Giovani E Comunisti – numero 2 – Il XVI Festival mondiale della gioventù nel processo bolivariano

Alcuni anni dopo l’Ottobre Bertolt Brecht, reduce da un viaggio in Unione Sovietica, ricordava come al senso di ammirazione si univa inevitabilmente uno stato di frustrazione di fronte alle enormi conquiste del processo rivoluzionario, poiché avvenivano in un paese straniero. Non molto differente è la sensazione di chi dalle cittadelle imperialiste è giunto in Venezuela per il Festival mondiale della gioventù e degli studenti, cui hanno partecipato 15.000 delegati in rappresentanza della sinistra di classe di 144 nazioni.
In Italia e negli altri stati dominati dall’imperialismo assistiamo ogni anno allo smantellamento di un sistema sociale edificato con le dure lotte di lavoratori e studenti che hanno attraversato l’intero Novecento, secolo non a caso condannato alla damnatio memoriae da una schiera di lacchè della borghesia. In tali paesi la quasi totalità dell’opposizione neppure si preoccupa più di presentare un programma elettorale alternativo alla destra, non tanto in quanto nessuno si fida più d’un progetto di riforme calato dall’alto, piuttosto poiché la politica estera ed interna sembrano seguire un destino indipendente dai governi di turno, ridotti a veri e propri «comitati d’affari della borghesia». In Italia, unico punto su cui hanno trovato un accordo le forze dell’Unione è la fedeltà ai trattati internazionali sottoscritti dai precedenti governi, che implicano la partecipazione delle truppe italiane a qualsiasi crimine imperialista della NATO, la cooperazione militare con lo «stato canaglia di Israele, la presenza di basi militari e armamenti atomici yankiee in Italia a dispetto della costituzione nata dalla Resistenza.
La politica interna bipartisan si fonda sul massacro del cosiddetto stato sociale, sull’attacco alle condizioni di lavoro ed al salario diretto ed indiretto, che pare dettato da un’entità sensibilmente sovrasensibile, l’economia, ovvero la sete di profitto delle grandi multinazionali a base europea o statunitense. Del resto, cos’altro si potrebbe fare in un’epoca di crisi, presentata quale calamità naturale? Una crisi di cui si nasconde il carattere di sovrapproduzione, nella quale l’aumento di profitti e rendite a danno dei salari è legato indissolubilmente alla riduzione delle spese sociali a favore dello sviluppo di sempre più micidiali armi di distruzione di massa.
Infine, dal punto di vista ideologico, la questione della transizione al socialismo è derubricata, anche da molti esponenti della sinistra di classe, ad un passato ormai superato, o ad un futuro dai contorni del tutto indefiniti. La questione dell’alternativa è ridotta all’aleatoria parola d’ordine: «un altro mondo è possibile» e lo stesso imperialismo, quale fase suprema del capitalismo, è nascosto dietro termini a-classisti quali «globalizzazione» o «impero». Di fronte alla realtà di un altro mondo in paesi socialisti come Cuba ci si limita a storcere aristocraticamente il naso, quando non si arriva a condannare ogni reazione contro la violenza della maggiore potenza imperialista del mondo. Si oscilla tra il blaterare di una fase rivoluzionaria apertasi dopo le confuse proteste di Seattle e la rinuncia alla questione stessa della presa del potere, che da sempre separa i rivoluzionari dai riformisti. In nome del «cambiare il mondo senza prendere il potere», della non-violenza di pannelliana memoria o della necessità di difendere il modello europeo dall’ultraimperialismo Usa si sognano fronti comuni con la borghesia nazionale. Il blocco imperialista dominato dal capitale finanziario franco-tedesco diviene l’unica possibilità di mantenere la pace nel mondo, la sola alternativa al neoliberismo.
