Genocidio degli armeni, la sfida di uno storico turco

Taner Akçam è turco, è uno storico, e, quel che più conta, è stato il primo, tra i suoi colleghi, ad ammettere il genocidio degli armeni. Non solo una fantasia delle vittime è stato dunque quel massacro ma un fatto concreto, perpetrato dagli stessi turchi fin dal 1894, in pieno impero ottomano, e portato a termine tra il 1915 e il 1918 con modalità talmente cruente e scientifiche da essere prese poi ad esempio dal regime nazista, che le applicò per eliminare ebrei, rom, omosessuali oltre agli oppositori politici. Akçam ha pagato caro il suo punto di vista. Nel 1976 venne arrestato e condannato a dieci anni di carcere. Riuscì fortunatamente a fuggire un anno dopo, a recarsi prima in Germania e poi negli Stati Uniti, dove attualmente insegna presso la University of Minnesota. Insomma ha salvato la pelle, ed è già tanto in Turchia, ma è in esilio, fuori dalla sua terra. Il suo testo che, con efficacia, coniuga l’evoluzione del nazionalismo turco e il massacro degli armeni, è Nazionalismo turco e genocidio armeno, uscito nel 2004 negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e ora disponibile anche nelle librerie italiane (Guerini e associati, pp. 283, euro 24,00).
E proprio la genesi della nazione turca – dopo il declino e la dissoluzione dell’impero ottomano avvenuta all’indomani della Prima guerra mondiale e la nascita della Turchia moderna nel 1923 con i Giovani turchi di Kemal Ataturk – porta a spiegare perché questo popolo arrivò a progettare e poi a negare lo sterminio di un altro, per poi perseguitare i kurdi sostanzialmente con le stesse modalità, proibendo loro di esibire la loro identità religiosa, culturale, linguistica e politica. Akçam non disdegna anche un’analisi di tipo psicologo per meglio comprendere il comportamento di un’intera popolazione. «Uno degli aspetti più problematici della storia ottomana e turca – scrive lo storico – è la serie di traumi politici e sociali che si sono succeduti durante il diciannovesimo secolo. Anche il passaggio dall’impero alla repubblica fu caratterizzato da queste fratture.»
L’autore del saggio sottolinea come la sconfitta che hanno subito i turchi durante la Grande guerra, le fratture sociali e il declino del potere non sono state compensate sufficientemente dalla nascita della Turchia moderna, che, al contrario, ben lungi dall’aver elaborato il lutto legato alla scomparsa dell’impero, ha invece mutuato da questi avvenimenti un atteggiamento paranoico e militarista nei confronti di chi turco non è: «… è opinione comune in Turchia – sottolinea Akçam – che esista un gruppo di nemici, interni ed esterni, il cui obiettivo è la distruzione del paese. In molti casi, quest’idea ha raggiunto livelli paranoici e ha determinato un sentimento nazionale instabile che va dalla megalomania imperiale al complesso d’inferiorità.» Con il risultato che i turchi «vivono in un mondo fittizio, popolato di fantasie. Un mondo dove il passato coincide con il futuro auspicato. Ma si tratta di un ideale che spesso può essere realizzato soltanto con l’uso della violenza.» Violenza che però è stata rimossa dai turchi, negata, come i negazionisti fanno adesso con l’Olocausto, grazie alle bugie degli uomini di Kemal Ataturk. Lo si evince leggendo i libri di storia pubblicati in Turchia. E’ sempre Akçam che scrive: «I libri turchi sulla questione armena sono a dir poco singolari. La maggior parte è scritta da funzionari statali o da persone di orientamento nazionalista. In questi libri – sottolinea lo storico – gli armeni vengono dipinti come i colpevoli (…). In quasi tutti questi libri si legge che le vittime dei massacri non furono gli armeni, ma i turchi. Uno, per esempio, sostiene che “il numero di turchi uccisi dagli armeni nella prima guerra mondiale supera quello degli armeni che sarebbero stati uccisi”.» Dunque una vera e propria falsificazione della storia, basata su considerazioni di tale razzismo che non si fa fatica a pensare abbiamo potuto ispirare i nazionalsocialisti tedeschi nel progettare lo sterminio degli ebrei. Nel volume vengono riportate alcune considerazioni tratte dai libri della Società storica turca, che tirano in ballo anche personalità europee ed americane e dunque le gravi responsabilità occidentali: «Sir Mark Sykes (rappresentante personale di Herbert Horatio Kitchener, ministro della Guerra britannico ndr) fornisce informazioni importanti sulla vera natura e sulle vere intenzioni degli armeni. Secondo questo studioso, sono persone ignobili che seminano odio. Perfino gli ebrei hanno delle qualità, gli armeni no.» Impressionante. E ancora il Colonnello Haskell, responsabile degli aiuti umanitari americani a Yerevan (capitale dell’attuale Repubblica armena ndr): «Gli armeni erano ladri, bugiardi, persone veramente spregevoli.» E per finire il luogotenente Dickinson, assistente del Console britannico: «… l’armeno è un indifferente, è senza valori o coscienza e principi nel suo comportamento.»
