Gennaio amaro in busta paga

Effetto governo dell’Unione: buste paga in picchiata. Sarà sgraditissima la sorpresa per molti lavoratori italiani, tra meno di due settimane, quando andranno a leggere il netto in busta. Se l’esecutivo, infatti, per difendere la finanziaria aveva preannunciato aumenti o perlomeno un pareggio, la delusione dei salariati sarà invece cocente: alcune tipologie di dipendenti – soprattutto i single e chi risiede in città come Roma – avranno addirittura uno stipendio inferiore a quello di dicembre. Si calcola ad esempio che nella capitale, a causa soprattutto delle tasse addizionali locali, si potranno perdere fino a 200 euro l’anno, per nulla compensate dall’effetto cuneo fiscale (l’abbattimento di 5 punti delle tasse sul lavoro deciso con la manovra).
L’allarme buste paga è stato lanciato ieri dal segretario nazionale della Fiom Cgil Giorgio Cremaschi, che ha elaborato un primo caso esemplare, quello di un operaio turnista con un terzo livello dei metalmeccanici. Per capirci, il tipico operaio medio della Fiat di Mirafiori: 20 mila euro lordi l’anno, che fanno circa 1200 euro netti al mese. Se portiamo questo operaio tipo, ad esempio a Roma, vedremo che a causa del recente inasprimento tributario deciso da Regione e Comune, andrà a perdere oltre 200 euro l’anno. Questo perché l’Irpef comunale è aumentato dell’0,3%, quello regionale dello 0,5%, e in più bisogna aggiungere lo 0,3% di aumento dei contributi previdenziali, deciso sempre in finanziaria per tutti i lavoratori dipendenti: risultato, un aggravio dell’1,1% su un lordo di 20 mila euro. Fanno poco più di 200 euro in meno, una bella fregatura.
Le detrazioni del cuneo fiscale compenseranno questa perdita? Poco o nulla, e comunque il vantaggio sarà di una qualche rilevanza solo per chi ha notevoli carichi familiari. Come aveva intuito il manifesto con l’ormai nota copertina «Presi per il cuneo», e come aveva sottolineato con una certa chiarezza – unico tra i big del sindacato – Luigi Angeletti della Uil («il cuneo per i lavoratori è evaporato»), per alcune tipologie di dipendenti l’effetto cuneo è talmente evanescente e minimale da andare addirittura in perdita a causa delle addizionali locali. Torniamo all’operaio-tipo da 20 mila euro annui: Cremaschi calcola che se è single, con il taglio del cuneo «guadagna» al netto rispetto al 2006 la cifretta di 75 euro l’anno. Somma spazzata via dai 200 euro di addizionali locali, e da qui l’effetto shock in busta paga: a gennaio questo operaio si ritroverà circa 10 euro in meno rispetto al dicembre 2006.

Penalizzate anche le famiglie
E per le famiglie? Con gli assegni familiari, nel caso di due figli a carico, la finanziaria regalava all’operaio-tipo circa 400 euro (e qui il guadagno era certamente più sostanzioso): ma i famosi 200 euro di tasse locali più incremento previdenziale li affettano a metà. La Fiom calcola che il beneficio per le famiglie con due lavoratori e due figli a carico si esaurisce presto, già per quelle che sono oltre la soglia dei 30 mila euro lordi complessivi l’anno: se si sale sopra, la somma del cuneo più le addizionali Irpef di alcuni comuni risulta già negativa. E stiamo parlando solo delle buste paga, ma non dobbiamo dimenticare che a finanziaria già approvata altre tasse si abbattono sul povero operaio (e anche sull’impiegato): aumento della tassa auto, revisione degli indici catastali, tasse sulla nettezza urbana, ticket sanitari. L’Adusbef calcola un aumento medio per famiglia di altri 280 euro l’anno. A pagare gli aumenti del welfare saranno insomma i «soliti noti», mentre le imprese dal cuneo hanno avuto risorse sicure.
L’esempio di Roma è importante, ma non si limita a una sola città: è valido per tutti i comuni che stanno alzando le tasse, a cominciare da Bologna e Torino (sono soprattutto le amministrazioni di centrosinistra, giustificate forse dall’esigenza di qualificare i servizi, ma l’effetto di iniquità è comunque evidente). «Si apre una questione politica – spiega Cremaschi – Il governo deve monitorare le prossime buste paga, e non si trinceri dietro gli aumenti locali: è una esternalizzazione, un vero e proprio outsourcing dei tagli, che pagano i lavoratori e le fasce deboli. Inoltre, sul fronte contrattuale, si pone l’esigenza di rifare i calcoli per le richieste di aumento, oltre a porre il nodo del recupero del fiscal drag».

Il disagio a Bologna
Conferma del malessere sempre più forte che tocca i lavoratori rispetto alle politiche economico-sociali dell’Unione viene da Bologna. Bruno Papignani, segretario della Fiom, spiega che c’è un grande disagio rispetto ai ticket sulle ricette: «Se un esame del sangue ti costa 8 euro, poi devi aggiungere altri 10 per la ricetta. Così si fanno pagare le calssi deboli, e si spinge il cittadino verso la sanità privata». Inoltre, in Emilia è di recente stata decisa una addizionale regionale più cara, mentre il comune di Bologna vorrebbe alzare quella comunale dallo 0,4% allo 0,7%, per sostenere i fondi per l’autosufficienza e lo sviluppo: «I fini possono essere giusti – dice Papignani – ma le istituzioni devono capire che sulle famiglie non c’è più margine per gli aumenti e che su questi rincari non siamo d’accordo. Se proprio si devono fare, incidano almeno sui redditi sopra i 35 mila euro». Alla fine della settimana, si terrà un attivo dei delegati: «Stiamo lavorando – conclude il segretario Fiom – perché sia unitario, insieme a Cisl e Uil. Per dire no alle nuove addizionali».