Giovani, valori della Resistenza, ANPI

XIV^ Congresso Nazionale A.N.P.I.
Chianciano, Centro Congressi Excelsior 25 febbraio 2006

Vorrei svolgere qui – anche per coerenza politica e culturale – alcune
considerazioni già fatte al mio congresso provinciale. Come sapete il documento nazionale dell’ANPI pone il problema delle modifiche statutarie (art. 23) e afferma: «aprire le porte a pieno titolo alle nuove generazioni». Credo sia uno dei compiti centrali di questo congresso, sicuramente da non vedersi solo per le modifiche statutarie. Tino Casali nella sua relazione che è meditata e non improvvisazione ma frutto di un tenace lavoro di questi anni ha parlato di una «nuova fase resistenziale» (insisto su nuova), di nostra riforma statutaria colta con entusiasmo, e di giovani fortemente critici del sistema politico (insisto sul fortemente critici). Tutto ciò è importantissimo e merita approfondimento. Infatti nel nostro dibattito ritorna opportunamente il problema dell’ingresso nell’ANPl della generazione che, per ragioni di
età, partigiana non è stata ma che ne condivide i valori e vuole attuarli oggi in un contesto tanto mutato politicamente, economicamente socialmente e culturalmente, ed interviene mentre è in corso un attacco diretto ed un attacco subdolo alla Resistenza. Come è mutata la figura dello studente massa, la sua precarietà, il percorso di studio acritico e la sua rivendicazione di più cultura e di diversa cultura? Fra noi e la guerra del ’14 -’18 c’erano venti anni; fra noi e questi giovani ce ne sono sessanta. Noi non parliamo più solamente ai nostri figli ma ai nostri nipoti. Io condivido totalmente questa scelta ANPI che vuole attuare un nostro fondamentale e permanente assunto: «ora e sempre Resistenza». Cosa sono cinquecentomila apprendisti con corsi complementari diversi fra sud e nord, non è questa deregulation? Cosa sono centoventimila ragazzi in Piemonte per corsi complementari, corsi aziendali con finanziamenti CEE? Se non si ha coscienza di queste questioni decisive per l’oggi ed il domani del giovane è difficile parlare ai giovani. Data la natura della nostra associazione c’è certamente un problema giuridico-statutario. Ma credo che dobbiamo avere coscienza che questa non è solo una questione statutaria-giuridico-amministrativa.
E’ una scelta politica di prima grandezza. Noi non possiamo immiserirla
nella sola dimensione statutaria. Al contrario dovremmo gestirla politicamente in modo attivo, cioè con apertura alle nuove problematiche: cosa vuole dire oggi democrazia; cosa vuoi dire oggi libertà; cosa vuoi dire oggi giustizia; cosa vuoi dire oggi pace. Pongo questo problema perchè mi pare il problema del momento, il nostro compito ora e qui. E’ al secondo congresso che parliamo di questo problema e non possiamo nasconderci anche le difficoltà ed i limiti fin
qui riscontrati. Spero di spiegarmi chiaramente: io non pongo un
problema di “soli iscritti”: so che gli iscritti sono importanti. E so che è stato fatto parecchio come a Torino. Ma io pongo un problema dì linea politica: a Torino avevamo costituito un coordinamento con i giovani, anche molto promettenti, ma poi organizzativamente si è rapidamente dissolto; dico organizzativamente perché invece politicamente queste forze esistono e sono assai vivaci. La questione dunque va esaminata seriamente. Su questo ho fatto qualche esperienza che induce a riflettere: i fatti hanno la testa dura. Ho parlato al Galileo Ferraris a 600 – 800 giovani, e poi all’Istituto di Studi Europei. Questi ragazzi si sono fermati dalle 8.15 alle 13.20; mi hanno posto 17 domande, segno di viva partecipazione. Ebbene sapete quale è stato il maggior consenso ed applauso? E’ stato quando ho ricordato che io partecipo certamente a tutte le manifestazioni antifasciste; so che i comportamenti vanno attualizzati; so e comprendo il valore e la fatica dell’unità. Ma so anche che l’unità non è l’unanimismo che è la sua caricatura quando non è un imbroglio. Io condivido il lodevole sforzo per l’unità che con calore ha sostenuto Cossutta (che comporta anche rinunce) ma credo che le differenze potrebbero essere anche una ricchezza da non nascondere. Dal momento in cui si esaltano le differenti propensioni sessuali nel genere umano (e la cosa non è piccola) non vedo perché io non possa dire che sono per la riconversione dell’industria bellica. Senatori (Verdi, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, DS) hanno presentato un PDL a dicembre e Prodi parla solo di commercializzazione delle armi citando la legge 185, quasi che la legge 185 non ponesse il problema fondamentale della riconversione della produzione, quasi che per commerciare non si dovesse prima produrre. Ripeto, sapete quale è stato il maggiore applauso? C’è una differenza fra gli 800 operai di Mirafiori deportati ed il vecchio senatore Giovanni Agnelli che si barcamenava e trescava con l’ambasciatore nazista Rhan. Qualcuno quegli elenchi degli organizzatori degli scioperi li avrà forniti, forse non sapremo mai i nomi. E so che c’è una differenza fra Antonio Gramsci che muore nel carcere fascista ed il senatore Croce che negli stessi giorni dona la sua medaglia d’oro del Senato al fascio per sostenere la guerra in Abissinia fatta anche coi gas asfissianti. So che c’è una differenza fra Giacomo Matteotti assassinato dai fascisti e quegli agrari del suo Polesine e quegli industriali che pagarono ed armarono la mano degli squadristi per bruciare le case del popolo. Ebbene questo significa da parte di quei giovani la volontà di capire cosa è il fascismo, cosa è la sua natura di classe (non il fatto abnorme sul piano del costume detto da Croce). Capire al di là dei toni puramente celebrativi di talune ufficiali
manifestazioni alle quali pure io partecipo. Mi è già capitato di ricordare, ma voglio ripeterlo, che quando sostengo queste cose qualche bravo compagno mi ha rimproverato di voler trasformare l’ANPI in sindacato. Certo che no. Sarebbe una banalità. Ma sarebbe altrettanto superficiale dimenticare che noi non siamo un’associazione reducistica d’arma. Non a caso e con l’intelligenza politica Gino Cattaneo al Congresso torinese ha voluto esplicitamente richiamare che l’ANPI è un’associazione di partigiani e non di ex. Soprattutto non va dimenticato che sempre l’antifascismo clandestino del ventennio e la resistenza armata poi furono fortemente intrecciati con i problemi sociali: non erano “sindacato” quei partigiani che nel biellese (zona quadretto) resero possibile la firma con gli industriali del contratto della montagna? Non era “sindacato” Ernesto Rossi che scrisse «I padroni del vapore» di intreccio fra industria, finanza e fascismo.. Negli ambienti clandestini operai degli anni trenta dai perseguitati politici troverete incentrati i problemi sul salario operaio, sull’orario, ecc., fino alla invettiva operaia che qualche sofisticato potrebbe considerare volgare e che invece esprimeva autonomia e cultura operaia: «a salario di merda diamogli lavoro di merda a questi padroni». Non era “sindacato” quel CNAIL che una settimana prima dell’insurrezione proclamò lo sciopero pre insurrezionale e decretò i consigli di gestione nelle fabbriche? Attualizzare dunque questi nostri valori della Resistenza che sono
perenni se sanno storicizzarsi in questo nostro tempo: questa è la
condizione per realizzare l’impegno delle nuove generazioni
nell’ANPI.

