GINSBERG, MAJAKOVSKIJ E…VATTELA A PESCA*

Vi presento una raccolta di poesie. E sin qui niente di strano: ciò che forse vi sorprenderà è che l’autore sia un noto dirigente del Prc : il compagno Alessandro Valentini. Con Sandrone ho condiviso tanta parte della mia vita politica e se penso a lui penso in verità alla nostra – bella, appassionata e anche disperata – giovinezza. Da ragazzi, nella battaglia donchisciottesca contro “la socialdemocratizzazione del PCI ”, abbiamo fatto per tanto tempo lo stesso sogno: il comunismo, e se insieme si fa un sogno così si rimane in qualche modo legati per sempre, anche se alla fine uno – il recensore – è per l’unità dei comunisti e l’altro – il poeta – si schiera, al Congresso, con Vendola.

Voglio scrivere subito una riga che di solito si piazza alla fine: leggete questo libro di Valentini ( “Poesie”, edizioni Azimut, 12 euro), è bello davvero, è denso, è – insieme – di una straripante vitalità e di una struggente malinconia. E’ un grande, inaspettato, lavoro: vi darà molto, non perderete tempo.

Come scrive Stefano Palermo nell’affettuosa ed arguta prefazione “Questa raccolta di poesie ( oltre 100 ed alcuni poemetti) è una selezione molto ampia della produzione di Valentini, dal 1973 al 2008, 35 anni di poesia. La selezione è organizzata in sei raccolte: le due Trilogie, Frammenti, Le Chele del Cancro, Poesie senza musica e l’ultima, Discrepanze”.

Vi sono due questioni fondamentali da affrontare, quando si vuol leggere, per sé e per gli altri, un libro di poesie: ciò che in quel libro si dice e come lo si dice. Una caricatura del marxismo vorrebbe forse che iniziassimo da “quel che si dice” ( il contenuto, compagni, il contenuto!).

Si può invece (credo si debba) iniziare dal linguaggio, che è la vera chiave, per i poeti, per decodificare e riscrivere il mondo. E l’approdo ad un proprio linguaggio, per il poeta, è il segno che un lungo viaggio d’amore nel mondo di tutti i poeti si è concluso con l’assunzione degli altrui linguaggi e insieme la liberazione da essi.

E’ ciò che precisamente accade a Valentini: nei suoi versi sono ancora rintracciabili alcuni grandi linguaggi poetici, ma nel contempo si capisce che tali retaggi sono ormai solo echi, strutture, scientemente poste al servizio di un nuovo linguaggio: quello di Valentini, appunto.

Asseriva Balzac che “l’originalità è un mito della piccola borghesia e gli iconoclasti sono quasi sempre piccolo borghesi”. Valentini il materialista, dunque, non amerebbe leggere che il suo lavoro poetico proviene da un falò ( sarebbe “il falò delle vanità”) dell’altrui mondo poetico. Sarebbe d’accordo invece nell’esigenza di rintracciare le ascendenze poetiche, esercizio che dobbiamo fare, non per accademia ma per rispetto e decodificazione di un lavoro linguistico duro, lungo e sofferto.

Qua e là, dunque, lungo i versi più scarlatti, erotici e provocatori di Valentini ( Patrizia S. per esempio : “ Una vera compagna, una tutta di un pezzo/ Dopo tre ore ( ci siamo conosciuti su appuntamento)/ eravamo stesi sul letto/ a mormorarci stronzate sull’orecchio”) aleggia sicuramente il corvo di Arthur Rimbaud. Pasolini è invece ovunque, assunto anche nello stile secco, nell’essenzialità di pietra che trasforma in poesia anche la speculazione ideologica. Sentite come suonano liriche, una volta ripulite dalla retorica, queste parole di Valentini, nella poesia “ Prologo a forma di croce”: “Appare evidente, quindi, che un’eccessiva depressione aumenta la immunità di esenzione in materia di infamia/ determinando nel maschio una disperata ricerca del sesso come valore d’uso / ( vedi Marx-Engels, opere complete, volume nono, pagina vattela a pèsca”). E attenzione alla grazia dissacrante di quel “vattela a pèsca”…

Vi è poi molto Majakovskij negli splendidi versi scritti per la morte di Luigi Longo ( “ Lasciatemi con le mie lacrime/ oggi sono più solo / un grande bolscevico, il compagno Luigi Longo, è morto”). E vi è Allen Ginsberg, non solo perché la poesia “ Elogio dell’ideologia” è un’intera citazione del vate della beat- generation, ma perché è l’angoscia profonda del vivere in un mondo incatenato, tanto urlato da Ginserbg, che è carsica in ogni verso di Valentini.

Tuttavia, passato per i porti francesi di Rimbaud, per i quartieri sottoproletari di Pasolini, per le tipografie leniniste di Majakovkij e “lungo le strade che non portano più a niente” di Ginsberg, Alessandro diviene Valentini e racconta – con parole imparate dagli altri ma riconiate da sé – la propria storia di comunista romano e poi più aristocraticamente sardo; la sua profonda – per noi inaspettata – tristezza (Regressione n. 9 :

“ Eppure cerco ancora un dio quotidiano / un dio traboccante di eccessi e certezze / che sia la mia speranza & la mia salvezza / E’ vero compagni /sono questi gli anni del disincanto & del silenzio: si, solo per alcune donne ho sul serio combattuto & perso/ ho veramente amato” ); la sua indomabile e velenosa ironia ( questa la riconosciamo) rivolta democraticamente a tutti e spesso alla sinistra massimalista ( non gli piace il Pdup, a Valentini e scrive : “ Parole a raffica/ parole roboanti / parole a slogan / parole e basta: nel non sense il passo è breve tra avanguardia e snob”).

Nella prefazione, Palermo scrive che la “dissociazione” ( il dirigente politico dal poeta, l’ uomo pubblico da quello privato, il padre e il marito dall’uomo) è il segno ultimo di Valentini. Noi crediamo che questa sia un’affermazione verosimile e nel contempo retorica: siamo tutti “dissociati” e nel contempo riaggregabili. Ciò che chiaramente riunifica Valentini, ad esempio, la sue vite molteplici, è proprio la poesia, questi versi che sono suoi quanto nostri. Vorremmo poi che a riaggregare noi ad Alessandro fosse di nuovo, come un tempo, il comunismo. Ma questo è – forse – un altro discorso.

* Liberazione, supplemento Libri, pag.13 – sabato 30 maggio