«Genocidio», all’irachena

Genocidio. Per l’operazione Anfal, che negli anni ’80 costò la vita a migliaia di curdi, l’ex dittatore iracheno Saddam Hussein sarà presto processato con l’accusa più pesante, quella di aver provato a far scomparire un popolo.
«Saranno processati secondo la legge irachena per genocidio e crimini contro l’umanità», ha fatto sapere ieri il portavoce della corte Raid Jouhi. La fase istruttoria del procedimento è chiusa e secondo i magistrati Saddam e altri sei imputati (tra i quali suo cugino Ali Hassan al Majeed, soprannominato Ali il chimico per aver ordinato di usare i gas contro i curdi) compariranno in aula già il mese prossimo.
L’ex presidente deposto dall’invasione anglo-americana del paese è già alla sbarra per il massacro di 140 sciiti avvenuto nel 1982 nella città di Dujail, come «rappresaglia» dopo un tentativo fallito d’assassinare il raìs. Per Dujail l’accusa chiede la condanna a morte di Saddam, ma non è chiaro se essa possa essere eseguita mentre è in corso un altro procedimento. Secondo le organizzazioni per la difesa dei diritti umani, durante la campagna Anfal – che andò avanti dal 1987 al 1989 – furono uccisi 180.000 curdi, 5.000 nel solo massacro di Halabja, quando contro i civili fu utilizzato il gas nervino. Ma un’eventuale esecuzione di Saddam – proprio nel momento in cui infuria la violenza tra sciiti e sunniti e i curdi si stanno ritagliando un’autonomia sempre più marcata nel nord del paese – potrebbe avere un effetto devastante e sprofondare definitivamente il paese nella guerra civile. D’altra parte è evidente che uno degli strumenti principali di vendetta da parte del nuovo potere curdo-sciita è rappresentato dalle condanne capitali. Basti pensare che ieri il Tribunale di Arbil (Kurdistan iracheno) ha condannato a morte dodici presunti miliziani di Ansar al-Islam, formazione della guerriglia legata ad al qaeda. Condannati il capo di una cellula terroristica locale, Zana Nusrat Abdel Karim, e a undici suoi sottoposti. Erano stati riconosciuti colpevoli degli omicidi di numerosi civili e di attentati dinamitardi.
Almeno dieci persone sono rimaste uccise ieri pomeriggio a Baghdad, quando un’autobomba è saltata in aria nel quartiere orientale di al-Habibiyah. In questa situazione di caos arriva l’allarme del rappresentante del Segretario generale delle Nazioni unite: il dieci per cento del territorio iracheno è infestato da mine e residuati bellici che lo sottraggono a qualsiasi possibilità di utilizzo. Lo ha detto all’AGI il rappresentante del Segretario generale dell’Onu, Staffan De Mistura. «Le mine – ha spiegato De Mistura – si trovano soprattutto nelle zone di frontiera e sono quanto resta di tre guerre: il conflitto tra Iran e Iraq, la prima e la seconda guerra del Golfo. Inoltre, esistono gli armamenti iracheni abbandonati nel deserto».