Gianni Rinaldini: «È il lavoro il motore dell’alternativa»

Contratto, verso lo sciopero generale dei meccanici.

Un milione e mezzo di donne e uomini al lavoro, il 36% della produzione industriale e il 9% del pil nazionale. Questi i numeri dei metalmeccanici italiani. Numeri pesanti, almeno quanto il ruolo dei padroni meccanici in Confindustria (in cui sono la grande maggioranza). Eppure, soprattutto nel mondo politico, i metalmeccanici – i lavoratori non gli imprenditori di Confindustria – sono considerati dei residui e ogni ristrutturazione, ogni crisi, ogni esternalizzazione vengono viste come altrettante conferme di una fine annunciata: quella del lavoro industriale e – in Italia – della sua principale categoria. Poco importa che ogni vicenda sindacale che li interessa (a partire dai contratti) assuma sempre una portata generale, illumini il futuro delle relazioni sociali, come è stato per la precarizzazione di condizioni e retribuzioni; poco importa che anche sul piano politico ogni loro mossa diventi un messaggio che parla al di là dello specifico di una categoria, come è stato nella stagione dei movimenti, da Genova alle mobilitazioni contro la guerra. Di questi rimossi, che il 29 sciopereranno per il contratto nazionale, Gianni Rinaldini è il segretario dell’organizzazione più importante, la Fiom. Ovvio che non accetti il ruolo di rappresentante di residui e che, semmai rilanci e accusi: «E’ tutto il lavoro a essere stato rimosso politicamente e offeso materialmente. E questo ha prodotto il degrado di una parte fondamentale della nostra società, l’impoverimento del paese e il suo declino, uno smarrimento di orizzonti. Non credo ci si possa compiacere del riemergere della povertà tra i lavoratori subordinati, né del fatto che siamo diventati un paese che la concorrenza capitalistica la fa al ribasso. Se qualcuno è contento di ciò, si accomodi… Magari sul carro, un po’ a pezzi, del berlusconismo».

Va bene, non ci accomodiamo e guardiamo avanti. Dopo più di quattro anni e due contratti separati, si rivede uno sciopero nazionale unitario. Siete diventati più buoni voi della Fiom o più cattivi Fim e Uilm?

La realtà è che gli accordi separati hanno fallito su tutti i piani. Oggi Confindustria e Federmeccanica arrivano a offrire, senza vergogna, un aumento salariale di 60 euro, scaglionato in due anni, che per un terzo livello – la maggioranza della categoria – si traduce in 37 euro lordi. La questione retributiva in questa fase assume un significato generale. Perché, poi, i padroni si dicono anche disposti a dare qualche soldo in più ma chiedendo in cambio una modificazione degli orari di lavoro che sancisca la gestione unilaterale del tempo nelle mani dell’impresa, annullando il ruolo delle Rsu. Che significa porre fine al loro ruolo contrattuale anche a livello aziendale. Per questo è importante la risposta unitaria che stiamo dando, che si misura anche con l’origine dell’attuale condizione del settore: l’assenza di una politica industriale, il fatto che i nostri imprenditori «non ci credono più», sono alieni da vere missioni industriali, perché il nostro capitalismo pensa solo a far cassa – con la finanza o comprimendo il costo del lavoro – mentre la politica ha abdicato a qualunque ruolo in economia, se non quello di inserirsi in qualche buon affare a breve termine. Per questo sarebbe bene che il 29 settembre le forze politiche del centro sinistra dicessero chiaramente cosa pensano delle posizioni di Confindustria e Federmeccanica. Per noi sono inaccettabili, e per loro?

Dopo aver ottenuto tanto sulla flessibilità delle prestazioni e degli inquadramenti, ora le imprese usano il confronto sul salario per ottenere più flessibilità d’orario?

In realtà vogliono tutto. Contenere gli aumenti, ricattare sugli orari, eliminare il ruolo delle Rsu – cioè l’unico potere democraticamente verificabile dei lavoratori – e accentuare la precarizzazione. Voglio ricordare che il mercato del lavoro dei metalmeccanici è regolato unicamente da una legge dello stato, perché la traduzione contrattuale della legge Biagi, prevista negli accordi separati, non è andata in porto: chi ha cercato di farlo si è scontrato con il muro di Federmeccanica, come avevamo previsto. Le imprese continuano a perseguire un solo obiettivo: la scomparsa della contrattazione a ogni livello. Esattamente ciò che Confindustria propone nel suo recente documento sulla riforma dei contratti: la gestione unilaterale di orari e della flessibilità e aumenti salariali variabili a livello aziendale. Il tutto accompagnato da norme sanzionatorie sulla cui gestione le aziende chiedono la collaborazione del sindacato. In sostanza, la negazione della contrattazione collettiva, proprio ciò che ci viene proposto al tavolo dei metalmeccanici. In perfetta coerenza con ciò che accade ogni giorno in tante aziende: all’Ilva di Taranto, dove gli incidenti che feriscono e uccidono i lavoratori si alternano alle minacce di licenziamento per i delegati che indicono scioperi sulla sicurezza; o a Melfi, dove è in corso uno scontro sulle condizioni e sui ritmi di lavoro, sulle retribuzioni e sulla precarietà. E in entrambi i casi, le fabbriche si fermano e scioperano. Anche questo conferma la fine del lavoro e del suo ruolo politico generale?

