Germania, addio alla sinistra: ecco la Spd della Grosse Koalition

«Vorrei che lavorassimo per dare alla Germania un futuro dal cuore pulsante, che deve essere rosso, e rosso sarà». Nonostante le apparenze, le parole del nuovo leader della socialdemocrazia tedesca Matthias Platzeck non sono una chiamata alle armi. È una Spd certamente molto rinnovata nella classe dirigente quella uscita mercoledì dalla tre giorni congressuale di Karlsruhe, ma nello stesso tempo ferma sulle linee fondamentali che per lei ha tracciato il padre (spesso padrone) Gerhard Schröder. Platzeck ha dichiarato senza dubbi di voler proseguire nella strada delle riforme che fin qui ha percorso la Spd. «Questo qui è uno bravo», aveva detto di lui il cancelliere uscente già qualche anno fa.
Il congresso della riconciliazione. Potrebbe essere questa la chiave di lettura del successo storico ottenuto dal 51enne neo-eletto presidente che viene dall’est: dai 515 delegati, 512 sì, due no e un’astensione. Ossia, il 99,4 per cento di consensi, meglio di Willy Brandt, secondo solo a Kurt Schumacher, segretario del partito socialdemocratico nel 1947. Eppure, negli ultimi mesi, la Spd si è trovata nel mezzo di una fase tanto difficile quanto rischiosa della sua storia: fine della contestata era Schröder (sette anni al governo), consistenti perdite tra gli elettori che hanno fatto scendere la Spd al secondo posto dietro la Cdu-Csu, la nuova concorrenza della Linkspartei-Pds a sinistra e la rischiosa avventura della “grande coalizione”, tanto per citare le questioni più significative.

Platzeck è sembrato essere a tutti l’uomo giusto al momento giusto. E non è il suo passato o l’appartenenza a questa o quella corrente ad averne fatto la fortuna, al contrario. Platzeck è il jolly dai toni concilianti, che tutti nel partito possono sentire loro vicino, da destra a sinistra. È il primo dopo la generazione dei “nipotini di Brandt”. È un partito di “centro orientato a sinistra”, quello che vuole costruire Platzeck, lontano dal “massimalismo populista” della Linkspartei, che «tutto è tranne una cosa – dice lui – non è di sinistra». Le parole d’ordine sono le solite: libertà, giustizia e solidarietà, ma la sfida della nuova socialdemocrazia, non riguarda più tanto la redistribuzione materiale della ricchezza, quanto offrire a tutti le stesse chances in una società mobile e permeabile. E ciò può accadere se si tiene l’educazione al centro dell’agire politico. Ecco declinata l’idea di socialdemocrazia versione Platzeck, l’uomo che guardava il ponte di Glienicke (che univa Berlino-ovest al Brandeburgo) dalla parte della Rdt, che è «chiaramente un socialista che viene dall’est e non è che ne sia scontento»: «Quando mi iscrissi al partito 10 anni fa – ha confessato alla platea in vena di ricordi – mio padre non era contento della mia scelta. Ma mi diede un consiglio: se vuoi entrare in un partito, almeno cerca di diventarne il presidente». E alla fine è un tripudio di abbracci, strette di mano, tutti intorno a Platzeck, persino il presidente della lega dei sindacati Sommer, con i delegati ad applaudire la scena.

Matthias Platzeck presidente, Franz Müntefering vice-cancelliere e ministro per il lavoro, Peter Struck (ministro della difesa uscente) capogruppo dei parlamentari Spd al Bundestag. Ecco la troika che vigilerà sul futuro della Germania affinché non un capello di più venga torto allo stato sociale, di quelli che finora lo stesso partito socialdemocratico ha deciso di strappargli e che gli strapperà, con il decisivo contributo degli alleati di “grande coalizione”. Il congresso ha nominato anche cinque vicepresidenti: il governatore della Renania-Palatinato Kurt Beck, Ute Vogt, capo del partito in Baden-Württemberg, il sindaco di Bonn Bärbel Dieckmann, la rappresentante della sinistra Elke Ferner e Peer Steinbrück, futuro ministro delle finanze ed ex-governatore del Nordreno-Vestfalia.

Nonostante il clima di buonismo riconciliatore, qualcuno doveva però pagare almeno parte del conto della crisi politica aperta all’inizio di novembre, nel bel mezzo delle trattative per la stesura del programma di “grande coalizione”. E chi meglio del 33enne candidato segretario generale Hubertus Heil, da molti contestato per il ruolo avuto nella battaglia per la segreteria tra la giovane Andrea Nahles – portavoce della sinistra del partito – e Müntefering. Heil, esponente del centro moderato, era riuscito a unire la sua corrente (la Rete) con la sinistra del partito per sostenere la candidatura della Nahles contro il candidato di Müntefering alla carica di segretario generale. «Abbiamo fatto molti errori, anch’io personalmente», ha detto Heil. E non è che sia proprio bastato cospargersi il capo di cenere di fronte ai delegati, scusandosi per aver fiancheggiato quei rivoluzionari che hanno osato mettere in discussione l’autorità di Münte. Alla fine Heil è passato, ma non è andato oltre il 61%, con tutto l’appoggio del neopresidente – «Heil è il mio candidato. Quando ci si è chiariti, si deve poi poter di nuovo lavorare spalla a spalla», aveva detto Platzeck. Le porte della presidenza sono comunque rimaste aperte ai figlioli prodighi: persino la Nahles, che dopo il ritiro di Müntefering aveva rifiutato il posto di segretario generale per cui era stata eletta, è entrata con un buon risultato nel giro di quelli che contano. L’unico che ha avuto bisogno di una seconda consultazione, dopo la prima bocciatura da parte dei delegati, è stato il futuro ministro dell’ambiente Sigmar Gabriel. «Troppi candidati dalla Bassa-Sassonia», era la voce ufficiale che circolava per coprire le animosità che hanno portato al primo rifiuto. «Come ministro avrei fatto comunque parte della presidenza», ha dichiarato Gabriel con un pizzico di arroganza.

Nell’ultimo giorno di congresso, inoltre, è stata approvata una riorganizzazione dell’ordinamento del partito che lo rende più avvicinabile dalla cosiddetta “società civile non tesserata”. Non sarà più obbligatorio iscriversi al partito nel luogo di nascita e inoltre, per chi non fosse certo di voler saltare dentro l’organizzazione, la Spd propone un periodo di prova, limitato a due anni, in cui si potrà partecipare a pieno titolo alla vita del partito pur non essendo iscritti. In tempi di crisi di militanza, si fa quel che si può. Infine, sulla scelta del prossimo candidato cancelliere, i “compagni” della base avranno un peso specifico maggiore, parola di congresso. Sempre che i giochi non siano già chiusi: «Platzeck sarebbe un ottimo candidato cancelliere e da presidente del partito ha tutte le carte in regola», ha dichiarato, come già altri prima di lui, il leader della Turingia Christoph Matschie.