Giù la testa

L’uomo giusto al posto giusto. Bisogna dare atto a George W. Bush di avere fatto una buona scelta (dal suo punto di vista), imponendo Paul Wolfowitz alla presidenza della Banca mondiale. Della Banca mondiale si dice spesso che non è democratica. «Infatti non si basa sul principio di “un paese un voto”, ma sul sistema di “un dollaro un voto”». Di questo si parla in India, un paese che detiene il 2,55% dei voti, con una popolazione che raggiunge il 20% dell’umanità. Anche la Cina ha il 2,55% dei voti, con una popolazione ancora superiore. I voti pesanti sono degli Usa (19,63), del Giappone (9,43) di tre paesi europei Germania, Regno unito e Francia, (con rispettivamente 7,29, 6,99, 4,76%). Per dirla altrimenti, gli europei, insieme, equivalgono agli Usa; i paesi più ricchi, tutti insieme, superano il 48%, dieci volte i voti di Cina più India. Per le decisioni maggiori occorre l’85% dei voti, e ciò significa che sia gli Usa sia i tre europei hanno un diritto di veto, che invece manca all’insieme dei tre paesi asiatici. L’attuale presidente della Banca, James D. Wolfensohn, è un campionario di quel che a Bush non va giù. Uno di New York, banchiere internazionale, oltretutto australiano, musicista di qualità, democratico probabilmente, perfino filantropo. Ai tempi di Bill Clinton, era un fiore all’occhiello, un esempio di rara civiltà americana. Bush invece lo avrebbe espulso da Washington, sede storica della Banca mondiale, se solo avesse potuto. Logico che abbia pensato a una persona ben diversa, a parte il lupo (wolf) iniziale.

La supremazia degli Usa nel mondo, il loro potere illimitato, non sono fatti solo di armi e terrore. Vi è anche il dollaro, e insieme, armi e dollaro, impongono a tutti, alleati e non, un codice di condotta universale. «Tasserai un po’ meno i ricchi e un po’ più i poveri; aprirai agli investimenti stranieri; privatizzerai le imprese pubbliche». Queste sono tre delle dieci regole del Consenso di Washington, la bussola di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale. In sostanza si possono riassumere: «farai quello che ti dico io che comando il mondo. E sappi che i miei alleati, i ricchi della terra, sono – più o meno – d’accordo».

Wolfowitz è perfetto per un programma del genere. Il fatto che non sia un banchiere, anzi che non sappia nulla di banche e di investimenti, migliorerà le sue prestazioni: non avrà scrupoli di bilancio, concederà prestiti o stringerà i cordoni della borsa – anche intorno al collo dei non allineati – secondo le convenienze del potere Usa. Egli è famoso per avere sostenuto che la guerra in Iraq si sarebbe ripagata da sé, a colpi di barili di petrolio. Solo che la guerra è costata 200 miliardi di dollari e il petrolio ottenuto ne vale a mala pena 30. Chissà se le quotazioni del petrolio aumentano per colmare la differenza?

Ma il quadro mentale del nuovo, probabile, banchiere mondiale evita le noie di bilanci e sbilanci. L’amministrazione di Washington vive di un formidabile deficit programmatico. Lo farà anche la Banca mondiale, tornata sul serio nelle mani del governo Bush. Il potere mondiale è costruito anche di questo. La banca diventa il prolungamento dell’azione di aerei e cannoni, svolge il ruolo di esattore del tributo. Quello che per decenni, nella rozza sinistra, avevamo pensato, adesso si realizza davvero. Bush ha scelto bene dunque.

C’è una remota possibilità che gli europei dicano di no, sollecitati dai loro banchieri, tramortiti all’idea di finire nelle mani di un esterno, un non banchiere? E’ molto più probabile che la lezione della Banca mondiale, nel corso dei decenni, abbia fruttato. L’economia politica di Banca e Fondo è penetrata nelle università, nelle banche centrali, nei governi di tutto il mondo. Ognuno sa che è impossibile chiamarsi fuori, per non rischiare il disastro economico, il boicottaggio da parte di tutti gli altri. Il mondo si dirige da Washington, questo il super-insegnamento. Se poi non si è d’accordo, in silenzio, si china la testa.