Giosetta Fioroni come una farfalla

Giosetta Fioroni è come una farfalla. Da alcune decine di anni vola leggera. Ogni tanto, come le farfalle, si ferma sulle cose o sulla spalla delle persone. Subito dopo vola via silenziosa perché non è un grillo parlante ma una farfalla, appunto. Io non so se le farfalle, come gli elefanti, abbiano una memoria. Ma Giosetta la memoria ce l’ha, eccome. La sua memoria è l’enorme reservoir dal quale attinge la materia prima della sua arte: i ricordi. Per Proust «la realtà non si forma che nella memoria». Questa è la realtà che interessa a questa pittrice che lavora con garbo. Con una grazia che Briganti ebbe a definire, però, anche «omicida» quando si rende necessario essere implacabili nella critica.
Del resto le farfalle non si posano solo sui fiori. Per questo della Fioroni bisogna certo ricordare gli Argenti degli anni ’60. Opere di un grigio luminescente, argento appunto, che celebravano con l’uso di un colore industriale i fasti della veloce e contraddittoria modernizzazione negli anni del boom (quelli in cui faceva parte, insieme a Schifano, Angeli e Festa, della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo). Erano «disegni d’argento sul bianco opaco della tela, immagini di donne e di ragazze, di dive hollywoodiane e di bellezze fatali anni Trenta (…) di bimbi e di bimbe. Immagini fugaci di volti, di gesti, di sguardi, ombre di momenti che passano per non più tornare e si fissano per un attimo nella nostra retina, frammenti sottratti al tempo, atomi dell’infinito e mai stabile organismo della vita collettiva» (Briganti ancora). Il riferimento al Pop, indicato da molti, era solo di scuola: niente di più. In realtà né lei, né gli altri suoi compagni di strada con la Pop avevano molto a che fare.

Ma, poiché le farfalle possono entrare ovunque, compresi i posti dell’orrore, bisogna ricordare anche la mostra alla Galleria Pan, dove espose, nel ’76, immagini fotografiche con interventi personali molto discreti, tratte da un atlante di medicina legale. Poveri disgraziati morti suicidi per pratiche autoerotiche, bambine seviziate e uccise, travestiti con gli “abiti di lavoro” in Germania e in Austria. Queste fotografie erano velate di una lieve tinta color ocra, come per attenuare il loro drammatico realismo. La vita non è fatta solo di petali di margherita. E’ fatta, di più, di malattia, di sofferenza e di morte. E’ fatta di angoscia. Terribile angoscia di chi soffre la fame per motivi che sono “fuori di sé”, ma anche di chi di la fame non la soffre e, ugualmente, è infelice per motivi che sono “dentro di sé”. Quella volta, forse, Giosetta volle dare un volto agli orchi che popolavano gli incubi della sua infanzia. O forse, come più mi piace credere, volle “pronunciarsi” sulle cose orribili del mondo che sono tante e tante volte insondabili.

L’infanzia della pittrice è stata felice. Una foto la ritrae mentre, ragazzina, plasma la creta nello studio romano del padre scultore. In quel tempo la madre, la quale le aveva fatto da tutrice nei primi anni insegnandole a leggere e a scrivere, le costruiva teatrini con scenografie immaginifiche entro le quali rappresentava, per lei e per i suoi piccoli amici, le favole dell’infanzia. Quei teatrini rimasero impressi nella memoria di Giosetta, finendo per divenire un “tracciante” di tutta la sua ricerca.

Ispirarono la “Spia ottica” del ’68 che inaugurò “Il teatro delle mostre”, presso la Galleria di Plinio De Martiis. Sono di questo periodo i teatrini in legno in cui si ritrovano gli objets trouvés della sua infanzia. A volte, come nella Spia ottica, è un gioco di lenti che permette di osservare gli interni dei piccoli teatri, una specie di voyeuristico tragitto.

