Gaza, la violenza non si placa

Nelle strade deserte di Gaza city ieri si sono di nuovo affrontati i militanti di Hamas e Fatah. Le raffiche di mitra hanno riecheggiato per tutto il giorno nel centro del capoluogo della Striscia di Gaza, divenuto il teatro principale degli scontri a fuoco che giovedì sera e venerdì si erano concentrati invece nel campo profughi di Jabaliya. Per la popolazione civile è stata un’altra giornata paura, trascorsa in casa ad ascoltare da radio e televisioni l’aggiornamento del bilancio di morti e feriti: 19 in 48 ore secondo il Centro per i diritti umani, 20 per altre fonti, i feriti sono oltre settanta. Otto degli uccisi erano passanti, colpiti da proiettili vaganti, e uno di loro aveva appena due anni. Ieri al suo funerale ha partecipato una folla commossa che ha scandito slogan contro i combattimenti in corso e chiesto la fine dello spargimento di sangue palestinese. Militanti di Hamas e di Fatah peraltro continuano a rapirsi a vicenda. Non c’è sicurezza nemmeno nelle abitazioni private o nelle corsie degli ospedali: fra i sequestrati figurano anche feriti, prelevati a forza dalle corsie. La gente ha paura e quasi tutte le attività lavorative sono paralizzate, specie negli uffici pubblici. Ieri solo alcuni negozi di generi alimentari hanno aperto i battenti ma i mercati cittadini sono rimasti chiusi. Nonostante il clima di tensione e la situazione di pericolo, gli operatori delle Ong italiane impegnate a Gaza con progetti di sviluppo, continuano, o almeno cercano di continuare, il loro impegno. I cooperanti italiani non intendono, per il momento, abbandonare il loro posto, assicurava ieri Lino Zambrano, responsabile a Gaza dei progetti del Cric di Reggio Calabria.
Gli ultimi scontri si sono concentrati di fronte all’università al-Azhar di Gaza City, nella zona dell’ospedale Shifa e intorno al quartiere generale della sicurezza preventiva, fedele al presidente palestinese Abu Mazen, che gli uomini della «Forza di pronto intervento» di Hamas hanno tentato invano di espugnare ma sono stati respinti dall’armamento superiore dei loro avversari. I combattenti delle due parti non hanno esitato a far uso anche di razzi anticarro. A nulla sono valsi gli appelli alla calma lanciati da alcuni religiosi musulmani che hanno emesso una fatwa per vietare agli uomini di Fatah e Hamas di uccidersi a vicenda. Hanno anche chiesto ad Abu Mazen e al premier Ismail Haniyeh (Hamas) di incontrarsi e mettere fine al bagno di sangue ma le loro parole che sono cadute nel vuoto. Abu Mazen, che ieri era ancora in Svizzera, non è intervenuto e Haniyeh da un lato ha chiesto la fine delle ostilità e dall’altro ha attaccato quelli che ha definito «gli agitatori che stanno cercando di portare fuori strada il nostro popolo con soldi sporchi americani» in evidente riferimento ad Al-Fatah e Abu Mazen. Il negoziato per la formazione del governo di unità nazionale nel frattempo resta fermo con le due parti che continuano a scambiarsi accuse feroci che lasciano prevedere tutto tranne una ripresa dei colloqui.
Quando le cose sembravano procedere per il verso giusto lo scontro interno è ripreso con inaudita violenza. Perché? È questo l’interrogativo che si pongono molti. In fondo l’incontro a Damasco di domenica scorsa tra Abu Mazen e il leader di Hamas in esilio si era svolto in un clima costruttivo nonostante le differenze, non superate, sul programma del nuovo esecutivo. Due giorni dopo sono anche ripresi i colloqui tra Hamas e Fatah con la partecipazione dei rappresentanti di tutte le forze politiche palestinesi. Poi sono avvenuti due episodi che hanno dato fuoco alle polveri. Decine di uomini, appartenenti ad un gruppo sconosciuto «La spada della verità islamica», senza motivo apparente hanno distrutto completamente un centro turistico, peraltro vuoto, di proprietà dell’ex ministro e uomo forte di Fatah a Gaza Mohammed Dahlan. Quest’ultimo, si dice a Gaza, non ha atteso molto per vendicarsi. Giovedì sera a Jabaliya una jeep della «Forza di pronto intervento» del governo di Hamas è saltata in aria su una mina: due agenti sono rimasti uccisi subito, altri due sono morti in ospedale. Da quel momento l’escalation è stata incessante ed è forte la sensazione che correnti contrarie ad una intesa, sia in Fatah che in Hamas, abbiano provocato il nuovo caos per impedire l’accordo sul nuovo governo.
Così facendo hanno anche fatto gli interessi di Stati Uniti ed Israele che nei giorni scorsi avevano intimato ad Abu Mazen di non entrare in un governo con Hamas e di «provare» invece di avere le doti del vero leader convocando le elezioni anticipate che aveva minacciato a metà dicembre e lanciando una campagna repressiva nei confronti del movimento islamico (anche a costo della guerra civile).