Gaza, uno squillo nella notte: stiamo per abbattervi la casa

«Il telefono, la tua voce», diceva qualche anno fa una pubblicità della Telecom. Ai telefoni di Gaza da qualche tempo la voce è soprattutto quella dall’esercito israeliano. L’intelligence militare infatti ha messo a punto un nuovo sistema per tenere sotto pressione la popolazione civile palestinese, che già deve fare i conti con la «Pioggia d’estate», l’offensiva lanciata da Israele dopo la cattura del soldato Ghilad Shalit da parte di una commando palestinese, lo scorso 25 giugno a Kerem Shalom. «Vi parlano le forze di difesa israeliane, avete un’ora per lasciare la vostra casa che verrà distrutta, perché ritenuta deposito di armi e nascondiglio di terroristi». Sono queste le poche frasi, pronunciate da una segreteria telefonica, che Mohammed Deeb ha ascoltato al suo cellulare quando, il 23 luglio, in piena notte, ha risposto ad un’inattesa chiamata.
Puntuale, dopo un’ora, un caccia F-16 ha sganciato la bomba che ha distrutto la palazzina di quattro piani, nel quartiere Nasser a Gaza city, lasciando senza un tetto quattro famiglie, per un totale di 45 persone (tra loro 25 bambini). Stessa sorte per la casa di Mohammed Mamluk, di Shajaiyeh. «Ero seduto e stavo fumando una sigaretta – racconta – quando ha squillato il telefono. Ho risposto e dopo un attimo una persona che si è presentata come un ufficiale dell’esercito israeliano mi ha detto di lasciare immediatamente casa, perché sarebbe stata distrutta poco dopo». Detto, fatto. Mohammed Mamluk ora non ha più una abitazione.
Questo nuovo sistema che, secondo le dichiarazioni rilasciate dal portavoce militare, «salverebbe vite umane» si è rivelato nel corso dei giorni una potentissima arma che scatena terrore e tiene in continua ansia i civili palestinesi. Le telefonate sono diventate migliaia, fatte in particolare a nord di Gaza, nei quartieri orientali del capoluogo Gaza city e a Khan Yunis. La popolazione non sa più come comportarsi. «Un mio vicino ha ricevuto una di queste chiamate e nell’intero isolato si è scatenato il panico. Decine di famiglie si sono precipitate in strada, ma le bombe israeliane non sono mai arrivate. Da allora però tutti temono che l’attacco possa avvenire da un momento all’altro», dice Sami di Khan Yunis.
Anche Raja Sourani, noto attivista dei diritti umani, ha sentito squillare il suo telefono nel cuore della notte. «Si tratta di una vera e propria offensiva che corre sulle linee telefoniche e terrorizza migliaia di palestinesi che peraltro non sono coinvolti in alcun attività armata», spiega Sourani aggiungendo che la Quarta Convenzione di Ginevra vieta alle forze israeliane di usare queste pratiche contro i civili indifesi. «Ci siamo rivolti anche all’ufficio del Procuratore dello Stato d’Israele, per denunciare questi sistemi, ma non abbiamo ricevuto risposto convincenti», ha concluso Sourani. Le telefonate che diffondono il panico – cominciano a riceverle anche tanti libanesi presunti sostenitori di Hezbollah, riferiva due giorni fa l’agenzia di stampa statunitense Associated Press – si aggiungono ai volantini sganciati ormai quasi ogni giorno dagli elicotteri israeliani. La cooperante Carla Pagano, responsabile dell’ufficio di Gaza della Ong italiana «Cric», ha cominciato a raccoglierli e tradurli. «Uno di questi foglietti, di colore giallo, avverte gli abitanti che l’esercito israeliano bombarderà e distruggerà tutti i luoghi e gli edifici in cui si trovano munizioni o materiali militari. Un altro, verde, attacca i gruppi armati palestinesi, annuncia la loro distruzione come quella di Hezbollah e la punizione durissima per chi collabora con gli attivisti. Questi messaggi scatenano il panico tra migliaia di persone che temono di venir colpiti solo perché il loro vicino di casa potrebbe essere un militante armato», spiega la cooperante.
I raid aerei in ogni caso non hanno sosta. Ieri due militanti dei Comitati di resistenza popolare sono stati uccisi ed altri tre sono rimasti feriti in un attacco compiuto da un elicottero Apache a Gaza city. Un altro palestinese è rimasto ucciso in seguito allo scoppio di un proiettile di carro armato rimasto inesploso nella zona nord della Striscia che l’artiglieria israeliana martella da settimane. In un raid a Rafah ad inizio settimana erano morti cinque palestinesi tra cui una madre e i suoi due figli che stavano cercando di fuggire dinanzi all’avanzata israeliana. Secondo i dati del «Centro palestinese per i diritti umani» di Gaza, dal 25 giugno al 31 luglio sono rimasti uccisi nelle incursioni israeliane almeno 156 palestinesi, 88 dei quali erano civili (tra cui 33 bambini e ragazzi e 9 donne). Dati ai quali vanno aggiunti 720 feriti e distruzioni per molti milioni di dollari.
Ieri in Parlamento il premier palestinese Ismail Haniyeh (Hamas) ha aperto il dibattito sul futuro dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) dal momento che la domanda di scioglierla si fa sempre più insistente. «Come può funzionare l’Anp sotto l’occupazione, i sequestri (di ministri e deputati) e gli omicidi?», ha detto Haniyeh rivolgendosi ai deputati. «È nostro diritto domandarci se sia un bene che l’Autorità palestinese continui a esistere», ha detto da parte sua l’ex ministro delle finanze Salam Fayyad «il permanere dell’Anp assolve Israele dalla sua responsabilità di potenza occupante».