Qui torniamo al discorso dei residui: dicono che il vostro è un mondo che va a esaurirsi, tra esternalizzazioni e crisi…

A parte che, visto che si parla di mondo, c’è tutto un mondo in cui il lavoro manifatturiero cresce di peso e peggiora in condizioni – e questo dovrebbe pur interessarci – ma poi queste sono sciocchezze anche qui da noi. Pensare che il lavoro, «persino» quello antichissimo di un’acciaieria, e i suoi conflitti appartengano al passato, mentre il futuro sarebbe nel terziario e nel turismo, opera una rimozione sociale e porta con sé un’idea di società tipicamente berlusconiana. Vogliamo sposarla? A me sembra che se la geografia del lavoro cambia in continuazione è proprio dal lavoro che bisogna partire. Dal lavoro e dallo stato del capitalismo, decidendo quale parte si voglia rappresentare. Le recenti elezioni tedesche dimostrano che le questioni sociali sono il metro di misura delle scelte politiche e sociali alternative. Mentre i sommovimenti estivi dei poteri economici italiani indicano scenari inquietanti, privi come siamo di un ancoraggio a una politica industriale, perché il ruolo pubblico non può limitarsi alla definizione di regole che poi vengono regolarmente violate. Il futuro di settori strategici non può essere lasciato all’arbitrio di privati che non hanno alcun interesse a cercare un futuro. Per fare un esempio, il settore dell’auto in Italia non può dipendere esclusivamente dalle volontà della dirigenza Fiat.

Va bene, gli imprenditori non hanno alcuna idea sensata, la politica guarda altrove. Ma la Fiom, cosa vuole?

Che sia riscoperta e praticata la centralità del lavoro. Il lavoro non è un capitolo aggiuntivo ad altri per un programma sociale alternativo, ma è il vincolo-risorsa di partenza. E, politicamente, è il passaggio decisivo di ogni discussione su un’alternativa a Berlusconi e al berlusconismo. E, per fare un esempio, registro che anche in documenti della sinistra radicale tenda a scomparire la questione della democrazia sui posti di lavoro come strumento per esercitare il conflitto sociale. La democrazia in fabbrica e negli uffici non comporta costi, dipende solo da scelte politiche e dalle priorità culturali che ciascuno assume.

A proposito di scelte, è iniziato il congresso della Cgil. Assisteremo al solito duello attorno al ruolo della Fiom?

Insieme ad altri compagni, in un congresso che non prevede documenti contrapposti – cosa che non accadeva da 15 anni – ho presentato due tesi alternative sui capitoli della struttura contrattuale e della democrazia. Da un lato – di fronte all’impoverimento materiale del lavoro dipendente – si tratta di invertire una tendenza facendo sì che i contratti possano permettere l’aumento delle retribuzioni reali. Non basta riferirsi all’inflazione o alla produttività. Bisogna partire dal potere d’acquisto, dall’andamento di settore, proporsi la redistribuzione di quote di ricchezza prodotta. Questo è sempre stato l’orizzonte del contratto nazionale. Dall’altro lato – e questa è stata la pratica della Fiom degli ultimi dieci anni – la democrazia è un diritto inalienabile per i lavoratori ed è per loro essenziale, se si vuole contrastare le imprese ed esercitare un ruolo sociale. Inoltre, la democrazia non può esaurirsi nella democrazia delle organizzazioni, deve essere democrazia nei luoghi di lavoro, altrimenti le parole autonomia e indipendenza cambiano di segno e diventano autonomia dei gruppi dirigenti dai loro rappresentati.

Insistete sempre sulla centralità del contratto nazionale. Ma nella globalizzazione che senso ha una dimensione nazionale?

Nella globalizzazione c’è chi vorrebbe ridurre i contratti a dimensioni locali, regionali o territoriali. Per noi l’orizzonte nazionale è un patrimonio di partenza verso una dimensione perlomeno europea di un contratto dell’intera industria, anche se tutti i sindacati europei su questo sono terribilmente indietro. Ma l’alternativa è l’aziendalizzazione o la frantumazione territoriale che rendono la rappresentanza sociale subalterna alle logiche di impresa, alla guerra tra «comunità produttive», mentre il capitale preme localmente sulle condizioni di lavoro e si muove globalmente sul piano finanziario e produttivo.

Ma se al congresso non ci saranno documenti contrapposti, la Fiom giocherà un po’ contro tutti? come quarta confederazione come a volte vi descrivono….

Noi non giochiamo contro nessuno e siamo una categoria… molto composita, ma una categoria con una mentalità generale… e tutti dovrebbero pensare un po’ in generale, altrimenti si diventa corporazione. Oggi la Cgil si trova a gestire un congresso diverso dagli altri e questa è una sfida per l’intera organizzazione. La capacità di gestire democraticamente l’espressione di opinioni diverse su tesi dentro un quadro unitario è una sfida positiva che se fallisse sarebbe preoccupante rispetto alle prove difficili che ci attendono in futuro, anche con governi meno assurdi di quello in carica. Spero di sbagliarmi, ma ho l’impressione che ci sia una parte dell’organizzazione che preferisce modalità congressuali con mozioni globalmente alternative perché più semplice da gestire nella ripartizione dei quadri dirigenti. E’ una concezione da piccolo cabotaggio. Viceversa, un congresso a tesi è la più coerente espressione per un’organizzazione che ha superato le componenti di partito e che guarda soprattutto all’esterno, ai nodi della condizione delle lavoratrici e dei lavoratori, che punta alla rappresentanza di tutto il mondo del lavoro. Questa è la sfida per tutta la Cgil.