Gaza che muore nel disegno della guerra globale

La striscia non ha quasi più vita, ha solo l’odore della morte. Di quella che viene dal cielo, di quella che viene portata dagli aerei militari israeliani. Veloci, bene armati, hanno trasformato Gaza, l’hanno praticamente colpita al cuore, hanno ucciso cento, forse più, palestinesi. Non è stata, e tuttora non è una “operazione chirurgica”, di quelle che mirano a fare della guerra un bisturi che interviene su un determinato obiettivo. No, hanno colpito chiunque: hanno ucciso i bambini che giocavano in strada, i vecchi che riposavano sulle panchine e fatto strage così tra i civili trattati come prigionieri da mesi e mesi, da anni ormai… Israele, per bocca del suo governo, ha affermato che non finisce qui, che continuerà a martellare di bombe e incursioni via terra la Striscia di Gaza fino a che Hamas non sarà spazzato via, neutralizzato, annichilito. E per arrivare a questo fine, Tel Aviv non ha alcun scrupolo di sorta: sparge sangue senza distinzione, fa delle vie che portano a Gaza un panorama spettrale, infernale, infestato da un’aria che sa del miscuglio tra il rosso che si riversa in terra dai corpi all’acre puzza del fumo che sale al cielo prodotto dalla benzina che brucia. Cento, mille case rase al suolo, feriti che non si possono curare perchè negli ospedali mancano persino i cerotti e le garze. Israele non ha pietà, non lascia passare alcun aiuto umanitario, nessun medicinale, nessuna garza, nessun cerotto. Le ferite dei palestinesi devono sanguinare molto, devono fare male.
La vendetta dello Stato ebraico ha il sapore di un tremendo monito per chi si ostina a proclamarsi “popolo”, per chi combatte per la Palestina come Stato libero, indipendente, per la libertà dalla cinquantennale oppressione sionista.
La vendetta, in questi ultimi cinque giorni, è stata così feroce, così cruenta che non se ne ricordava una simile se non nel 2005, quando Israele entrò nei territori palestinesi e si scatenò con carri armati ed elicotteri un poco ovunque. Ma oggi è diverso, oggi la determinazione di Olmert sembra non incontrare alcun ostacolo, neanche nei finti ammonimenti degli Stati Uniti o le inutili proteste di un’ONU privo di qualunque autorità internazionale.
L’olocausto palestinese però prende sempre più forma, e assume i connotati di una apocalisse bellica. Se fossimo in presenza di una narrazione storica scritta per una sceneggiatura di un film, il tutto sembrerebbe essere una nemesi al contrario, una vendetta che si riversa su chi ha subìto uno sterminio di massa e che sembra non voler affatto onorare la sua storia, che la vuole sorpassare diventando ciò che ha combattuto.
Non amo il sillogismo che può condurre ad una equivalenza tra il nazismo razzista e il sionismo imperialista che imperversa in Palestina. Ma quanto è sempre più difficile separare le similitudini, allontanare le circostanze che fanno pensare, sin dai tempi di Sabra e Chatila, che lo Stato ebraico si sia trasformato in un apparato di assassini, in un comitato di sterminio del popolo palestinese…
Rabin, forse l’unico generale israeliano che aveva capito l’importanza di una convinvenza tra i due popoli nella terra del Giordano, è stato assassinato da un fanatico religioso suo connazionale e, da allora, neppure Arafat fu più in grado di gestire i rapporti con la crescente necessità di espansione di Tel Aviv per ritagliarsi un ruolo ancora più sicuro e definito in un Medio Oriente instabile, precario e tutt’altro che pacifico.
L’Iraq di Saddam Hussein e l’Iran degli ayatollah spaventano Sharon e Olmert. E così si fa di necessità virtù, si unisce l’utile anche ad un macabro dilettevole, si prendono due piccioni con una fava: gli Usa non dichiarano nessuna guerra, ma annunciano al mondo che non possono permettere che Saddam Hussein aiuti Al Qaeda nella proliferazione del terrorismo e nella fabbricazione di armi di distruzione di massa.
