Giovani E Comunisti – numero 2 – Intervista ESCLUSIVA agli Inti Illimani

“NON SIAMO IL MUSEO DI NOI STESSI”

Probabilmente le canzoni degli Inti Illimani hanno un posto nel cuore di buona parte dei nostri lettori. Chi di noi non ha mai sentito cantare alle manifestazioni “El pueblo unido”, la canzone più amata del gruppo musicale cileno?Quello che oggi gli Inti-Illimani sono è qualcosa di molto diverso da quello che per molti probabilmente ancora rappresentano: un gruppo di grande world music e di intensa ricerca di contaminazioni, una modernissima band con alle spalle la polvere dei palcoscenici di tutto il mondo. E non più e non soltanto sono gli ambasciatori della musica dell’America Latina nel mondo, il simbolo della lotta e di tutte le rivoluzioni, l’immagine dei musicisti esiliati dal loro paese che lottano per riconquistare la legittima appartenenza alle loro radici, alla loro terra. Quello che accadde nell’oramai lontano 1973,durante il golpe del generale Pinochet (con l’instaurazione di una dittatura militare organizzata dai servizi segreti americani, l’assassinio del legittimo presidente Allende nonché la “sparizione”di migliaia di oppositori politici, comunisti, socialisti, democratici in genere) è storia passata, non dimenticata, ma sicuramente gettata alla spalle. L’avventura degli Inti-Illimani parte nel lontano 1967, quando un gruppo di studenti si incontrarono all’Università Tecnica di Santiago con il sogno di diventare ingegneri. Ma già dopo un po’ tempo cambiano obiettivi e danno vita al progetto Inti-Illimani che in dialetto Ayamara vuoi dire: sole dell’Illimani, una montagna nelle vicinanze di La Paz in Bolivia. Da questo periodo inizia anche la loro attività compositiva con la partecipazione alle prime compilations dedicate alla rivoluzioni in America Latina.Il 1973 segna infine il loro avvento sulla scena discografica mondiale con i due lavori rispettivamente dal titolo Viva Chile e Cantos de Pueblo Andinos. In Italia conquistano il disco di platino ed il nostro paese diventa, il loro nuovo paese d’adozione a causa dell’esilio cui vengono sottoposti in conseguenza del golpe di Pinochet. Nel 1985 tengono per la prima volta un concerto insieme ai chitarristi John Wilhiams e Paco Pena alla Royal Albert Hall di Londra dalla cui esperienza scaturirà l’album Fragmentos de un Sueno. Sarà solo il primo dei tanti progetti musicali che portano avanti, molto spesso nei teatri di tutto il mondo, esemplare complemento ad una visione della musica rivoluzionaria in grado di alternare i grandi spazi aperti con la concentrazione e l’intensità dei teatri. E infine arriva anche per loro la possibilità di tornare in Cile. E’ il 1988, la fine della dittatura. Gli Inti-Illimani sono oramai i musicisti emblemi di un inarrestabile messaggio di pace. Conferma di questo è la partecipazione al grande concerto di Amnesty International in compagnia di Bruce Springsteen, Sting, Peter Gabriel, Tracy Chapman, Youssou’n Dour e tanti altri. Gli anni novanta sono all’insegna di grandi toumèe negli Stati Uniti, in Turchia, ancora in Italia, in Giappone, in Spagna, in Australia, in Polonia, ancora una volta condividendo il palco con grandi artisti come Miriam Makeba, Mercedes Sosa. L’ultimo periodo degli anni novanta è sotto il segno di un ulteriore cambiamento, solo all’apparenza rivoluzionario, perché ancora una volta i germi del presente affondano nella loro storia passata. Tutto quello che gli Inti-Illlimani fanno è intensamente segnato da un forte senso del destino. Arrivano dischi come Arriesgarè la Piel, Grandes Exitos che in breve ottiene il disco di platino, Lejania opera di grande fascino poetico che segna il ritorno al grande amore per la musica delle Ande a quella particolarissima forma di folk impregnata di una misteriosissima bellezza, Amar De Nuevo. Tra i progetti paralleli che segnano l’assoluta novità del loro odierno percorso musicale, è da annoverare la lunga serie dei Tributi a Victor Jara, il grande artista cileno che venne giustiziato con l’avvento del dittatore Pinochet. Un simbolo del loro paese d’origine ed un grande punto di riferimento per tutta la loro opera musicale. Insomma gli Inti Illimani non sono certo il “museo di sé stessi”, come tengono a puntualizzare con grande simpatia. Abbiamo incontrato Jorge Gulow, storico esponente del gruppo al termine del concerto gratuito degli Inti al Parco del Cormorano a Falconara(An), lo scorso sabato 4 giugno.
