Ginzburg

Da Los Angeles a Pisa, dalla Ucla, l’ Università della California, alla Scuola Normale. A volte succede: uno dei nostri maggiori studiosi, Carlo Ginzburg, torna in Italia. L’ autore dei Benandanti, del Formaggio e i vermi, di Storia notturna, di Indagini su Piero e de Il giudice e lo storico, in difesa di Adriano Sofri, conosciuto internazionalmente come il fondatore della microstoria (etichetta che però rifiuta), ha accettato l’ invito dei suoi ex compagni di studi Salvatore Settis e Adriano Prosperi e da novembre terrà a Pisa il corso di Storia delle culture europee. Quest’ anno le sue lezioni saranno un esercizio di antropologia storica medioevale: lo studio della fortuna del motto aristotelico «ars imitatur naturam», l’ arte imita la natura. Non si spaventino i giovani normalisti per il titolo impegnativo, perché, come sa chi ha letto i suoi libri e come abbiamo capito durante la lunga conversazione nella sua casa bolognese, il professor Ginzburg riesce a divertire parlandoti dell’ argomento più alto. Pensi alla Normale e alla Ucla e ti viene in mente il termine «eccellenza». Non l’ avessi mai fatto. «A me questo termine fa venire in mente Pinocchio – ridacchia Ginzburg seduto al tavolo della cucina, perché tutte le scrivanie della grande casa sono impraticabili, stracolme di libri, fogli, riviste -. Ricorda il colloquio con Mangiafoco? “Pietà signor Mangiafoco”. “Qui non ci sono signori”. “Pietà, Eccellenza”. A sentirsi chiamare Eccellenza, il burattinaio fece subito il bocchino tondo”. L’ eccellenza in realtà bisogna dimostrarla con il lavoro». Lasciamo perdere le Avventure di Pinocchio e Il giornalino di Gian Burrasca, che pure ricorre durante una conversazione a tratti torrenziale, e chiediamo a Ginzburg se è vero, come scrisse Adriano Prosperi recensendo sul Corriere la raccolta di saggi Occhiacci di legno, che nel 1997 lasciò l’ università di Bologna perché i colleghi mal sopportavano la sua «indipendenza intellettuale». L’ autore di Storia notturna ammette una certa insofferenza per l’ ambiente accademico, ma non vuol scendere nei dettagli di pettegolezzi e malumori legati al passato: «L’ università di Bologna, dopo anni che facevo la spola con gli Stati Uniti, aveva tutto il diritto di pormi di fronte a un aut aut. Così scelsi l’ America, che oggi mi costa abbandonare perché lì ho avuto e ho alcuni dei miei amici e colleghi più cari, a cominciare da Perry Anderson, notissimo storico marxista, Saul Friedländer, storico del Terzo Reich e autore dell’ autobiografia A poco a poco il ricordo, tradotta per Einaudi da mia madre Natalia nel 1991, Amos Funkenstein, studioso ora scomparso che mi ha insegnato come si debba cercar di capire l’ ebraismo attraverso il cristianesimo, e viceversa. Non potrei immaginare il mio percorso di studioso senza i soggiorni in America. Vi andai per la prima volta negli anni Sessanta a seguire i seminari guidati da Lawrence Stone presso il Davis Center di Princeton. Rimasi colpito dalla diversa qualità della discussione accademica: molto dura ma senza mai niente di personale. Pensavo che questo stile analitico, che portava a sezionare gli argomenti e ad argomentare in maniera molto diretta, fosse una qualità americana, invece con gli anni mi son reso conto che è soprattutto una qualità inglese. Stone era inglese, così come lo è Perry Anderson, che insegna anche lui nel dipartimento di storia della Ucla. Con lui ho avuto discussioni talvolta dure, sia in pubblico sia in privato; molti colleghi e studenti trovavano strano che due amici discutessero in quel modo». Negli anni Ottanta la vis polemica di Anderson si manifestò con un articolo per la rivista italiana MicroMega a proposito di Storia notturna, il libro sul sabba di Ginzburg, in cui accusava l’ amico di favorire un clima di riflusso dai grandi temi pubblici. Dal gruppo di amici americani ai maestri che Carlo Ginzburg ha avuto alla Normale negli anni Cinquanta e Sessanta. In particolare ricorrono tre nomi, oltre a quello di Armando Saitta con cui si è laureato: Delio Cantimori, indagatore delle