Giappone, Koizumi: ‘immagine e l’astuzia

C’è chi lo paragona al Reagan degli anni `80, o al contemporaneo Blair. Per Takashi Inoguchi, storico e politologo (una moglie appena eletta tra i volti «nuovi»), Koizumi è ancora più bravo: «Reagan, la Thatcher e Blair sono stati maestri nell’interpretrare i desideri reconditi del popolo. Koizumi è un ipnotizzatore. Lo votano perché è simpatico, positivo. Non perché sono d’accordo. Tutti i sondaggi lo confermano. La maggioranza dei giapponesi non considera la privatizzazione delle poste una priorità assoluta, è più preoccupata per il futuro del sistema pensionistico ed è decisamente contraria alla presenza del contingente armato in Iraq. Se a questi dati aggiungiamo il fatto che gli elettori hanno riscoperto il fascino del voto, queste elezioni avrebbero dovuto sancire il trionfo del partito democratico. Come si spiega il fatto che abbia stravinto Koizumi? Innanzitutto con la sua capacità di comprendere l’enorme importanza del mezzo televisivo e adottarne il linguaggio. Archiviata l’era dei comizi, del porta a porta e del voto «accompagnato», i giapponesi votano sull’onda dell’emozione, più che della convinzione (o della tradizione). Il candidato è un prodotto: lo «compri» perché ti piace la pubblicità, la sua immagine, il suo slogan. Potessero votare dalla poltrona di casa, come si usa per i telequiz, Koizumi avrebbe conquistato l’intero parlamento. Ma l’astuzia di Koizumi non si ferma qui. L’idea di candidare tutta una serie di personaggi «televisivi», allo scopo di «uccidere» i vecchi «feudatari» arroccati in collegi che in Giappone si ereditano come beni immobili di padre in figlio, si è rivelata, se non vincente (molti killer hanno fallito) di grande impatto. Con questa mossa, Koizumi ha accreditato un’immagine autenticamente «riformista» del suo partito, sottraendo ai democratici la loro arma più importante. Infine, è riuscito a stanare delusi e indecisi, facendoli votare per lui. Un suo predecessore, Yashiro Mori, li temeva come la peste: «Che se ne stiano a casa» usava dire.

E adesso? Giappone sul piede di guerra? Arrogante in Asia e sempre più sdraiato sulle posizioni Usa? Forse no. Incoronato dal popolo, Koizumi può abbandonare il suo atteggiamento guascone e provare a fare lo statista. Nessun politico, nel dopoguerra, ha mai raggiunto un consenso ed un potere come quelli di cui oggi gode Koizumi. C’è chi è pronto a scommettere che non metterà più piede nel controverso tempio Yasukuni, dove riposano gli spiriti di alcuni criminali di guerra, e che effettuerà presto trionfali visite ufficiali (già concordate) in Cina e Corea. Lui smentisce ed insiste che resterà al governo ancora solo per un anno: «Il partito ha le sue regole». Ma nessuno gli crede. Il limite del doppio mandato alla guida del partito è stato accantonato per Yasuhiro Nakasone, l’amicone di Reagan, figuriamoci se non si può ripetere l’eccezione per il «cagnolino» di Bush, epiteto spesso usato dalla stampa asiatica, cinese e coreana in particolare. Un cagnolino che può ora permettersi di mordere. Come a suo tempo Kakuei Tanaka, il premier degli anni `70 che tra una bustarella e l’altra «macinava» anche politica e cercava di ritagliarsi un nuovo ruolo in Asia. Gli Usa per un po’ lo sopportarono, poi, quando decise di «aprire» alla Cina senza chieder il nulla osta, aprirono gli archivi della Lockheed e lo fecero impallinare.