Gaza, i palestinesi tra dubbi e malumori per la strategia di Hamas

Se le trattative per la formazione di un nuovo governo di unità nazionale palestinese non fossero già fallite, si sarebbe probabilmente a breve posto il problema del “chi” investire di incarichi istituzionali, dato che, a una cadenza sempre più frequente, continuano da parte di Israele gli arresti di dirigenti di Hamas. Domenica è toccato al segretario generale del parlamento palestinese, Mahmud Al-Ramahi, uno degli esponenti dell’ala moderata del movimento islamico, medico di professione (ha studiato in Italia), catturato a Ramallah come era accaduto il giorno precedente al vicepremier Nasser Shaer. Anche in questo caso un politico moderato, un professore universitario.
Incarcerazioni che vanno ad aggiungersi a quelle dei 28 deputati e 9 ministri palestinesi (quattro dei quali poi liberati) e del presidente del parlamento Abdelaziz Dweik, scattate in seguito al rapimento del caporale israeliano Ghilad Shalit, avvenuto il 25 giugno scorso ad opera di un commando di miliziani palestinesi.

L’operazione militare israeliana “piogge d’estate” sferrata su Gaza in risposta al blitz in territorio israeliano da parte delle milizie palestinesi, è costata la vita, in poco più di un mese, a oltre 160 palestinesi residenti nella Striscia, la metà dei quali erano civili. Ai morti vanno ad aggiungersi i feriti (molti rimasti mutilati), la distruzione di infrastrutture, abitazioni, colture. Qualche settimana fa, a Gaza la battuta di rito dei tassisti che portavano in giro “forestieri” (i pochi muniti di premesso per entrare e uscire dalla Striscia) era: «Se sapete dove si trova questo soldato Shalit, riprendetevelo».

Ieri l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha diffuso i risultati di un’inchiesta relativa all’aumento di abusi ai danni della popolazione palestinese da parte delle forze di sicurezza israeliane successivamente al rapimento del soldato israeliano, incrementati ulteriormente dopo l’inizio della guerra in Libano (12 luglio) ed aggravati dalla frustrazione per le perdite subite nel corso del conflitto. In sei dei casi particolarmente gravi investigati da B’Tselem le vittime sono state costrette a fare ricorso a cure mediche. Tali abusi, particolarmente gravi ai check-point del nord della Cisgiordania, sarebbero stati
facilitati dalla concentrazione dell’attenzione mediatica sulla crisi israelo-libanese. L’organizzazione per i diritti umani ha invitato il capo di stato maggiore e il ministro della difesa israeliani ad «inviare un messaggio chiaro e senza equivoci ai soldati e agli ufficiali» affinché non siano ulteriormente tollerate violenze ed umiliazioni nei confronti di palestinesi. Il problema, secondo il rapporto, è che le sanzioni per i rappresentati delle forze dell’ordine che compiono illeciti sono molto rare e questo «crea un clima di impunità che produce il ripetersi degli episodi di violenza». Dal 2000 al luglio 2005, su 261 indagini per violenze commesse nei confronti di civili palestinesi, solo 28 si sono concluse con l’incriminazione dei responsabili, denuncia l’organizzazione per i diritti umani.

Dal punto di vista dell’opinione pubblica palestinese, la vicenda del rapimento del soldato israeliano, sommata alle riflessioni scaturite dall’osservazione della performance di Hezbollah durante i 33 giorni di guerra con Israele, ha portato non pochi a porsi l’interrogativo di quali siano stati finora i vantaggi della strategia del lancio di razzi qassam da Gaza verso Israele, e più in generale dell’operato delle milizie slegato da una strategia politica. Anche se il caporale Shalit sarà scambiato con prigionieri politici (tema molto sensibile tra la popolazione palestinese), restano le conseguenze sofferte dalla popolazione di Gaza, come della Cisgiordania in quest’estate di guerra. Senza la prospettiva futura di intervento delle Nazioni Unite, né dello schieramento di forze di interposizione. Mentre ad Hezbollah, oltre alla capacità di incidere militarmente, è riconosciuta la dignità di movimento nazionalista, l’intransigenza di Hamas nel raggiungere un compromesso per arrivare a quel governo di unità nazionale che oggi rappresenta l’unica speranza per uscire dalla finora irrisolta situazione di strangolamento economico internazionale, unita alla mancanza di azione di governo (sebbene suo malgrado) ed all’incapacità di controllare le fazioni armate (cosa che non riesce nemmeno a Fatah, dato che il lancio di qassam è stato rivendicato dalle Brigate martiri di Al Aqsa), è meno accettabile per un’opinione pubblica, che, dopo la guerra di Israele in Libano, si ritrova maggiormente esposta all’inasprimento delle pratiche di occupazione.

Ieri Yuval Diskin, capo dello Shin-Bet (servizi di sicurezza interni israeliani) ha affermato che Israele rischia di trovarsi entro 3-5 anni davanti a una situazione di tipo libanese nella striscia di Gaza «se non impedirà al movimento islamico Hamas e all’influenza dell’Iran di continuare a crescere e rafforzarsi» nella regione.

Secondo Diskin, «l’aumento delle fonti per il terrorismo a Gaza è un problema strategico che, se non viene affrontato in modo appropriato, trasformerà la realtà in una situazione come quella del Libano». Resta da capire quale sarà il «modo appropriato» con cui Israele intenderà risolvere la situazione. Anche in questo caso, come per le azioni dei miliziani palestinesi, la popolazione civile pagherà il prezzo senza avere il tempo di darsi un perché.