Giordania, il Paese scende in piazza contro il terrorismo

La Giordania è scesa in piazza per protestare contro il terrorismo, in una inedita saldatura fra condanna ufficiale e manifestazioni popolari in gran parte spontanee. Non solo ad Amman ma anche in altri centri fin dall’altroieri si sono svolti cortei e raduni che si sono via via ingrossati fino a culminare in una grande manifestazione di massa organizzata ieri dai sindacati e da tutti i partiti politici, anche di opposizione, incluso il Fronte islamico di azione, emanazione dei Fratelli musulmani e che è stato fra i primi a condannare come «atti criminali» gli attentati di mercoledì sera contro gli alberghi Radisson, Grand Hyatt e Days Inn. La manifestazione si è mossa dalla principale moschea di Amman, la Jamah al-Hussein, ed ha letteralmente riempito le strade della capitale, venendo così incontro all’appello lanciato in Tv da re Abdallah II che ha esortato alla «unità per contrastare questi terroristi che non hanno né religione né coscienza». L’animo popolare della Giordania è stato evidentemente colpito da un attacco dissennato che ha avuto come prime vittime proprio tanti arabi, dai partecipanti ad un banchetto di nozze – letteralmente decimati – a esponenti assai noti, come due alti ufficiali dell’Autorità palestinese e il popolarissimo regista siriano Mustafa Akkad, morto ieri per le ferite riportate dopo che mercoledì sera era rimasta uccisa la figlia Rima di 33 anni.
Il governo ed il popolo giordani rispondono dunque in modo unitario ad una sfida che ha colto il Paese in un momento particolarmente delicato, non solo e non tanto sul piano interno quanto a livello regionale. E che la posta in gioco sia alta lo dimostra il livello e la tempestività delle reazioni: contrariamente a quanto si era detto l’altroieri circa un rinvio della prevista visita di Kofi Annan, il segretario generale dell’Onu è giunto ad Amman ieri e prima di recarsi al colloquio con re Abdallah si è recato negli ospedali a visitare i feriti dei tre attentati; e ad Amman potrebbe far tappa anche il segretario di Stato Condoleeza Rice, che ieri si trovava in Iraq per una visita lampo non preannunciata (come quella quasi contemporanea del ministro britannico Straw) per evidenti ragioni di sicurezza. Kofi Annan ha avuto parole di condanna per «l’odioso crimine» ed ha aggiunto che «nessuna ideologia, nessuna causa può giustificare la vile uccisione di civili innocenti».

Le indagini e le rivendicazioni continuano intanto a puntare verso i gruppi terroristici che operano in Iraq, tanto più che ieri, con una procedura giudicata dagli esperti insolita, Al Qaeda ha diffuso su un sito web un secondo comunicato per indicare la identità dei quattro attentatori suicidi, che erano – si afferma – tutti iracheni, includevano una coppia di coniugi ed avevano l’incarico «della pianificazione, preparazione ed attuazione degli attentati». I quattro sono indicati nel testo con i nomi, evidentemente «di battaglia», di Abu Khabib, Abu Muaz, Abu Omaira e Um Omaira, gli ultimi due essendo i coniugi che «hanno deciso di morire insieme e hanno scelto la via più breve per ricevere la benedizione di Allah», come dice il farneticante messaggio di Al Qaeda. Ma se i quattro erano iracheni e se, a parte le dozzine di fermi già in atto, vengono ricercati altri soggetti «con l’accento iracheno» nonché due auto con targa irachena, allora viene inevitabile porsi degli interrogativi sulla efficienza degli apparati di sicurezza, sia all’interno che lungo il confine, fra l’altro vigilato sul lato iracheno anche dalle forze americane. Il che concorre a spiegare come oggi in Giordania al dolore e alla protesta si aggiunga anche un diffuso sentimento di rabbia.