In Venezuela, paese del terzo mondo notevolmente più povero dell’Italia, assistiamo ad un processo inverso. A partire dal presidente Chavez, i compagni venezuelani hanno posto al centro del Festival l’attualità e l’urgenza della costruzione del socialismo del XXI secolo, unica alternativa reale alla barbarie dell’imperialismo. Agli occhi dei venezuelani, dei loro padri spirituali cubani, dei giovani militanti intervenuti al festival è apparso evidente che un altro mondo esce dalla vaghezza della categoria del possibile solo nel processo di transizione al socialismo. La storia non procede in un cammino lento di evoluzione attraverso piccole riforme, ma per rotture rivoluzionarie, il socialismo non si costruisce senza lotta all’imperialismo, Moloch che assume aspetti diversi nelle differenti nazioni. Al piano della violenza, della repressione interna e della guerra su cui si pone l’imperialismo per difendere i privilegi di classe, i movimenti rivoluzionari rispondono ponendosi sul piano della ragione, del dialogo tra i popoli. Tuttavia, di fronte ad una transizione al socialismo pacifica come la venezuelana, che si sottopone alle regole politiche imposte dall’avversario di classe e non utilizza lo stesso metodo violento per socializzare i mezzi di produzione di cui si è appropriata un’oligarchia compradora parassitaria, i compagni intervenuti al Festival si sono rifiutati di cancellare la memoria storica della fine di Allende. In quel tempo il presidente cileno non volle dare ascolto ai consigli dei compagni cubani che gli rammentavano le parole di Lenin: solo i rivoluzionari fanno le riforme. Ogni qualvolta gli sfruttati mettono in discussione i privilegi è infatti l’avversario di classe a non rispettare le regole formalmente democratiche che ha imposto. Dunque a cominciare da Chavez, i venezuelani, sempre capaci di far tesoro dell’esperienza cubana, pur rivendicando il carattere pacifico del loro processo rivoluzionario sono coscienti della prontezza della borghesia nazionale e internazionale ad utilizzare la violenza per difendere il privilegio. Del resto già Platone imparava a proprie spese che di fronte a chi rifiuta il piano della ragione contrapponendovi la violenza, chi si pone nella prospettiva del dialogo, della battaglia delle idee se vuole difendere il confronto pacifico è costretto, qualora i rapporti di forza lo consentano, a sporcarsi le mani sul terreno imposto dall’avversario.
Dunque l’esperienza in Venezuela ha costituito una notevole iniezione di «ottimismo della volontà» per tutti i compagni che vivono in paesi imperialisti, dove le posizioni anticapitaliste appaiono attualmente in minoranza anche all’interno della sinistra e del movimento. Al contrario il Festival ha mostrato come in quasi tutti i paesi non imperialisti, anche europei, prevalgano decisamente le posizioni antimperialiste, anticapitaliste e riconducibili all’analisi marxista. Ciò era immediatamente evidente a partire dallo stesso titolo del festival: lottiamo uniti contro la guerra e l’imperialismo, senza che alcuno azzardasse sostenere la tesi del superamento dell’imperialismo in un impero dai tratti indistinti o ciarlasse di spirali tra guerra e terrorismo, perdendo di vista il nesso indissolubile fra imperialismo, crisi di sovrapproduzione e guerra.
Egualmente non solo nessuna voce opportunista si è levata a negare gli avanzamenti della rivoluzione cubana sulla via al socialismo, ma ogni qualvolta si citava l’esempio della realtà di uno sviluppo rivoluzionario a poche miglia dall’imperialismo yankiee i delegati si levavano in piedi applaudendo. Infine le stesse delegazioni europee non sono indietreggiate dietro la sfida della rivoluzione in occidente, evitando di nascondersi dietro l’urgenza di contrastare l’imperialismo statunitense. Nei dibattiti è apparso evidente che la priorità di qualsiasi sincero rivoluzionario è nello sviluppo del processo della transizione al socialismo nel proprio paese, il cui principale avversario è sempre e comunque la borghesia e l’oligarchia autoctona.
L’esperienza diretta del processo rivoluzionario in Venezuela è stata la migliore dimostrazione che un altro mondo è necessario per tutti i paesi ancora preda dello sfruttamento capitalista della forza-lavoro. Il Venezuela è un paese del terzo mondo che ha subito per secoli la dominazione coloniale e poi imperialista, in cui a differenza dei paesi capitalisti l’economia cresce a ritmi superiori al 8%. Ciò avviene senza dover ricorrere alla delocalizzazione delle strutture produttive in paesi dove più intenso è lo sfruttamento della forza-lavoro, senza privatizzazioni o smantellamento delle conquiste sociali, senza, soprattutto, inviare le truppe ad occupare altre nazioni a sfruttarne le risorse. Sul piano internazionale il Venezuela non solo condanna ogni forma di occupazione militare e sostiene le lotte dei popoli per la sovranità e l’autodecisione, ma mette a disposizione le proprie risorse per favorire lo sviluppo dei paesi più poveri del continente americano. Ha ideato con Cuba l’Alba, progetto di sviluppo del continente latinoamericano su basi eque e solidali alternativo all’Alca, sostenuto da un essenziale strumento di controinformazione rivolto a tutto il continente, Telesur. Propone infine la costituzione di un fronte antimperialista capace d’unire stati considerati canaglia dagli USA, grandi paesi che contrastano la strategia imperialista quali Cina, India, Brasile, Sudafrica e popoli in lotta contro il capitalismo, denigrati quali terroristi dalle classi dominanti.
