Genova: Un forum da discutere

Carlo Giuliani assassinato, più di 300 arresti, almeno 700 i feriti: questo il devastante bilancio della barbarie poliziesca che ha espresso la dichiarazione di guerra del G8 e del governo Berlusconi contro il movimento antiliberista e anticapitalista. La repressione bestiale ha avuto l’obiettivo politico di disgregare questo movimento che va ingigantendosi e radicalizzandosi e comincia a far paura davvero ai “padroni del mondo”, nonché di nascondere il prevedibile fallimento del G8.
Ma, nonostante tale furia criminale, si è espresso un movimento di massa esteso e articolato (lavoratori, lavoratrici, disoccupati, precari, studenti, tantissimi giovani): il 19 luglio più di 50.000 persone hanno manifestato per i diritti degli immigrati; il 20, decine di migliaia hanno cercato di assediare la zona rossa: il 21, 300.000 hanno manifestato il loro sdegno contro il G8 e l’uccisione di Carlo, malgrado la paura e il clima “cileno”. Per la prima volta in Italia centinaia di migliaia di persone sono scese ripetutamente nelle strade sulla base di chiare discriminanti antiliberiste, senza l’appoggio dei sindacati concertativi e dei Ds organizzatori del G8, ormai ridotti ad un penoso balbettio o al controcanto al signore di Arcore.
Per queste ragioni è stata scatenata la violenza dei “teppisti in divisa” che hanno ucciso Carlo, che hanno massacrato centinaia di ragazze e anziani, sparando lacrimogeni dai tetti e dagli elicotteri sulla folla inerme, fino alla terrificante mattanza alla Pinochet nella scuola Diaz, quando le manifestazioni erano terminate da molte ore. Dunque, il problema principale non è, sia a livello nazionale e internazionale, il black bloc, quanto il black government, cioè la caduta di ogni mediazione politica – un fatto già chiaro durante l’anti-Ocse di Napoli e riconfermata a Goteborg – nei confronti del movimento antagonista da parte di chi gestisce il liberismo, al di là delle forme politiche di destra o di “sinistra” assunte da tale gestione.

Questo, però, non significa sorvolare sul fatto, serissimo e gravido di conseguenze per tutto il movimento, che alcune migliaia (non decine, non centinaia) di giovani ritengano che la lotta antiliberista si conduca sfasciando vetrine e banche. Allo stesso tempo non ci si può non confrontare con l’ineludibile realtà delle molte migliaia di manifestanti che, soprattutto nella giornata di sabato, non hanno accettato la formula della “disobbedienza civile” proposta dal Genoa Social Forum e si sono scontrate con la polizia. Guai a liquidare il problema limitandosi a denunciare la presenza di poliziotti infiltrati che pure ci sono. Siamo di fronte ad un complesso problema sociale che richiede indispensabili proposte di trasformazione dell’esistente che appaiano convincenti e credibili. Allo stesso modo c’è stata la sottovalutazione, da parte della maggioranza del Gsf, del salto di qualità nella repressione del movimento che Napoli e Goteborg già annunciavano. Abbiamo cercato, come Cobas, di far capire a tutto il Gsf che, di fronte a tale salto di qualità, la pura ripetizione di quelle pratiche di “disobbedienza civile” – che avevano portato in passato, secondo Luigi Manconi, persino a “simulazioni di conflitto” concordate – rischiava l’impotenza, pur rendendoci conto dei rischi di qualsiasi militarizzazione dei cortei. Oggi il problema va affrontato in tutta la sua drammaticità e senza formule troppo facili – del tipo “se siamo centomila a mani alzate, nessuno ci può toccare”, oppure, all’opposto, “militarizziamo i cortei ed il problema è risolto”.
Detto questo, però, non sono il Gsf, né i Cobas o il “Network per i diritti globali” o le Tute bianche a doversi giustificare: è il governo che è sotto accusa, è Berlusconi che ha cinicamente utilizzato il black bloc o affini per attaccare l’imponente mobilitazione di massa, per disgregarla e per cancellare la presenza di 300.000 persone in piazza. Nelle giornate genovesi i Cobas, insieme al “Network per i diritti globali”, si sono spesi totalmente per far prevalere i temi delle lotte di cui i lavoratori, precari, disoccupati, immigrati sono portatori; e siamo stati intransigenti nel respingere i tentativi di gattopardismo politico da parte dei Ds, ricordandone le enormi responsabilità nelle politiche liberiste e guerrafondaie e nel aver fatto da padrino al lavori di preparazione del G8 durante il governo di centrosinistra. Allo stesso tempo, abbiamo fatto il possibile per difendere le decine di migliaia di persone confluite nei nostri cortei, tenendo a distanza gruppi estranei che volevano infiltrarsi nelle nostre fila.

Ora si pone il problema della prosecuzione dell’esperienza unitaria del movimento antiliberista e della risposta da dare alla domanda di diffusione dei “Forum sociali”. Noi condividiamo la proposta di avviare “Forum” locali che procedano verso la costituzione, in autunno, di un Forum sociale italiano. Ma dobbiamo approfondire la discussione sui contenuti, sui programmi, sull’attività di lotta, sulle campagne da fare contro il liberismo. Prioritari, secondo noi, sono il conflitto tra capitale e lavoro/non-lavoro, la lotta contro la precarizzazione e la flessibilità totale, le privatizzazioni nella scuola, sanità e nei servizi sociali, contro la riduzione dell’istruzione e della salute a merce, contro la devastazione ambientale e per i pieni diritti degli immigrati.
E’ questa una discussione che, purtroppo, a Genova il clima repressivo ha assai limitato. E dobbiamo chiarire che la nostra ostilità e opposizione al liberismo si esprime non facendo sconti a chi fino a ieri lo ha gestito in prima persona, usando maschere “di sinistra”. Inoltre, è irrinunciabile discutere delle forme di democrazia all’interno di quella “rete delle reti” che sarebbe un “Forum sociale italiano”. Perché, se nel Gsf si è oppressi dall’assedio poliziesco, l’espressione delle diversità politiche e culturali passa in secondo piano.
Inoltre, in una situazione come quella che si è venuta a creare a Genova è stato dato a un singolo un amplissimo mandato di esprimere la complessità di tutto il G8: compito svolto da Agnoletto con ammirevole abnegazione. E tuttavia questo non può essere un modello di azione permanente, anche perché non è pensabile che l’attività dell’auspicato Forum ruoti solo sulle manifestazioni di piazza e sulle inevitabili unilateralità legate ad esse.