Giaime Pintor, l’immagine controversa di un uomo coerente

Giaime Pintor, germanista, morto a soli 24 anni il 1° dicembre del 1943 mentre tentava di raggiungere una colonna partigiana nei pressi di Roma, è una figura che ancora oggi fa discutere. Su di lui si sono scontrati fin dall’immediato dopoguerra opinioni e giudizi diversi. Un quadro esauriente del dibattito che ha attraversato la sinistra su uno dei critici letterari più noti della generazione a cavallo tra fascismo e antifascismo lo dà Giaime Pintor e la sua generazione (Manifestolibri, pp. 365, euro 26,00), libro curato da Giovanni Falaschi, professore di letteratura italiana all’università di Perugia, che raccoglie una serie di saggi su Pintor (oltre a quello dello stesso Falaschi compaiono scritti di Hermann Dorowin, Isabella Nardi, Gianpasquale Santomassimo, Maria Cecilia Calabri, Angelo d’Orsi e Luca La Rovere) e di pregevoli testimonianze, tra la quali citiamo quelle di Norberto Bobbio, Aldo Natoli, Luigi Pintor, Laura Lombardo Radice e Antonio Giolitti. L’idea del libro nasce dopo un convegno tenuto a Perugia due anni fa, al quale partecipò anche Pietro Ingrao, la cui relazione però non è mai pervenuta all’editore.
Due sono stati i temi che hanno caratterizzato il dibattito intorno alla figura di Giaime Pintor: in primo luogo quello più antico, riguardante l’appartenenza politica del giovane intellettuale e partigiano. Nell’immediato dopoguerra la sua eredità venne contesa sia dai comunisti che dagli azionisti, in particolare dai primi, vista la rapida scomparsa del partito di Nuto Revelli e Carlo Levi. Ma, come ricorda Falaschi nell’introduzione del libro, un esponente autorevole del Pci come Lucio Lombardo Radice «parlava di Pintor come campione dell’unità antifascista, quindi non schierato decisamente accanto a un partito ma semmai al partito (che era trasversale) dei più unitari.» Lo stesso Valentino Gerratana, che curò nel 1950 l’introduzione alla storica raccolta di saggi del germanista Sangue d’Europa, «si opponeva esplicitamente – ricorda Falaschi – all’appropriazione, già avvenuta ma non ancora consolidata, della figura di Giaime da parte dei suoi compagni di partito». «Un messaggio – scriveva l’autorevole intellettuale comunista – quello [politico] di Giaime, che non è di partito e che nessun partito può pretendere, né in realtà ha mai preteso, di monopolizzare…».

Successivamente, la polemica si è spostato sulla sua adesione precedente al fascismo e anche sulle sue presunte simpatie per il nazismo, mutuate dal suo essere, in quanto germanista, uno studioso della cultura tedesca, che lo portò a partecipare con Elio Vittorini ad un convegno a Weimar nel 1942, dunque in pieno regime hitleriano. Un nodo, questo, certamente più delicato, ripreso recentemente dal Corriere della Sera, il quale, come abbiamo già esaurientemente scritto su questo giornale, ha inteso accusare con una serie di articoli un’intera generazione di intellettuali, colpevoli, durante il Ventennio, di aver aderito alle iniziative culturali del fascismo. Se per molti di questi la polemica aperta dalla testata diretta da Paolo Mieli appare del tutto strumentale, la vicenda umana e intellettuale di Pintor, proprio perché più problematica, divide invece studiosi certamente affini per cultura storica e politica. Per Angelo d’Orsi, docente di storia contemporanea all’Università di Torino, «il libro è un tentativo di rivisitazione critica della figura di Giaime Pintor che cerca di sottrarsi sia alla secche della pura agiografia, sia all’abitudine puramente denunciatoria. Pintor è un personaggio in realtà molto complesso che si è prestato e si presta effettivamente sia ad operazioni appunto di tipo agiografico – il partito comunista lo ha a lungo utilizzato come “icona della Resistenza”, cosa assolutamente falsa e inattendibile visto che arrivò molto tardi a quella scelta – ma anche alla denuncia dell’opportunismo e del trasformismo degli intellettuali.» Su questo punto D’Orsi non usa mezzi termini nel giudicare Pintor: «E’ stato uno che ha creduto nel fascismo e che ha creduto nel nazismo. In alcuni testi espresse ammirazione per Ernst Jünger o Carl Schmitt, che certamente non erano pensatori democratici. Questa cosa va detta, perché non si deve dire? Ed ha avuto, credo molto tardi, ormai quando era evidente che la guerra si sarebbe trasformata in una catastrofe per il regime, un cambiamento di posizione.» Detto questo lo storico non intende sottovalutare lo spessore dell’uomo: «Era un ragazzo destinato certamente ad occupare un ruolo eminente nella vita culturale, ma forse anche politica, italiana del secondo dopoguerra. Resta comunque una figura controversa. Il che non toglie, anche sulla base di libri un po’ superficiali come quelli di Mirella Serri – Il breve viaggio dedicato a Pintor, e il recente I redenti sugli intellettuali durante il fascismo – che certe posizioni cerchino di impadronirsi dei risultati di queste ricerche per farne un uso politico.»

Completamente diversa la valutazione di Giovanni Falaschi, che vede invece nell’atteggiamento di Giaime una coerenza intellettuale: «Non è affatto vero -sottolinea lo studioso – che lui andò a Weimer nel ’42, dove vi erano certamente nazisti, contento di star con loro. Si dice di lui che allora era quasi connivente con il nazismo, e poi l’anno dopo, guarda caso che maturazione, diventa partigiano e muore il 1° dicembre del ’43. Le cose non stanno così. Lui era un germanista e, anche per conto della casa editrice Einaudi, in Germania ci andava quanto più spesso poteva e lì incontrava intellettuali tedeschi, certamente non nazisti o comunque che davano delle contro-interpretazioni rispetto a quelle ufficiali del nazismo. Insomma c’era un cultura tedesca qualche volta compromessa con il nazismo ma altre volte no con la quale doveva fare i conti.»
Insomma Giaime Pintor, pur nei suoi aspetti contraddittori, resta una figura tutta da studiare e degna di ogni approfondimento, se è vero, come scrive Maria Cecilia Calabri, citando l’introduzione di Mirella Serri a Doppio Diario. 1936-1943, che «l’immensa mole di materiale rimasto inedito e non studiato, gettando luce sui numerosi legami di amicizia e di complicità che il giovane strinse con i principali antifascisti del tempo (…) aiuta a capire come tale decisione (quella di passare nelle fila partigiane ndr) non fu il “gesto disperato di un ribelle” ma la “conclusione di una vita governata da ideali concreti… “»