Sul piano della politica interna ha promosso una delle costituzioni più avanzate del mondo, realmente democratica ovvero fondata sul poder popular. Le masse avvertono come propria la costituzione, la conoscono a fondo e si sono dimostrate pronte a difenderla con tutti i mezzi necessari nel caso del golpe, della serrata padronale, della strategia terrorista dell’opposizione capitalista che si è servita degli squadroni della morte colombiani. Caso unico al mondo, la costituzione prevede la revocabilità di ogni carica istituzionale, compresa il presidente che, sebbene abbia avuto la maggioranza assoluta in ben sette consultazioni popolari, si è sottoposto ad un referendum che ha radicalizzato il processo rivoluzionario. Tali violente e illegali azioni della borghesia e dell’aristocrazia terriera hanno permesso al governo bolivariano di procedere all’estromissione legale del ceto burocratico, che per conto dell’oligarchia gestiva i proventi dell’industria nazionale del petrolio. Così è stato dunque possibile restituire alle masse le risorse energetiche che fanno del Venezuela il sesto produttore mondiale di petrolio. In precedenza i proventi del petrolio finivano unicamente nelle tasche degli oligarchi – lasciando l’ottanta per cento della popolazione al di sotto della soglia di povertà –, a dimostrazione che la stessa proprietà pubblica senza controllo operaio e mobilitazione delle masse, può esser utilizzata in modo asociale a vantaggio dei ceti dominanti.
Sul piano degli avanzamenti sociali della rivoluzione, i compagni della delegazione sono stati testimoni degli enormi risultati raggiunti in tutti i quartieri popolari del Venezuela. In ogni barrio gli abitanti hanno ora ottenuto la proprietà giuridica delle proprie abitazioni, quasi sempre baracche costruite illegalmente. Hanno ricevuto prestiti di lungo periodo senza interessi per mutare i ricoveri di fortuna in abitazioni in muratura. La fame è stata sconfitta dalla costruzione di case d’alimentazione dove volontari del quartiere forniscono tre pasti caldi al giorno gratuiti a tutti gli abitanti indigenti che lo richiedono. Inoltre la mision mercal ha aperto minimarket in ogni località fornendo a prezzi di costo generi alimentari per l’intera popolazione dei quartieri proletari.
Il problema sanitario è stato brillantemente risolto mediante lo sviluppo della missione barrio adentro che vede la presenza di 25.000 medici cubani nei quartieri popolari in cui i medici venezuelani avevano sempre rifiutato di recarsi. I cubani, tutti volontari che vivono nei quartieri più diseredati, offrono assistenza sanitaria gratuita ai bisognosi, realizzando un efficace piano di prevenzione, nei paesi capitalisti sempre osteggiato dalle multinazionali farmaceutiche. Ingente è anche la presenza di insegnanti di educazione fisica nelle ex-favelas, che raccolgono i bambini dalla strada, strappandoli alla droga sapientemente diffusa negli anni precedenti dagli agenti nordamericani. Al fianco dei medici cubani vi sono studenti di medicina venezuelani, che compiono il loro tirocinio dopo aver studiato gratuitamente nelle efficienti facoltà universitarie cubane – in cui si formano studenti di tutto il latinoamerica –, ora impegnati a porre il patrimonio scientifico acquisito al servizio dei lavoratori dei propri paesi. Infine, grazie alla mission milagro i venezuelani che necessitano di cure agli occhi vengono trasferiti gratuitamente negli ospedali specializzati cubani, all’avanguardia a livello mondiale, e migliaia di loro hanno riacquisito la vista. È ora in corso la missione barrio adentro II, che prevede la costruzione di poliambulatori in ogni quartiere proletario.