Jorge, qual è l’obiettivo della vostra musica?
Non abbiamo un obiettivo in particolare,per noi la musica è fine a sé stessa,non la usiamo come uno strumento, ma come un linguaggio. La musica popolare parla di tutto:dalle esperienze di vita fino alle lotte, che fanno parte della vita.
Parlaci dell’evoluzione del vostro stile musicale e dei concetti che esprimete.
Dicevo appunto che la musica esprime ciò che si prova dentro e si evolve come la vita stessa. Bisogna però mantenere dei punti fermi, dei valori saldi come la giustizia sociale,l’eguaglianza di opportunità per tutti. Noi li abbiamo mantenuti, sul piano stilistico cerchiamo l’evoluzione e ci impegniamo nella ricerca di nuove influenze, ad esempio dalla musica italiana(durante il concerto hanno eseguito brani popolari sardi,napoletani e persino “Buonanotte fiorellino” ndr)
Il golpe militare del 1973, con la sua scia di morte e di sparizioni è ancora una ferita aperta in voi?E nella società cilena?
Purtroppo certe ferite rimangono sempre aperte, col passare del tempo si impara a convivere con esse, senza cancellarle, portandole con sé stessi, nel ricordo. La società cilena cerca di superare questa ferita aperta, senza gli odii tipici della guerra civile:si impara più dal dolore che dalla ragione e i cileni sembra stiano imparando così. Per tanti anni , dopo la fine della dittatura di Pinochet,abbiamo avuto ancora paura della forze armate e delle forze politiche ed economiche che avevano sostenuto il colpo di stato. Dopo l’arresto del dittatore Pinochet in Europa qualche anno fa abbiamo veramente capito che la dittatura era finita. Oggi sembra che l’esercito cileno stia vivendo un ripensamento della sua storia, il nuovo comandante in capo sta lavorando alla democratizzazione delle forze armate.
Il presidente venezuelano Hugo Chavez assomiglia al presidente Salvador Allende, assassinato in seguito per le sue politiche di giustizia sociale?
Allende era un presidente “politico”, Chavez è un ex militare e io da cileno sono sempre un po’ diffidente verso i militari(lo dice col sorriso ndr). Certo Chavez, con le sue riforme sociali è un pericolo per le stesse forze che hanno abbattuto il Cile progressista e il presidente Allende. Chavez deve continuare sulla via democratica, come ha fatto finora.
Le campagne mediatiche contro Cuba continuano virulente, così come le provocazioni organizzate dagli Stati Uniti. Che ne pensi?
Noi stiamo con Cuba, che da 45 anni sta subendo un embargo durissimo da parte degli Stati Uniti, senza contare le centinaia di attentati, dirottamenti e gesti di terrorismo organizzati da Miami verso l’isola. Quanto a Fidel, bhè lui fa parte della nostra stessa storia; oggi la domanda che ci poniamo è cosa succederà alla società socialista senza di lui, se i cubani vorranno mantenere la rotta intrapresa…
Cosa può insegnare l’America Latina all’Europa?
Vi potremmo insegnare i ritmi della vita più rilassati, più a misura d’uomo:non si vive per produrre, ma per vivere la vita. Qui in Europa c’è troppa attenzione alla crescita del P.I.L. e a cose di questo tipo…
Prima di salutarti vorremmo domandarti ovviamente come è nata la canzone “El pueblo unido”, il vostro cavallo di battaglia, famosa e cantata in tutto il mondo:diremmo un inno…
Era il marzo 1973, prima del golpe di settembre. La canzone nasce in un clima di guerra civile nel paese, come una parola d’ordine/antidoto al conflitto fratricida: “il popolo unito non sarà mai sconfitto”. Sergio Ortega, l’autore di “Venceremos”, scrisse la canzone che prima del golpe conoscevano in pochi; il successo popolare venne dopo il colpo di stato….”

Questa intervista è un omaggio della redazione di “Giovani E Comunisti”
al presidente cileno Salvador Allende e a tutte le vittime del golpe militare dell’11 settembre 1973

Andrea Martini