Giovani cavie in fin di vita a Londra: provano un medicinale per 3 mila euro

Migliaia di pazienti reclutati senza regole nei paesi africani e in India Le giovani cavie umane in fin di vita a Londra provavano un medicinale per 3mila euro Sabina Morandi
No, non siamo nei bassifondi di Nairobi, siamo nel cuore dell’Europa. Qui, a differenza di quanto accade in The constant gardener, film-denuncia sul comportamento delle multinazionali farmaceutiche in Africa, non sono sufficienti un paio di scatole di antibiotici per arruolare una cavia umana. I giovani attualmente ricoverati in fin di vita avevano ricevuto tremila euro per sottoporsi alla sperimentazione di un nuovo farmaco e la sperimentazione, come assicura la Parexel, società americana che ha condotto i trials per conto della tedesca TeGenero, è stata effettuata con tutti i crismi. Solo che qualcosa è andato storto: appena poche ore dopo l’assunzione del Tgn 1412 sei delle otto cavie hanno manifestato una gravissima reazione immunitaria e non è detto che riusciranno a riprendersi. I due sopravvissuti, terrorizzati dalla vista dei loro compagni che si gonfiavano e gemevano prima di perdere conoscenza, avevano ricevuto il placebo – ovvero acqua fresca – e sono stati risparmiati.

Intendiamoci, gli incidenti accadono. Come ha precisato l’organo di controllo britannico dei farmaci (l’Mhra) nel comunicato stampa con cui annunciava l’immediata sospensione della sperimentazione «nessun prodotto è privo di rischi», e può accadere che un composto risultato innocuo durante la sperimentazione sugli animali manifesti effetti indesiderati sugli esseri umani. E non dobbiamo dimenticare che tutte le medicine che utilizziamo devono la loro efficacia a un esercito di ignote cavie umane che si sono prestate a sperimentare sul proprio corpo le nuove molecole. Resta il fatto però che, da qualche tempo, con il progressivo aumentare dei profitti del settore farmaceutico e con la progressiva privatizzazione di quasi tutti i settori sanitari, compreso quello della gestione dei test clinici, le sperimentazioni hanno messo il turbo. E si corre un po’ troppo soprattutto in quei settori ad alta densità di capitale speculativo come il biotech che, del resto, ha registrato già parecchi incidenti sperimentando innovative terapie geniche.

Ma qual è la strada che percorre il farmaco prima di arrivare sul bancone della farmacia? Per prima cosa viene individuato e isolato il principio attivo che viene prima testato sugli animali secondo un iter stabilito dalle legislazioni nazionali. Una volta accertato che il composto non è tossico per le cavie si può procedere con la sperimentazione sull’uomo suddivisa, a sua volta, in tre fasi: per prima cosa si osservano gli effetti del farmaco su volontari sani (fase I), poi lo si prova su pazienti mirati (fase II) e, infine, su pazienti generalizzati (fase III). La sperimentazione clinica è molto costosa e per questo motivo i grandi conglomerati farmaceutici tendono a subbappaltarla: se ne occupano le Cro (Contract research organizations), società specializzate che utilizzano delle vere e proprie reti di ospedali “convenzionati” attraverso i quali vengono condotte le sperimentazioni.

Una volta superata la terza fase restano solo da presentare le domande per l’approvazione alla commercializzazione agli organi competenti, la Food and Drugs Administrations negli Stati Uniti e il Ministero della Sanità in Italia. Solo a quel punto può mettersi in moto l’enorme macchina del marketing, ormai l’unica funzione gestita direttamente dalle grandi imprese farmaceutiche. Ovviamente, all’attuale trasformazione della sperimentazione in business, si accompagnano tutta una serie di controindicazioni: dalla riduzione dei tempi previsti per ogni singola fase – ottenuta mediante pressioni di Big Pharma sui decisori politici – fino al discusso reclutamento di volontari a pagamento.

I sei “volontari” ricoverati in terapia intensiva erano stati dunque retribuiti dalla Parexel per testare un anti-corpo monoclonale progettato per curare condizioni infiammatorie croniche (e, pare, la leucemia) dalla TeGenero di Würzburg, azienda che, oltre ad assicurare che «la nuova medicina non aveva mostrato alcun problema di sicurezza nei test precedenti», si è detta disponibile a fornire ai medici ogni tipo di informazione utile alla terapia, cosa niente affatto scontata in epoca di brevetti e di segreto industriale. Un sistema decisamente malato come non mancano di sottolineare quelli della Buko, gli attivisti tedeschi che hanno ispirato il romanzo denuncia di Le Carrè e che sono stati la sua principale fonte di informazioni.

Va sottolineato che i sei di Londra sono relativamente fortunati. Possono infatti usufruire delle competenze e della tecnologia all’ultimo grido del Northwick Park Hospital, al contrario delle vittime africane della multinazionale di fantasia de Il giardiniere tenace. Fece scandalo, qualche anno fa, la vicenda di una sperimentazione condotta in Africa e in Thailandia. Già si sapeva che somministrando l’Azt durante la gravidanza le madri sieropositive avrebbero potuto dare alla luce bambini sani. La sperimentazione venne condotta per vedere di quanto si poteva ridurre la dose, sia per contenere il costo della cura che per diminuire l’assunzione di un farmaco tossico. La vicenda suscitò un vespaio. Una ricercatrice di Princenton, Marcia Angell, sostenne giustamente che erano stati violati i principi etici che richiedono una cura adeguata per il gruppo di controllo: le madri a cui era stato dato solo il placebo partorirono, come previsto, figli ammalati, una cosa che negli Stati Uniti e in Europa non sarebbe stata ammissibile. Insomma venne fuori chiaramente che le regole “universali” valgono solo a nord dell’equatore (Australia a parte, naturalmente).

Ma i paradossi del mercato über alles non si fermano qui. Da anni le multinazionali del farmaco utilizzano la sterminata massa di malati poveri del subcontinente indiano, esplicitamente incoraggiate in tal senso dai cosiddetti esperti. Secondo l’Igate Clinical Research International (organismo che si occupa di ricerca clinica e di sperimentazione farmaceutica) il “vantaggio comparativo” indiano risiede proprio nel poter disporre di malati «non trattati» sui quali si possono condurre esperimenti «a costi competitivi» in un «ambiente sempre più accomodante dal punto di vista della normativa». Si tratta di qualcosa come «40 milioni di asmatici, 34 milioni di diabetici, 10 milioni di sieropositivi, 8 milioni di epilettici, 3 milioni di malati di cancro», sempre secondo l’Igate International. Il subappalto selvaggio delle sperimentazioni consente di abbattere i costi e aggirare i regolamenti: si testano trattamenti per il diabete, per la pressione, per il cancro e per tutte le malattie che interessano il mercato occidentale, ma su molti più pazienti e con tempi estremamente ridotti. Dal 1997 la Cro internazionale Quintiles Transnational ha reclutato più di 13 mila pazienti, mentre la Cro indiana Siro Clinpharm afferma di avere condotto 22 studi su più di duemila persone. Primati fino a questo momento impossibili in Occidente, dove i comitati etici e gli organismi di controllo pongono severe condizioni sia per proteggere le cavie che per assicurare la correttezza dei dati raccolti. La vicenda di Londra dimostra comunque che la tendenza può essere invertita: la disoccupazione e il progressivo smantellamento dello stato sociale sono un ottimo incentivo alla creazione di un esercito di cavie a pagamento.