Da queste considerazioni emerge con forza la responsabilità delle grandi potenze di allora che nulla fecero per evitare quello sterminio e per favorire successivamente la nascita di una nazione armena, due nodi assolutamente inscindibili. Akçam propone una prospettiva alternativa da quella più ricorrente riguardante i trattati di Sèvres e Losanna, considerati rispettivamente il primo un tentativo dei paesi alleati di dare alle popolazione non turche – kurdi e armeni in primo luogo – una patria, e il secondo invece un fallimento di queste aspettative. L’autore di Nazionalismo turco e genocidio armeno non nega naturalmente quanto detto. L’accordo stipulato in Francia il 10 agosto 1920 – che prevedeva la nascita di una repubblica armena di 160mila chilometri quadrati – nel settembre 1920 era già stato violato dai kemalisti turchi, che quella repubblica invasero senza che Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Italia, ovvero gli ideatori di quell’intesa, intervenissero in alcun modo. Questo scenario venne poi ratificato tre anni dopo in Svizzera, quando alla Turchia venne sostanzialmente riconosciuto il diritto di possesso non solo di tutti i territori assegnati all’Armenia ma anche della parte orientale dello stesso territorio armeno, che ridusse l’area della piccola repubblica, poi passato sotto il dominio sovietico, a soli 60mila chilometri quadrati (oggi l’attuale Armenia ne conta meno di 30mila). Privati dell’impero i turchi scelsero la politica espansionistica per reagire al tentativo di smembramento del paese. Tornando alla questione del genocidio, secondo Akçam «l’atteggiamento prevalente (da parte dei turchi ndr) non era quello di negare i massacri degli anni della guerra, o di ritenere che non fossero accaduti per niente, come fa l’attuale storia turca (…)». Per lo storico di fronte a questa disponibilità le potenze dell’Intesa avrebbero dovuto «separare il problema del patto nazionale da quello della punizione dei responsabili dei crimini commessi in tempo di guerra (…). Invece, i piani dell’Intesa per la suddivisione dell’Anatolia costituirono un serio ostacolo. Gli alleati vollero suddividerla per soddisfare i loro interessi imperialistici, non per punire i crimini commessi contro l’umanità.» Resta il fatto che nel 1920 gli europei non intervennero per fermare i Giovani turchi. Troppo forte era l’interesse di mettere fine alla guerra privilegiando eventuali vantaggi di carattere economico con la nuova Turchia. Disse sir Horace Humbolt, firmatario britannico del Trattato di Losanna: «Non si può fare la guerra per gli armeni. Noi riconosciamo le nostre promesse ed i nostri impegni, ma siamo nell’impossibilità di rispettarli… Occorre arrivare a tutti i costi a concludere la pace. Evidentemente gli armeni sono sacrificati.»