai camminando adesso; il furgone che ti viaggia davanti sta facendo scolare lungo la carreggiata lo strano liquido che trasporta, dovrai anche oggi far lavare la macchina, se no arrugginisce. E non aver paura di perderti, ci sono i segnali, di fumo ma pur sempre segnali (quelli stradali sono illeggibili, tutti sforacchiati al tiro al bersaglio: Lusciano, colpito! Melito, colpito! Aversa, sud, colpito!). Le colonne di fumo si vedono da chilometri e chilometri, qui è pianura. Questa è la terra del fuoco. Con un minimo di allenamento semiotico dal colore del fumo si può capire cosa brucia: fumo nero significa copertoni, grigio fitto è la plastica delle serre, nuove nuances, nuovi rifiuti.
Ma, come al solito, ciò che vediamo ci ri-guarda. Qui ci riguarda con gli occhi dei rom. Vivono, sopravvivono, in 500, 600, 700 nella più grande discarica abusiva di Giugliano. In letteratura vengono definiti il “popolo delle discariche”, per rappresentare i luoghi e i modi di vita che imponiamo loro. Qui le metafore non le conosciamo, non ce le possiamo permettere: ma questo Troisi, ne Il postino, ve lo ha già spiegato. Né pane, né rose e loro vivono nella discarica: senza acqua, luce e altre amenità di conforto. Qui è perfettamente evidente la prossimità fra rifiuto solido urbano e rifiuto solito umano. Qui è possibile morire dal freddo, come è successo a Samir, di diciannove giorni. Ve l’ho detto, qui le metafore sono un genere di lusso. È possibile morire dal freddo a diciannove giorni e trovare un consigliere, che nella prima e unica seduta del consiglio comunale che si sia mai occupata dei rom, vi richiama l’attenzione sul fatto che sì adesso va bene il caso Samir, ma quella «zona dove vivono i rom è una zona ASI» e che la Giunta «non perdesse di vista l’originaria partenza di quella zona, cioè quella è una zona di sviluppo industriale». Come dargli torto; sono incalcolabili i profitti derivanti dallo smaltimento illecito dei rifiuti in quell’area. «Io la monnezza la trasformo in oro», si sente in un’intercettazione telefonica agli atti, non a caso, dell’operazione “Re Mida”, del 2003
Un unico consiglio di marketing strategico mi sentirei di dare per favorire lo sviluppo: mutare la vocazione dell’area da industriale a turistica. Non sarebbe la prima volta, l’area è stata destinata anche ad agricoltura biologica. Si potrebbe pensare alla conversione per un turismo selezionato, elitario. Una forma di turismo culturale, di impegno e, certamente, anche di svago. Semmai associato a una qualche forma di masticazione di prodotti tipici locali, tipo la mozzarella di bufala alla diossina; oggi il turismo culturale è essenzialmente gastrico. Quando dico turismo di élite penso soprattutto a élites politiche e intellettuali, una New Capalbio. Qui c’è uno straordinario laboratorio politico in grado di soddisfare i palati più fini: biopolitica delle popolazioni, con tocchi razziali di morbilità su base etnica; deregualtion di fatto e di diritto per una politica realmente liberal; assenza pressoché totale di stato sociale per un governo a dieta, attento alla linea; piccoli delitti dei deboli in grado di offuscare i grandi delitti dei potenti; assaggi di stato di eccezione (l’“emergenza-rifiuti” da dieci anni in Campania è gestita da un commissario straordinario); dissoluzione delle teorie dell’Impero di fronte alla mappa territoriale della geopolitica dei clan. Nessun cedimento alla massificazione; il tutto deve essere fatto mantenendo elevati gli standards di qualità dei servizi e tutelando, come d’altronde finora fatto, questo patrimonio. Massima pulizia e gestione familiare. Ma questo lo sanno tutti, i panni sporchi si lavano in famiglia.