La pittura, però, e non l’artificio ottico, rappresenta la dimensione naturale per l’artista. Pittura e memoria. In un dialogo che non si è interrotto mai. Negli anni ’80: il ciclo denominato Il Vero e i pastelli in cui dialoga con Giandomenico Tiepolo. Si intensificano i rapporti e la collaborazione con amici scrittori e poeti in una relazione integrale e maieutica: Ceronetti, Garboli, Zanzotto, Elisabetta Rasy, Magrelli, Marcoaldi. E soprattutto, più di tutti: Goffredo Parise. Magnifico compagno e soggetto (come il Mafai di Antonietta Raphael) di ritratti d’argento, fin dagli anni ’60 (una splendida recente mostra alla Galleria dell’Oca di Luisa Laureati ci ha permesso di rivederne uno particolarmente bello).

E’ proprio Parise, nel profilo magistrale della compagna tracciato nel suo “Artisti” (Neri Pozza editore), a ricordare quello che rivolto a lei scrisse Moravia: «Cara Giosetta, le vie della poesia sono poche e tutte a senso obbligato (…). La tua maniera di togliere invece di aggiungere, di dare importanza al vuoto invece che al pieno, di definire attraverso l’assenza invece che attraverso la presenza, ti introduce senza che te ne accorga nella compagnia dei pittori e dei poeti giapponesi, maestri nel farci vedere ciò che non c’è». Ciò che non c’è, del resto, è reale come le cose fisiche, anzi a volte di più. L’assenza non è che l’evidenza di un vuoto che rievoca la memoria di una presenza a volte struggente, struggente proprio perché non c’è più.

Negli ultimi anni: la scoperta della ceramica. Maurizio Corraini, Faenza, la storica bottega Gatti, Dante e Davide Servadei. Nascono gli Steli, i Teatrini, le Sedie, i Teatrini shakespeariani e cento altre preziose policromatiche esercitazioni pittoriche in forma tridimensionale, ottenute attraverso l’apprendimento entusiastico e la pratica di tecniche antichissime. Nel 2003 un’ampia retrospettiva della sua opera viene offerta da una grande mostra che Roma gli dedica, intitolata “La Beltà”. I Mercati Traianei si aprono a contenere, entro una sontuosa cornice, una generosa e altamente rappresentativa selezione di opere.

Ma le occasioni ufficiali e pompose, pur necessarie e dovute, non vanno bene per “spiegare” una farfalla. Serve di più una confidenza o il racconto di un gesto. Un gesto semplice magari. Come quello, ad esempio, di telefonarmi (è successo pochi giorni fa) per dirmi, con voce sincera e un po’ commossa, di aver molto apprezzato il ricordo dello scultore Giacinto Cerone, da me firmata su Liberazione del 4 ottobre, a un anno dalla prematura scomparsa del comune amico. Una cosa fatta così, senza cerimoniali, senza l’obbligo di farla. Compiuta con quella gratuità gentile che quando la raccogli ti riconcilia con la vita, nonostante tutto.

Adesso mi è chiaro perché sei anni fa, quando proposi a Giosetta una mostra da realizzare con pochi mezzi in una Chiesa sconsacrata di Tivoli, dal titolo “Doppia Coppia”, con un artista storicizzato come Renato Mambor, ma accanto a due giovani come Claudia Peill e Ennio Alfani, la sua risposta fu immediatamente “sì”, senza tatticismi, senza complicazioni. In quella occasione la Fioroni presentò i suoi teatrini in ceramica e la mostra ebbe il successo che meritava.

Ma Giosetta, è proprio della sua natura, non si ferma che per pochi istanti. Il 20 ottobre, e fino al 18 novembre, la Galleria “Il Museo del Louvre” di Roma presenta le sue fotografie. E’ l’occasione di coglierne lo sguardo, proiettato per il tramite dell’obiettivo, sulle cose che hanno attirato la sua attenzione. Cose e oggetti senza una gerarchia, libere testimonianze di vita, con rappresa sulla superficie della materia di cui sono fatte la poesia della verità. Le farfalle hanno questo di bello che si fermano quando e dove vogliono e nessuno può dare loro ordini o consigli. Fanno quello che credono. E lo fanno bene. Perché è nella loro natura.