Giovani, la precarietà fa male. In aumento gli incidenti sul lavoro

Sottopagati, senza futuro ed esposti più di altri al rischio di infortuni o di contrarre malattie sul lavoro. Le statistiche parlano chiaro: la precarietà nuoce soprattutto ai giovani, per i quali l’assunzione a tempo indeterminato è diventata l’eccezione, mentre una volta era la regola. Ormai, tra i lavoratori con un’età compresa tra i 15 e i 29 anni, «un contratto su due è a termine», dice la Banca d’Italia.
La conseguenza immediatamente visibile è la perdita della sicurezza del posto di lavoro, ma le statistiche svelano altre insidie non meno gravi che pesano sulle spalle delle nuove generazioni.

Secondo i dati Inail, nel 2004 gli infortuni denunciati dagli “under 34” sono stati oltre 380 mila, quasi la metà di quelli complessivi registrati lungo il corso di tutto l’anno (869.522). Seppure la proporzione si è in parte ridotta in questi ultimi anni, in Italia, così come in Europa, l’incidenza di infortuni sugli occupati per la classe di età più giovane è ancora quasi doppia rispetto a quella degli altri lavoratori.

Non è un caso. Per capirlo, è sufficiente tornare ai dati dell’Inail, dai quali risultano in aumento gli infortuni, anche mortali, tra gli immigrati, mentre rimane alta la pericolosità dei cantieri edili, settore in cui c’è un’alta percentuale di lavoro al nero. Insomma, la probabilità di restare vittima di un incidente sul lavoro appare strettamente correlata alla “debolezza” contrattuale del lavoratore, al suo grado di ricattabilità. Del resto, non è facile chiedere il rispetto dei propri diritti, sapendo che si rischia il licenziamento o comunque il mancato rinnovo del contratto.

L’altro problema è che, quando si cambia lavoro troppo spesso, non si ha neanche il tempo di capire come ci si deve muovere in un determinato ambiente: «Dai dati che abbiamo noi – sottolinea Emilio Viafora, segretario generale di Nidil Cigl – si evince che il massimo degli infortuni avviene nelle somministrazioni, soprattutto nella prima missione». Il 73 per cento degli interinali, secondo un’indagine realizzata da Ispesl e Cgil, dice di non essere mai stato informato sui rischi presenti sull’attuale posto di lavoro e quasi sei su dieci non sanno neppure se nell’azienda esista o meno il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza».

Non solo incidenti ma anche malattie professionali. Per la ricerca dell’European survey on working conditions i lavoratori sotto i 24 anni sono quelli più esposti ai rumori, alle vibrazioni e al calore. Quasi uno su cinque di loro lavora tenendo una postura dannosa, il 12,5% è chiamato a sopportare sforzi fisici gravosi e molti di loro effettuano movimenti ripetitivi (capita al 35,8% dei giovani contro il 30% del resto della forza lavoro). Senza contare che quasi un giovane su tre lavora “ad alta velocità”. Soprattutto in ragione del controllo diretto del capo (capita al 46,9% di loro), perché indotti dai loro colleghi (per il 42,7%) o per la velocità automatica dei macchinari (al 24,2%).

Secondo il rapporto pubblicato a fine 2005 dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, che ha coinvolto esperti di 14 paesi europei e Stati Uniti, la mancanza di attività fisica è il principale rischio emergente. Chi lavora in un call center, dicono gli esperti dell’Agenzia, è esposto a rischi multipli e interagenti: troppo tempo seduti, scrivanie e sedie poco ergonomiche, rumore di sottofondo, cuffie inadeguate, pressione elevata sui tempi di lavoro con conseguente stress mentale ed emotivo.

Ma i giovani sembrano stufi di essere l’anello debole del sistema produttivo, come dimostra la rivolta in Francia contro il contratto di primo impiego. A pensarla così è il segretario di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti: «L’idea della demolizione dei diritti dei giovani e dei lavoratori che ha guidato le politiche neoliberiste – dice Bertinotti in una intervista a Reuters – oltre che sbagliata è ormai impraticabile, perché contro questa idea finalmente c’è una ribellione di massa. La legge Biagi va abbattuta nella sua ispirazione ed è quello che stanno chiedendo i giovani in Francia e non solo. Bisogna che le classi dirigenti europee si rendano conto che questa politica che precarizza il lavoro è arrivata al capolinea».