Gerusalemme araba, l’agonia di un sogno

Fino a qualche tempo fa Samer era uno degli «invisibili» di Via Giaffa, il cuore commerciale di Gerusalemme ovest. Uno di quei palestinesi con un lavoro nella zona ebraica della città che facevano di tutto per passare inosservati. Per anni ha farcito panini e servito bibite a turisti stranieri, impiegati, ragazzi diretti a scuola, sotto l’occhio stanco del suo datore di lavoro e lo sguardo sereno dello scomparso rabbino cabalista Kadduri, raffigurato in un poster scolorito appeso su una parete del locale. Per ore, durante l’orario di lavoro, ha parlato in ebraico, talvolta in inglese, quasi mai nella sua lingua, l’arabo. Qualcosa però è cambiato negli ultimi tempi.
Nel suo piccolo bar sempre più di frequente le conversazioni sono in arabo. I giovani palestinesi impiegati nei negozi vicini, vengono a fare visita a Samer nei momenti di calma, verso le 10 del mattino, quando i clienti sono pochi e si può tirare il fiato per qualche minuto. E così accade in molti altri locali del centro di Gerusalemme ovest oppure nella raffinata Via Emek Refaim e nel German Colony. Migliaia di cuochi, camerieri, lavapiatti, addetti alle pulizie, commessi, magazzinieri, meccanici, artigiani che ogni mattina dalla zona araba, quella orientale occupata da Israele nel 1967, si spostano nella parte ebraica. Certo una presenza di lavoratori palestinesi a Gerusalemme ovest c’è sempre stata dal ’67 in poi, ma mai tanto numerosa come oggi. Che cosa è cambiato?
«La spiegazione è semplice» ci dice Omar Yusef, un architetto di Silwan, appena tornato a Gerusalemme dopo due anni trascorsi in California per motivi di studio – la maggioranza dei giovani palestinesi non ha alcuna possibilità di trovare un’occupazione nella parte araba della città, semplicemente perché non c’è lavoro». Da quando è stato completato il muro israeliano che ha separato Gerusalemme est dal resto della Cisgiordania, prosegue Yusef, «si sono interrotti quasi del tutto i movimenti di persone e merci con Ramallah e Betlemme, con conseguente perdita di centinaia di posti di lavoro e di attività imprenditoriali. Prima del muro tanti palestinesi di Gerusalemme si recavano in Cisgiordania per motivi di lavoro, ora non possono farlo più. Gran parte dei giovani perciò riesce a trovare uno sbocco solo ad ovest, in ristoranti, bar, negozi di abbigliamento. Grazie alla loro carta d’identità israeliana, qualcuno riesce persino a trasferirsi a Tel Aviv, i più fortunati solo quelli che diventano taxisti». I ricchi nel frattempo partono, lasciano la città: dopo lo studio, magari in una università europea o americana, provano a stabilirsi all’estero, magari approfittando della presenza di amici e parenti che li hanno preceduti. Sino ad oggi si è parlato e scritto dell’impatto devastante che il muro israeliano ha avuto sulla vita di centinaia di migliaia di palestinesi in Cisgiordania mentre è stato preso in esame solo occasionalmente il cambiamento profondo che questo progetto israeliano, con un evidente obiettivo politico, ha determinato nella vita dei circa 250mila palestinesi che vivono a Gerusalemme. «Ci sentiamo isolati – dice Yahya Tawill, componente di uno dei clan familiari originari di Hebron che una ottantina di anni fa si trasferirono nella Città Santa – il muro ha tagliato quello che prima era un corpo unico in varie parti che da sole non possono vivere. Al-Quds (Gerusalemme in arabo, ndr) muore, senza la Cisgiordania i suoi abitanti sono sempre più dipendenti da Israele, fa male dirlo ma gli israeliani stanno vincendo la battaglia per il controllo di Al-Quds e noi non siamo in grado di reagire».
