Giacchè, Italia sganciata da locomotiva tedesca; tagliati rapporti subfornitura

Milano, 20 set. – (Adnkronos) – L’economia italiana non è più un vagone agganciato alla locomotiva tedesca perchè «nel mezzo della crisi si sono interrotti i rapporti di subfornitura», che tradizionalmente legavano le aziende italiane alle imprese germaniche. È probabile che, nel momento peggiore della crisi, la Germania abbia evitato un’ondata di licenziamenti riportando all’interno delle imprese fasi produttive che erano state esternalizzate. Fasi produttive che, prima della crisi, erano appannaggio delle nostre imprese. Ma è anche probabile che oggi stia avvenendo la sostituzione delle subforniture italiane con quelle provenienti da altri Paesi. Queste, secondo Vladimiro Giacchè, responsabile Affari Generali della Sator di Matteo Arpe, le possibili ragioni del differenziale tra l’andamento del Pil tedesco e quello italiano, fattosi evidente negli ultimi trimestri. Nel secondo trimestre del 2010 il Pil italiano è cresciuto dello 0,5% su base congiunturale, contro il +2,2% di quello tedesco. Prendendo la variazione tendenziale il divario è ancora più marcato, +1,3% contro +4,1%, rispettivamente. Normalista, studi universitari condotti tra Pisa e Bochum e poi incarichi di alto livello nel Mediocredito Centrale e nel gruppo Capitalia, Giacchè è autore di numerosi volumi e si è fatto qualche idea sulle ragioni per le quali la nostra economia arranca ancora, mentre quella tedesca sembra aver imboccato la strada di una netta ripresa, anche in virtù della domanda proveniente dalla Cina, Paese con cui Berlino ha avuto la lungimiranza di curare per tempo i rapporti commerciali. «Per quanto riguarda la Germania – spiega all’ADNKRONOS, precisando di parlare a titolo personale – la situazione per ora è abbastanza confortante: hanno una crescita elevata. Tradizionalmente, le nostre imprese in buona parte sono subfornitrici di quelle tedesche. O meglio, lo erano prima della crisi». Quello che sta succedendo molto probabilmente – prosegue Giacchè – è il fatto che non siamo più agganciati in maniera così evidente a questo treno. È difficile spiegarsi in altro modo il differenziale di crescita tra il Pil italiano e quello tedesco. E anche quel vero e proprio campanello d’allarme che è rappresentato dal calo del fatturato delle imprese italiane a luglio rispetto al mese precedente: si tratta di un -2,7%, a cui contribuisce senz’altro il calo della domanda interna (-3,4%), ma anche i ricavi esteri (-1,2%). Del resto le commesse delle imprese italiane sono diminuite sia a giugno (-2,9%) che a luglio (-3%). Noi eravamo una specie di vagone agganciato alla locomotiva tedesca. Quello che probabilmente è successo: i rapporti di subfornitura si sono interrotti nel mezzo della crisi. Il crollo degli ordinativi ha colpito i fornitori e, a cascata, anche i subfornitori». L’Italia, prosegue Giacchè, sperava in «una rapida ripresa, magari favorita dal deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro. Con la ripresa, si immaginava di tornare ad essere agganciati al carro. Invece non è successo. I nostri subfornitori sono stati sostituiti da qualcun altro: si può ipotizzare che essendoci stato un deprezzamento significativo delle valute periferiche dell’Unione Europea, i fornitori industriali tedeschi siano stati indotti a cambiare subfornitore. Credo che questo sia senz’altro avvenuto». E in effetti, continua Giacchè, «la Polonia, ad esempio, ha visto nel secondo trimestre una crescita del 3,5%. Questo è dovuto in parte non piccola alla crescita dell’export (+17% rispetto all’anno prima), soprattutto verso la Germania, che è destinataria di un quarto delle esportazioni polacche ». C’è un’altra ipotesi, prosegue Giacchè, «che può essere combinata con la prima. In Germania ci sono meccanismi di conservazione del posto di lavoro che hanno funzionato durante la crisi, come il Kurzarbeit, che consente di ridurre temporaneamente l’orario di lavoro e il salario, evitando i licenziamenti». Molti osservatori in Germania, continua Giacchè, «nel pieno della crisi facevano notare che questo strumento non sarebbe stato sufficiente, cioè che prima o poi sarebbero arrivati massicci licenziamenti. Io suppongo che una parte di questi licenziamenti sia stata evitata internalizzando delle produzioni che erano state esternalizzate. In ogni caso se combiniamo le due cose, reinternalizzazione di produzioni e sostituzione dei subfornitori, per noi il problema è serio. Si parla di un 5-10% di piccole e medie imprese che è in grave difficoltà e che probabilmente non sopravviverà alla crisi. E queste imprese – conclude – sono per l’appunto subfornitori».