Democrazia oggi: «non vogliamo una democrazia zoppa» affermava il
documento storico del CNAIL. Più zoppa di questa! Volevamo l’Italia
fondata sul lavoro come recita la Costituzione voluta dalla Resistenza,
non l’Italia di Fiorani e dei banchieri. La democrazia è zoppa
quando il mio voto vale la metà del tuo; si dice: «ma bisogna governare, occorre stabilità». Si governa governando i problemi e non con escamotage elettorali. La democrazia non è zoppa quando nei contratti non ci sono gabbie salariali fra nord e sud; la Resistenza volle unificare non dividere questo Paese. Quanti meridionali c’erano nelle nostre formazioni: Barbato, Petraia, Nicoletta, Dante Di Nanni. La democrazia non è zoppa quando nelle aziende c’è partecipazione dei lavoratori, quella che fu voluta dal CNAIL con il Decreto sui Consigli di Gestione. La democrazia non è zoppa quando rispetta il dettato costituzionale – l’Italia ripudia la guerra – e non fa bombardamenti chirurgici ed intelligenti: da Torino dall’Alenia è stato consegnato alla
Lutwaffen di Monaco (solo a dire questo nome a noi viene da pensare a Goerin) il caccia bombardiere Tornado, e La Stampa trionfalmente scriveva l’8 gennaio: «Il Tornado diventa più intelligente», diciotto previsti Tornado saranno completamente rivisitati e potranno usufruire di armamenti intelligenti. Noi siamo agli antipodi di tutto questo. E quando con la sensibilità umana e politica che tutti gli riconosciamo il nostro Presidente Gino Cattaneo ricorda al Congresso di Torino che i partigiani torinesi hanno regalato un pozzo alle assetate popolazioni del Niger, ricorda un grande atto che va al di là della portata materiale per dire che noi siamo uomini il cui animo è senza frontiere come si diceva degli internazionalisti spagnoli. Ecco, forse noi abbiamo qualche cosa da dire ed abbiamo il diritto ed il dovere di farlo. Qui sulla strada Radicofani-Chianciano il 17 giugno 1944 veniva fucilato il nostro compagno Magi giovane muratore di 18 anni. Scriveva alla mamma: «l’anello datelo alla mia Maria che ricordi»; c’era nelle sue scarne parole un messaggio per il futuro, una comprensibile illusione di un futuro immediato tutto rinnovato. Noi abbiamo imparato, anche dalla sua breve e rapida vita, che il futuro si costruisce tutti i giorni. Una volta scrivemmo un saggio dal titolo «Accadde domani». Dovremmo sempre avere questa concezione processuale e dialettica della storia.