La maggiore dipendenza dei palestinesi di Gerusalemme dall’occupante è visibile ovunque, ma si può scorgere una sua importante manifestazione nei primi giorni del mese. Dalle 7.30 del mattino davanti agli uffici governativi di Via Koresh, sempre nella zona ovest, oppure nell’ufficio postale centrale di Via Giaffa, centinaia e centinaia di donne palestinesi aspettano pazientemente in fila, tenendo stretta in una mano la tessera d’identità. Donne in gran parte velate, arrivate da Ras Al-Amud, Beit Hanina, Shuffat, Abu Tur, Silwan, Jabal Muqaber, Tur, Jabal Zaitun, che giunto il proprio turno, mostrano i documenti, e dopo un paio di minuti si vedono consegnare una somma di denaro: 800, 1000, 1500 shekels (tra 150 e 300 euro). Sono i sussidi statali israeliani a disposizione delle famiglie più povere e numerose. Li ricevono anche i palestinesi di Gerusalemme, che la legge considera «residenti permanenti» nello Stato ebraico. «Non immaginate quanti palestinesi riescono a mangiare grazie a quel sostegno – ci spiega Yahya Tawill, appoggiato al suo minibus – il lavoro che hanno spesso è precario, occasionale e gli uomini passano diversi periodi dell’anno senza un’occupazione, così quei soldi servono per comprare il cibo, per sfamare i figli». L’assistenza sociale in questo caso crea dipendenza e, allo stesso tempo, placa gli animi, attenua il nazionalismo, sgonfia la protesta contro l’occupazione della zona araba della città. Senza dimenticare che oltre agli assegni statali, un palestinese di Gerusalemme ha anche il diritto di farsi curare negli ambulatori ed ospedali israeliani, un lusso che raramente, quasi mai, possono permettersi gli abitanti di Gaza e Cisgiordania costretti invece a fare i conti con la loro sanità pubblica senza più un quattrino a causa dell’embargo internazionale in atto contro l’Anp da quando il movimento islamico Hamas è al potere nei Territori occupati.
«La popolazione palestinese di Gerusalemme in maggioranza è povera, ma l’assistenza israeliana di fatto la rende differente da quella in Cisgiordania e Gaza, anche questo ha contribuito alla assenza di qualsiasi forma di resistenza, anche la più pacifica, contro l’occupazione che registriamo ormai da qualche anno», spiega Omar Yusef. E tra non molto potrebbe sparire dalla città anche il sistema scolastico palestinese, privato e alternativo a quello israeliano. Il quotidiano Palestine Times ha raccontato lo scorso 3 gennaio che il comune (israeliano) di Gerusalemme ha cominciato ad offrire un’occupazione nelle sue scuole «per gli arabi», e una retribuzione significativa, a molti dei circa 4 mila insegnanti palestinesi che lavorano negli istituti del Waqf (l’ente che custodisce i beni islamici), delle Chiese cristiane e dell’Unrwa (l’agenzia dell’Onu che assiste i profughi) frequentate da oltre 70mila studenti. «Passare da uno stipendio di poche centinaia di shekel ad uno di alcune migliaia, è una sirena troppo invitante per chi conduce una vita di ristrettezze, in scuole affollate, spesso senza biblioteche e strutture sportive», ha avvertito Mohammed Sawan, presidente dell’Associazione degli insegnanti palestinesi, che ha chiesto donazioni arabe immediate per 10 milioni di dollari per tentare di frenare l’emorragia e investimenti massicci nei prossimi anni. Servono fondi per Gerusalemme est e non solo per il suo sistema scolastico, ma come è possibile trovarli? Nessuno sembra saperlo e i donatori arabi si tengono a distanza.
«Dio non trasformare la mia debolezza in disperazione…Dio vogliamo una terra per riunire il nostro popolo non per distruggere quella degli altri e le loro case…Il nostro popolo è stato privato di tutto tranne che della fede nei propri diritti…Dio rafforza il nostro braccio ma non lasciare che compia vendetta, aiutaci ad affrontare il nemico in modo da poterlo aiutare ad affrontare i suoi problemi». Fu Faisal Husseini a scrivere, molti anni fa, questa preghiera dal contenuto fortemente nazionalista e, allo stesso tempo, di apertura all’occupante israeliano. Figlio dell’eroe palestinese della guerra del 1948, Abdel Qader Husseini, instancabile promotore della crescita della società civile a Gerusalemme est, Faisal Husseini è stato per oltre venti anni anni il leader della popolazione araba della città. Il suo ufficio, l’Orient House, ha rappresentato a lungo una sede diplomatica palestinese sotto occupazione. Con un’attività intensa, che non tralasciava il dialogo con la sinistra israeliana, ha promosso a tutti i livelli, anche all’estero, i diritti della sua gente su Gerusalemme, nel rispetto delle risoluzioni internazionali.
La sua morte improvvisa, nel maggio 2001, è stato un colpo durissimo dal quale i palestinesi non si sono ancora risollevati. Nessuno è stato in grado di sostituirlo e ciò che aveva faticosamente messo in piedi è lentamente crollato. «Sentiamo molto la sua mancanza – commenta con amarezza Omar Yusef – perché Faisal sapeva mobilitare Gerusalemme est ed i suoi esponenti contro la confisca di terre, contro la costruzione di insediamenti colonici nella zona occupata, sapeva come parlare agli israeliani. Oggi i rappresentanti di associazioni, organizzazioni sociali e movimenti di ogni fede e colore rimangono a casa, non riescono più a parlare. Fanno sentire la loro voce solo quelli di Hamas per dirci che un giorno Allah restituirà la Città Santa ai musulmani ma i palestinesi sanno bene che, se le cose non cambieranno, tra qualche anno la Gerusalemme araba non esisterà più».