Giappone, la guerra non è più tabù: Koizumi riscrive la Costituzione

La vittoria di Koizumi alle ultime elezioni politiche in Giappone ha subito sortito i suoi primi tangibili effetti. Il 7 ottobre scorso è stata infatti presentata ufficialmente la bozza finale del progetto di revisione costituzionale, stilata dall’apposita commissione interna del Partito Liberaldemocratico, presieduta dall’ex primo ministro Mori Yashiro. Per oggi è prevista una successiva discussione della commissione interna riunita in plenaria, che dovrebbe approvare definitivamente il testo, da sottoporre poi all’esame della Camera Bassa.
L’ampia maggioranza guadagnata alle elezioni dalla coalizione di governo consentirà un iter parlamentare privo di ostacoli, tanto più che, come in molti altri casi, la revisione costituzionale gode di un ampio consenso bipartisan all’interno dell’arco politico nipponico. Il Partito Democratico, con Maehara Seiji, suo nuovo spregiudicato portavoce, subentrato all’indomani delle elezioni al grande sconfitto Okada Katsuya, si è infatti dichiarato d’accordo al cambiamento della Costituzione del paese, spianando la strada a una sicura mutazione della costituzione materiale del paese, oltre che a quella formale. Tra i partiti di opposizione, solo il Partito comunista giapponese si è opposto a qualsiasi tentativo di revisione regressiva della Costituzione, analizzando i pericoli insiti in questo progetto.

Infatti, l’elemento più rilevante della nuova costituzione giapponese sta nell’eliminazione dell’articolo 9, ben noto a livello mondiale per la sua radicalità pacifista che ha spinto più di un giurista a proporlo come modello per le costituzioni nazionali e per il diritto internazionale. Questo articolo esprime esplicitamente il “rigetto della guerra”, la “rinuncia alle forze armate” e la “rinuncia alla possibilità di dichiarare guerra”, costituendo così, dal punto di vista del diritto, la punta più avanzata del ripudio della guerra nel ventesimo secolo. Non a caso, questo articolo è stato sempre osteggiato, non solo dai nostalgici di estrema destra del Giappone imperiale, ma anche dalla maggior parte del “moderato” Pld che, sin dalla sua fondazione nel 1955, ha mirato a cambiare radicalmente la costituzione imposta per i propri interessi dall’occupante statunitense, che oggi vede però di buon occhio una “normalizzazione” del paese in funzione soprattutto anticinese. Il dibattito sulla revisione costituzionale, ha attraversato surrettiziamente il Giappone nel corso dei trent’anni successivi alla guerra, riapparendo palesemente sulla scena politica con il premierato di Nakasone Yasuhiro – detto il “Reagan giapponese” – durante i primi anni Ottanta, in cui maturavano le prime avvisaglie di un’offensiva liberista e guerrafondaia di ampia portata. Non a caso, Nakasone presiede oggi la sottocommissione che ha avuto l’ultima parola sulla bozza di revisione, e che ha avuto un ruolo notevole anche nell’ispirazione complessiva del testo.

Il testo insiste infatti sulla autoctonia nipponica della nuova costituzione, sul ruolo dell’imperatore, non solo come simbolo dell’unità del “popolo giapponese”, ma anche come spina dorsale dell’intera storia del paese, e sul patriottismo come forza trainante per la costruzione di un Giappone rinnovato. A tale quadro si deve aggiungere la formalizzazione in punta di diritto della possibilità di possedere un esercito vero e proprio, utilizzabile in teatri di guerra fuori dalle acque territoriali del paese – come è già stato fatto non solo direttamente nel sud dell’Iraq, ma anche indirettamente in Afghanistan. D’altronde, sfruttando l’attuale quadro politico internazionale favorevole, il Pld vede la concreta possibilità di realizzare un sogno coltivato da cinquant’anni, che ha spesso e volentieri manifestato pubblicamente, come avviene platealmente da qualche anno con le visite di Koizumi al santuario shintoista Yasukuni, in cui sono seppellite non solo le vittime giapponesi della Seconda Guerra Mondiale, ma anche quattordici tra i più feroci criminali di guerra.

Sembrano quindi concretizzarsi le preoccupazioni della Cina e delle Coree, espresse dai maggiori quotidiani nazionali all’indomani della vittoria di Koizumi alle elezioni politiche. Di fronte a un premier che, anche in presenza di forti dubbi nel suo stesso partito, si rifiuta di porre un termine alle visite dal grande valore simbolico al santuario. Un premier che ha inviato per la prima volta truppe giapponesi in un teatro di guerra straniero; che, pur in presenza di interessi parzialmente divergenti, persegue una politica di solida alleanza con gli Stati Uniti, la sfera delle relazioni geopolitiche produce ulteriori laceranti contraddizioni con la sfera di una cooperazione economica e commerciale sentita come ancora necessaria da parte del Giappone nei confronti del gigante cinese. In mancanza di una reale alternativa, tali contraddizioni sono prima o poi destinate ad esplodere, con conseguenze imprevedibili per l’equilibrio globale complessivo.