Gaza, fuoco contro la macchina del premier. Illeso

Lo scontro interpalestinese procede di escalation in escalation. Ieri militanti di Fatah hanno aperto il fuoco contro il convoglio di auto del primo ministro, nonché alto dirigente di Hamas, Ismail Haniyeh, segnando un nuovo, grave peggioramento delle relazioni tra le due fazioni rivali. L’agguato non ha causato vittime ma è destinato a lasciare strascichi. È avvenuto peraltro poche ore dopo l’annuncio dell’ennesima intesa fra Hamas ed al-Fatah per giungere alla fine delle violenze che hanno causato questo mese ben 17 morti e decine di feriti.
Nel frattempo due brigate israeliane continuano ad occupare l’Asse Filadelfi, una quindicina di chilometri fra Gaza e il territorio egiziano, ufficialmente alla ricerca di tunnel sotterranei usati per il traffico di armi – proprio ieri la polizia egiziana ha arrestato tre beduini del Sinai con un ingente carico di proiettili da far entrare a Gaza – ma i vertici militari, riferiva ieri la radio dell’esercito, ritengono che Israele debba tornare a controllare in modo permanente l’Asse Fildelfi, mettendo di fatto fine all’accordo che nel novembre 2005 consentì ai palestinesi di prendere il controllo della frontiera di Rafah, sotto la supervisione di osservatori dell’Unione europea. Ieri nel tardo pomeriggio quattro razzi artigianali palestinesi del tipo «Qassam» sparati da Gaza hanno colpito Sderot e il Negev facendo alcuni feriti leggeri. Un combattente palestinese è stato ferito gravemente a sud di Rafah dal fuoco dei soldati israeliani.
Haniyeh aveva appena finito di parlare in una moschea di Gaza, ribadendo il suo profondo disaccordo con il presidente Abu Mazen (Fatah) e la contrarietà a nuove elezioni o un esecutivo di tecnici. «Quelle in campo sono tutte opzioni con un unico obiettivo, togliere Hamas dal governo. Ma le ruote della storia non andranno indietro», ha detto davanti ad una folla di migliaia di sostenitori. «Qualsiasi nuovo governo dovrà presentarsi in Parlamento per avere la fiducia, e non potrà averla senza i voti di Hamas», ha aggiunto. Poi, tra gli applausi, ha lasciato la moschea per far ritorno a casa. Sulla strada, attraversando il campo profughi di Nusseirat, il suo convoglio è finito sotto il fuoco di uomini armati. Ad essere colpita, ha successivamente spiegato il portavoce di Hamas, è stata solo l’ultima auto che ha preso fuoco. Intatta la Mercedes blindata del primo ministro, illeso lui come tutti gli uomini che lo accompagnavano.
Secondo i servizi di sicurezza a sparare sono stati i congiunti di Ramadan Ramadan, un giovane ucciso dal fuoco degli agenti della «Forza di pronto intervento» del ministero degli interni, la milizia di circa seimila uomini che sta assumendo il controllo sulla intera striscia di Gaza.
L’agguato in serata è stato perciò qualificato come «faida familiare», per evitare che incida troppo sulla intesa che Hamas e Fatah cercheranno di finalizzare nei prossimi giorni al Cairo. Giovedì due generali egiziani erano riusciti a far firmare alle due fazioni in lotta un documento in dieci punti concepito per mettere fine alle violenze reciproche riprese mercoledì con l’uccisione a Nablus di un esponente locale di Hamas. Nella sostanza però le posizioni tra Abu Mazen e la leadership di Hamas rimangono lontane, con il primo che insiste sulla formazione di un nuovo governo palestinese che riconosca l’esistenza di Israele. Ipotesi che ha seccamente respinto il ministro degli esteri, Mahmud Zahar, ritenuto il numero due di Hamas a Gaza, che da parte sua ha definito Israele «un tumore da estirpare». I palestinesi, ha assicurato Zahar, «non avranno mai alcuna relazione con quel tumore».
Ma mentre i leader di tutte le fazioni palestinesi, Hamas e Fatah in testa, si accontentano di rilasciare dichiarazioni militanti oppure di lanciarsi accuse reciproche, sul terreno la popolazione soffre le conseguenze dell’occupazione. Tra qualche giorno, al termine dell’Eid Al-Fitr, la festa islamica che chiude il mese di digiuno del Ramadan, migliaia di contadini palestinesi si recheranno nei campi per la annuale raccolta delle olive. È una delle produzioni più importanti per la disastrata economia palestinese strangolata dalle misure israeliane. Quest’anno si prevede un raccolto abbondante, 37mila tonnellate contro le 8mila dello scorso anno e la massiccia presenza tra gli ulivi dei contadini sarà quasi certamente contrastata dai coloni israeliani più militanti che tenteranno di impedire – con la motivazione delle «ragioni di sicurezza» – a tanti palestinesi di raggiungere gli uliveti. A ciò si aggiunge il fatto che migliaia di ettari di terre agricole palestinesi si trovano ora sul versante controllato da Israele del muro costruito in Cisgiordania. Il movimento pacifista israeliano Taayush ha lanciato un appello alla protezione dei contadini palestinesi.