Geoeconomia? Piuttosto imperialismo

Per tenere a bada i “competitori geopolitici” (vedi i tre Avvisi precedenti) George Bush “il piccolo” ha dovuto portare le spese militari dai 370 miliardi di dollari del 2000 ai 621 miliardi del 2006, «un aumento degno di un Presidente di guerra» (M. Nobile, Armamenti e accumulazione nel capitalismo sviluppato, “Giano”, 2007, n. 56, p. 19). Non è però soltanto con la forza che gli Stati Uniti cercano di mantenere la supremazia planetaria guadagnata senza colpo ferire al termine della seconda guerra mondiale per l’esaurimento materiale dell’imperialismo britannico. C’è infatti un’altra modalità geopolitica più “morbida”, che Edward Luttwak ha denominato geoeconomia, a contenuto prevalentemente commerciale e finanziario.
Essendo finita la grande contrapposizione in due “blocchi” della Guerra Fredda, il mondo si è ritrovato “uno”, con perfino la Cina (comunista o meno che sia) coinvolta nella logica generale degli affari. Si è ricostituito quel mercato mondiale che era già stato all’opera prima della rottura del 1917, quale conseguenza migliore del “lungo Ottocento” della borghesia. La geoeconomia prende atto del ripristino e quindi ridimensiona la violenza della geopolitica perché, laddove dominano gli affari, «la forza serve soprattutto a ridurre il rischio politico degli investimenti e delle relazioni commerciali, ad affermare l’ordine, il diritto e la stabilità internazionale, ad estendere cioè il mercato tendenzialmente globale alle aree che non offrono sufficienti condizioni di sicurezza a tal fine» (C. Jean in Geoeconomia. Il dominio dello spazio economico, Franco Angeli, 1995, p. 13). Al di fuori dunque delle condizioni d’eccezione, la violenza della Realpolitik non è più necessaria: le rivalità geopolitiche continuano a seguire la «logica» del conflitto, ma secondo la «grammatica» del commercio (From geopolitics to geoeconomics: logic of conflict, grammar of commerce, in “The National Interest”, 1990). E’ stato così commentato: «se l’uso delle forza militare è vietato nelle relazioni internazionali, l’uso della forza economica e specialmente finanziaria permette una penetrazione nel paese competitore altrettanto violenta degli aerei o dei carri armati: le aziende non si possono bombardare ma si possono chiudere, gli uomini non si possono uccidere ma si possono rendere disoccupati o sostanzialmente schiavi. Se dunque si può parlare di capacità militare di un sistema-paese, ugualmente si può parlare di capacità finanziaria intesa in senso strategico, come strumento di difesa degli interessi nazionali e come strumento di assoggettamento degli altri stati» (F. Bruni Roccia in Geoeconomia, cit., p. 107).
A parere di Luttwak questo fatto ridimensionerebbe alquanto le tesi geopolitiche che insistono troppo sui caratteri morfologici della terra (le pianure, i monti, i mari) trascurando le condizioni economiche come le risorse, i capitali, le comunicazioni. Se infatti lo sviluppo industriale può arrivare ad emancipare un «sistema-paese» dai condizionamenti posti in essere dalla geografia, allora non ci possono più essere luoghi fisici privilegiati il cui controllo valga ad assicurare il dominio del mondo. Tanta critica però suona troppo severa, perché non è poi vero che la geopolitica prescinda dalle caratteristiche economiche della terra. In fondo la connotazione del «cuore della terra» come “fortezza inviolabile” non tiene conto soltanto della sua sostanziale inaccessibilità, ma anche della ricchezza delle materie prime possedute al proprio interno, mentre l’importanza delle «terre marginali» deriva, oltre che dalla contiguità fisica con il «cuore della terra» e dall’affaccio sui mari caldi, dalle facilità di comunicazione consentite da quella contiguità e da quell’affaccio. Inoltre, se è vero che il possesso nazionale delle risorse può essere sostituito, in epoca di globalizzazione degli scambi, dall’approvvigionamento commerciale da altri paesi, è però altrettanto vero che questo rifornimento non è garantito in assoluto, costringendo ad accordi mercantili ed alleanze preferenziali con le aree naturalmente più favorite che quindi mantengono una funzione di privilegio e anche di condizionamento (come ad esempio si vede nel rapporto conflittuale tra l’Europa e la Russia per le forniture di gas). Non c’è dubbio che l’industrializzazione può ridimensionare il peso dei vincoli della geografia, ma non può cancellarli del tutto.
E’ per questo che le rivalità economiche mirano, oggi come ieri, al controllo di quelle aree strategiche della terra che sono in grado di far guadagnare ad una nazione le economie di scala capaci di assicurarle la superiorità nella competizione globale dei mercati. Se quindi alla fin fine anche Luttwak deve ammettere che «lo scopo ultimo della geoeconomia è quello della conquista e della protezione del proprio ruolo nell’economia mondiale», non ritorna qui di piena attualità la lezione di Lenin sulla rivalità dei capitalismi concorrenti nell’età dell’imperialismo? Giustamente si è osservato che «Lenin non può naturalmente essere catalogato tra i classici della geopolitica,… ma il dato di fatto che la spartizione planetaria è ormai compiuta costituisce un punto di partenza tanto per il leninismo quanto per la geopolitica. La spartizione territoriale del mondo esaurisce però soltanto uno degli aspetti dell’imperialismo nell’analisi di Lenin. Altri caratteri di questo fenomeno sono la concentrazione monopolistica, la fusione del capitale industriale con quello finanziario, il predominio delle esportazioni di capitale sulle esportazione di merci, la divisione del mercato mondiale tra monopoli internazionali concorrenti. Con questa impostazione il primato del fattore economico su quello politico viene messo in primo piano nella determinazione della natura dell’imperialismo. La geopolitica al contrario, prende le mosse dall’antitetico presupposto del primato della politica. Essa raccoglie l’eredità della dottrina dello Stato-potenza, anche se ne rinnova in parte lo strumentario delle argomentazioni sulla base di un sistematico impiego di nozioni geografiche. A partire da questa differente piattaforma dottrinale anch’essa però mira all’elaborazione di un’analisi scientifica dell’imperialismo» (P. P. Portinaro, Nel tramonto dell’Occidente: la geopolitica, in “Comunità”, 1982, n. 184, pp. 16-17).
Se quindi si deve riconoscere che, si parta dalla politica oppure dall’economia, comunque d’imperialismo si tratta, allora la geopolitica può servire quale opportuna “premessa territoriale” alla comprensione dei caratteri della competizione sul mercato globale. Volendola ridurre a slogan si potrebbe anche dire che la geoeconomia non è altro che geopolitica del capitale che, introducendo una gerarchia d’importanza tra i “sistemi-paese” concorrenti, insegna a riconoscere simultaneamente quella collocazione geografica e quel livello di sviluppo capitalistico che fa di alcuni il “centro” e degli altri la “periferia” dei rapporti economici internazionali. Ma quali il centro e quali la periferia? Un bel argomento che racchiude in sé tutta la storia dell’imperialismo e alla quale ci dedicheremo nei prossimi Avvisi.