Incredibili anche i risultati ottenuti sul piano dell’istruzione. Mediante un progetto educativo messo a disposizione da pedagoghi cubani il Venezuela ha sconfitto l’enorme piaga dell’analfabetismo, passando nella graduatoria delle nazioni unite dal centotrentesimo al quattordicesimo posto in un arco temporale tanto ristretto da risultare unico nella storia dell’umanità. Al programma di lotta all’analfabetismo si affiancano missioni dedicate alla scolarizzazione e alla formazione gratuita di tutti i bambini venezuelani, dalle scuole primarie alle università bolivariane, con sedi distaccate e corsi serali in tutti i principali quartieri popolari. Agli studenti di tali atenei non solo vengono risparmiate le tasse universitarie, ma si forniscono libri di testo, mezzi pubblici ed alloggi gratuiti.
Altrettanto importante è il lavoro politico volto a contrastare il pieno controllo della borghesia venezuelana sui principali mezzi di comunicazione, problema niente affatto limitato al caso italiano, ma proprio d’ogni dittatura (pseudo)democratica della borghesia. Il governo rivoluzionario ha favorito lo sviluppo dal basso ed in piena autonomia di mezzi di comunicazione comunitari nei quartieri popolari quali giornali, riviste, radio e dove possibile televisioni. Dal punto di vista della politica occupazionale il governo si sta adoperando per lo sviluppo di un’industria nazionale. Vi è inoltre un pieno sostegno alla creazione di cooperative dall’agricoltura, al commercio, all’industria, cui sono forniti capitale iniziale e mezzi di produzione. Inoltre una serie di decreti legge ha permesso l’attuazione di un’importante riforma agraria e ha favorito l’autogestione delle fabbriche in crisi.
Tutta questa politica sociale è condotta sulla base della gramsciana rivoluzione dal basso, favorendo la partecipazione popolare in forme di autogestione, supportate da 15.000 volontari organizzati nel Frente Francisco de Mirando, formatisi per diversi mesi nella Cuba socialista. Vi è inoltre un processo di democratizzazione delle forze addette alla sicurezza, a partire dalle corrottissime forze di polizia sino ad arrivare all’esercito, nelle cui fila è in corso un percorso di formazione sociale e politica, che lo ha condotto a scegliere come proprio padrino Fidel Castro, nonostante la rivoluzione lo abbia privato dei privilegi di cui godeva in precedenza. Non si deve, tuttavia, credere che la sicurezza del paese sia affidata unicamente a truppe regolari, per quanto democratizzate. Di fronte alle continue minacce ed ai diversi tentativi dell’imperialismo di eliminare il presidente Chavez per destabilizzare il paese e precipitarlo nella guerra civile, è in atto la costruzione di un’ingente milizia popolare di riserva. I settori più coscienti tra i lavoratori si stanno esercitando nelle caserme per poter rispondere nella maniera adeguata ad ogni tentativo della borghesia di rovesciare con la violenza un processo sostenuto dalla quasi totalità dei lavoratori e degli studenti e per dissuadere o, nel peggiore dei casi, impedire ogni occupazione imperialista.
È, infine, necessario contrastare alcune possibili obiezioni di matrice opportunista, volte ad isolare il processo rivoluzionario bolivariano, come in precedenza quello cubano, considerandolo un’eccezione che confermerebbe la regola della piena vittoria del capitalismo e che renderebbe inattuale la transizione al socialismo. Si sente spesso dire che un simile rivolgimento sociale sarebbe stato possibile unicamente grazie alla presenza di forti quantità di petrolio sul suolo venezuelano. Tuttavia diversi paesi del primo mondo, quali Norvegia o Gran Bretagna, dispongono di tali risorse ed altrettanto paesi del terzo mondo quali Messico, Nigeria per non parlare di Arabia Saudita o degli Emirati Arabi Uniti. Si citano spesso le enormi disparità di classe, che giustificherebbero il processo rivoluzionario, dimenticando che esse sono presenti non solo nella quasi totalità dei paesi del terzo mondo, ma nelle stesse cittadelle imperialiste, a partire dagli Stati Uniti per giungere al nostro meridione. Vi è infine l’obiezione attendista di chi cita i differenti gradi di sviluppo della soggettività rivoluzionaria in Venezuela rispetto a paesi quali l’Italia. Tuttavia, quando si informavano i compagni venezuelani più adulti dello stato sconfortante del movimento rivoluzionario italiano, diviso ed incapace di strappare ai socialdemocratici l’egemonia sul movimento sindacale, rispondevano che quindici anni prima la situazione del Venezuela non era affatto migliore.