sette ereticali, campo di studi poi proseguito da Ginzburg, Augusto Campana, paleografo e studioso dell’ Umanesimo, e il medievalista Arsenio Frugoni. Da tutti loro ha imparato a fare ricerca. Ma a questi nomi il professore aggiunge quello di Arnaldo Momigliano, amico del padre Leone, lo studioso di letteratura russa e militante di Giustizia e Libertà che morì il 5 febbraio 1944 nel carcere romano di Regina Coeli in seguito alle torture dei nazisti. A mano a mano che la conversazione procede ti rendi conto che Carlo Ginzburg ha imparato a dialogare sin da ragazzo con molti tra i grandi intellettuali del Novecento. La decisione del ritorno in Italia, assicura tuttavia lo storico, non è dovuta a nostalgia per la giovinezza, ma a un senso di appartenenza che si è fatto più chiaro con gli anni. «Il Paese cui uno appartiene – dice Ginzburg – è quello che uno può odiare visceralmente, per cui riesce a provare vergogna». Quest’ apparente paradosso nasce in realtà da una riflessione sull’ identità. «Una parola – continua Ginzburg – che a me non piace, soprattutto quando è usata al singolare, perché identità dà l’ idea dell’ identico laddove tutto cambia. In realtà noi siamo una somma di identità, nessuno ne ha una sola: io per esempio mi definirei un italiano-ebreo (così diceva di se stesso Primo Levi). Anche se della parte ebraica sono diventato via via più cosciente andando negli Stati Uniti». Identità al plurale, così come plurale è il titolo della sua materia di insegnamento alla Normale, Storia delle culture europee. «È un titolo che ha scelto Adriano Prosperi – spiega Ginzburg – e a me piace molto perché sottolinea l’ idea che non esista una sola cultura, quella alta, delle classi dominanti, ma anche quella dei ceti popolari. Ho sempre pensato, all’ inizio anche in polemica con storici di prim’ ordine, che la cultura degli inquisitori non dovesse escludere quella degli imputati come il mugnaio friulano Menocchio. E viceversa, naturalmente. Non bisogna pensare alla microstoria come a una prospettiva di ricerca legata necessariamente alla piccolezza, vera o presunta, dell’ oggetto. Direi piuttosto che la microstoria è un progetto legato alla generalizzazione. La sfida non consiste nell’ occuparsi di cose minori ma nell’ adottare uno sguardo analitico che guardi le cose da vicino per arrivare a una visione più solida, più profonda, dei nessi che tengono insieme la società. Bisogna studiare l’ albero per arrivare a conoscere bene la foresta». Per farci capire il metodo che cercherà di trasmettere agli studenti della Normale, Ginzburg ci racconta una sua ricerca su un viaggiatore svizzero del Settecento, Jean-Pierre Purry, il quale mandò alla compagnia olandese delle Indie orientali due progetti di colonizzazione in alcune province del Sudafrica e dell’ Australia. Alla fine approdò in una landa della Carolina del Sud che si trovava allo stesso grado di latitudine delle altre, il trentatreesimo, come la terra di Canaan, la Terra Promessa. L’ originale vicenda di un calvinista che trovava nella Bibbia la giustificazione della colonizzazione europea, spiega Ginzburg, «mi ha aiutato a porre alcune domande sul rapporto tra la visione di Max Weber e quella di Karl Marx. Il primo escludeva dal suo modello di origini del capitalismo la violenza, il secondo non teneva nel giusto conto il fattore religioso. È una dimostrazione di come, partendo da uno sguardo imperniato su un fenomeno particolare, si possa arrivare alle grandi domande». Una delle domande più impegnative per Ginzburg è indicare quale sia a suo avviso il campo di studi storiografico oggi più promettente. A sorpresa lo studioso delle streghe e degli eretici risponde: «La storia politica, senza dubbio, purché non venga vista soltanto dai gabinetti dei ministri o dalle aule parlamentari. La sottigliezza e la complessità dell’ analisi sono spesso soffocate dalla sovrabbondanza delle fonti. Forse gli storici contemporaneisti dovrebbero imparare dagli studiosi del mondo antico a leggere le fonti con maggiore vigore analitico, e maggiore immaginazione».