Costruita la menzogna, non resta che trasportare le truppe in Kuwait e attaccare ancora una volta Hussein. Questa volta è l’ultima, ma la guerra non finisce nel 2003, continua ancora oggi. Gli Usa ammettono di essersi smarriti in una strategia che non ha trovato realizzazione sul campo. Hanno saccheggiato petrolio e ricchezze, hanno messo un altro tassello nella costruzione della linea di dominio che va dall’Europa (Kosovo) sino all’Afghanistan (magari passando per l’Iran…) e, al contempo, ritengono di aver dato sollievo ad Israele, togliendo di mezzo il regime baathista che di armi di distruzione di massa non ne aveva e che era persino nemico di Osama Bin Laden.
Israele così sa che da Baghdad non arriveranno più i missili scud, ma non dorme sonni tranquilli. In tutto il mondo la guerra di George W. Bush alimenta il terrorismo islamico, riaccende le pire del fanatismo religioso e permette agli intellettuali della destra globale di dipingere l’Islam come una sterminata massa di estremisti religiosi, pronti ad assediare ancora una volta Vienna.
E questo clima ha ripercussioni anche a Teheran, dove al riformismo di Khatami si sostituisce il teocraticismo di Khamenei e l’irrigidimento delle strutture politiche statali con il governo di Ma?mud A?madinejad, apertamente antisionista, anzi anti-israeliano. Ecco il nuovo nemico, neanche troppo difficile da individuare. E’ un uomo che dall’ingegneria civile è passato all’integralismo religioso. Lo potremmo definire un conservatore, parlando “occidentalmente”. Ma è un conservatore illiberale, un uomo che incentiva l’uso della pena di morte, che minaccia apertamente gli israeliani di essere un cancro sociale e ne annuncia la fine prossima.
Ce ne è abbastanza per fare due più due e, con una matematica approsimativa, identificare i palestinesi con l’islamismo, quindi con A?madinejad e, quindi con dei nemici ancora più giurati di prima per Israele. Questa è la facciata ufficiale della crisi mediorientale. Dietro a tutto questo si nasconde la necessità di due potenze militari ed economiche per dichiarare guerra a chiunque voglia ostacolarle nella conquista dei mercati globali, nella definizione di nuovi confini dell’espansionismo speculativo. Non si tratta di una “internazionale sionista”, ma semplicemente di una internazionale del terrorismo di Stato, di quello che figura sempre e solo come reazione all’oppressione dei regimi totalitari, dei partiti teocratici e del fanatismo islamico.
Fughiamo ogni dubbio: non abbiamo simpatia alcuna per Hamas se non per il fatto che è l’unico elemento concreto di resistenza nella Striscia di Gaza ma, al contempo, è anche un fattore destabilizzante per i colloqui di pace tra Anp e Israele. Ma ogni effetto ha una causa: la forza di Hamas è data dalla debolezza di Al Fatah, dalla sua burocratizzazione e da un processo di statalizzazione che l’ha allontanata dal suo popolo.
A farne le spese è oggi Gaza che muore a poco a poco sotto le bombe di Olmert. La risposta di Hamas è affidata ai razzi Qassam, ma anche a nuovi armamenti che, scrivono alcuni giornali, sarebbero giunti nelle mani dei miliziani islamici grazie all’Iran, passando per il confine con il Sinai. L’Egitto non conferma, ma neanche smentisce. E non è escluso che Tel Aviv finisca anche col prendersela con l’Egitto nel prossimo futuro…
La guerra si allarga, la Striscia però si stringe: si stringe nella morsa della morte che la pervade, nel terrore che è quotidiano e che si legge negli occhi di ogni palestinese, nella disperazione delle donne e nel grido di dolore delle madri che piangono i loro figli avvolti nelle bandiere verdi e in quelle palestinesi.
Tutti questi morti portati a spalle pesano sul futuro della Palestina, di Israele e del mondo intero. Solo chi non guarda al di là del proprio naso può pensare che Gaza sia lontana da noi e non ci riguardi. E’ un campanello, anzi una campana di allarme per tutta l’Europa. E’ il preludio di una nuova grande guerra. L’obiettivo è già allo studio del Pentagono da anni. Tolti gli scarponi dal pantano iracheno, non sarà così difficile andare ad “esportare la democrazia” anche nella vecchia Persia.