GIORGIO BOCCA: «Questo è imperialismo»

Giorgio Bocca, un’analisi lucida del rapporto tra capitalismo e conflitti.

di Tonino Bucci
Liberazione, 21.3.2003

«Non si capisce più niente salvo che gli uomini continuano ad essere dei pazzi che seguono gli istinti di violenza. L’impressione che questa guerra produce è, al pari di tutte le altre, terrorizzante e cupa». C’è una sensazione sgomenta, ma c’è anche una analisi lucida da parte di Giorgio Bocca del legame indissolubile tra guerra, imperialismo americano, interessi economici e svuotamento della democrazia.

Questa volta la categoria di “guerra giusta” per la difesa dei diritti e della democrazia, non ha più alcuna plausibilità, né formale né apparente. E’ evidente a tutti la natura pura e cruda dei rapporti di forza. Il diritto internazionale è morto?

Certo che è morto. E’ la democrazia nel suo complesso che è malata, è morta e subisce la prepotenza dei governi. La politica degli Stati Uniti è democratica in casa – anzi era democratica – mentre all’estero assume il volto dell’arroganza e della presunzione. Una volta, quando gli Stati Uniti non erano forti facevano gli anticolonialisti. Adesso che sono rimasti l’unica e più forte potenza militare fanno gli imperialisti. Non solo, gli americani hanno accettato anche sul proprio suolo le limitazioni alla democrazia, ai diritti, alle libertà, alla privacy. Hanno accettato il principio che la polizia possa fare tutto, come perquisire o violare i segreti bancari.

Tra i principi classici che definivano la democrazia moderna i discorsi di Bush pongono l’accento sempre più sul termine sicurezza a detrimento di libertà e uguaglianza. Sicurezza in cambio di diritti?

La democrazia viene interpretata secondo gli interessi dei gruppi dirigenti e dei poteri forti dell’economia, cioè secondo gli interessi dominanti.

Quali sono a suo parere le cause del conflitto?

Dal punto di vista ideale e della legalità delle Nazioni Unite questa guerra non ha cause. Dal punto di vista dell’impero americano non è necessaria, ma si può spiegare. Innanzitutto, con l’obiettivo di assicurarsi il controllo dei beni del petrolio, il controllo del continente asiatico – in previsione di un futuro conflitto con la Cina. Ragioni imperialistiche ce ne sono.

Nel mondo c’è ormai un’unica superpotenza, tuttavia non c’è ancora un unico impero. Oggi assistiamo di fatto al contrasto tra Stati e diversi interessi economici e geopolitici. Non crede?

Ci sono due novità. La prima, di lungo periodo, riguarda la vittoria del capitalismo sull’Unione Sovietica, togliendo di mezzo l’avversario principale. Dopo di questa si è passati alla globalizzazione commerciale che è una forma di imperialismo, pacifico ma molto oppressivo. Se poi si assume il principio che l’economia capitalistica che vige negli Stati Uniti debba dominare il mondo intero, allora le guerre diventano una conseguenza inevitabile.

Qual è in questa mappa di conflitti il ruolo dell’Europa?

L’Europa non esiste. Quando Giscard d’Estaing dice che prima di arrivare a un esercito europeo passeranno 50 anni è abbastanza chiaro che non esiste una politica europea…

Però esistono all’interno dell’Europa interessi nazionali che giocano un ruolo determinante sulla scena internazionale?

Gli interessi nazionali fanno sì che alla lunga nessuno dei paesi europei dica realmente no alla guerra. Alla fine prevalgono posizioni particolari per stare un po’ fuori, un po’ al sicuro e agevolarsi di questa guerra senza farla. E’ la tipica politica nostra: facciamo la guerra senza farla, senza mandare un soldato. E quando ci sarà la fase della ricostruzione cercheremo di fare anche degli affari. Quando gli americani avranno vinto, tutti parteciperanno allo sfruttamento affaristico.

L’Iraq non è l’Afghanistan. E’ un paese con una realtà politica, statale e amministrativa di più lunga tradizione e solidità. Sarà difficile mettere in piedi, a guerra terminata, un governo che abbia una parvenza di rappresentatività e non sia semplicemente un governo fantoccio…

Ma in questo nuovo impero americano tutti i governi sono fantocci, come ha già dimostrato l’Afghanistan.