Gelata in piazza

Il candidato dell’Unione ha garantito ieri che nel suo futuro non c’è alcuna grande coalizione. Ottimo, ma non è che le tentazioni fossero proprio irresistibili. Ha aggiunto che, se eletto dal popolo votante, eliminerà le molte leggi ad personam varate dal suo predecessore. Ci mancherebbe altro. Si è anche sbilanciato in qualche promessa più sostanziosa: ha assicurato che la legge 30 verrà «profondamente rivista». Sarebbe un segno positivo, se la formulazione già vaga non cozzasse con il parere opposto di Tiziano Treu, che invece di profondo nella legge Biagi non vuol cambiare proprio niente. Resta la speranza che il professore abbia la meglio sulla testa d’uovo economica della Margherita, ma la speranza non basta a gettare le basi per un programma elettorale che vada oltre la semplice necessità di spedire a Tahiti il cavaliere. Lo stesso Romano Prodi ha convocato, assumendosene in prima persona la responsabilità, una manifestazione popolare contro il governo, la sua ultima finanziaria e la nuova legge elettorale. E’ stato un passo nella giusta direzione. L’idea di contrastare il blitz con una chiacchierata al chiuso di un teatro era, per così dire, poco adeguata alla gravità del momento. La trovata di modificare la legge elettorale a un passo dal voto rivela in effetti tanta arroganza e un tale disprezzo per le elementari regole della convivenza democratica da scatenare l’indignazione anche dei più inveterati proporzionalisti, inclusi quelli che scrivono su questo giornale. Peccato che il leader dell’Unione abbia deturpato la bella mossa con una funerea dichiarazione da pasdaran del maggioritario, ignorando o fingendo di ignorare che una parte non irrilevante del popolo chiamato a manifestare domenica a Roma, pur pronto a fare il possibile per bloccare questa riforma, non condivide i trasporti bipolaristi e maggioritari. Sulla base di un’esperienza ormai più che decennale ritiene invece che il mirabolante sistema elettorale instaurato nel `93 si sia rivelato una iattura tra le peggiori, non solo per la partecipazione democratica dei cittadini alla vita del paese, ma persino per la decantata «governabilità».

Ai fini del successo della manifestazione è stato un passo falso. Purtroppo non l’unico. Decisa, come da manuale, per il sabato, l’adunata è stata prontamente spostata al giorno dopo per non incappare nello sciopero dei giornalisti televisivi. Peccato che dopo il sabato venga la domenica, e giornata peggiore per manifestare non ce n’è. In piazza ci sarà così molta meno gente, anche se sapienti inquadrature la faranno sembrare tanta. Ma questo modo di fare politica, la prevalenza dei media e dell’immagine sulla sostanza e sulla partecipazione, è propria degli altri, anzi dell’altro, di Silvio Berlusconi nonché dei suoi eventuali eredi. L’esperienza dovrebbe aver insegnato che cercare di far proprio quello sciagurato metodo è controproducente, oltre che sbagliato.

Non sono segnali consolanti quelli lanciati da Prodi negli ultimi giorni. Non basteranno ad allontanare dal voto gli elettori di sinistra, pronti a tutto pur di liberarsi dal cavaliere, ma proseguire su questa via li raggelerebbe poco dopo la chiusra delle urne. E’ già successo una volta, non molti anni fa. Il professore deve già vedersela con una legge elettorale fatta apposta, come lui stesso lamenta quotidianamente, per rendergli la vita difficile, forse impossibile, in caso di vittoria. Si dimostrerebbe saggio se evitasse di aggiungere ostacolo a ostacolo, sommando a una legge trappola il tentativo di costringere la sua base nei limiti angusti del maggioritario e di una piazza domenicale.