Galilea, l’orgoglio non finisce sugli spalti

Fare notizia è il destino di Sakhnin. Venticinquemila abitanti – tutti musulmani tranne qualche centinaio di cristiani ortodossi e melkiti – questa città palestinese della Galilea è il cuore della minoranza araba in Israele. Di Sakhnin si parlò la prima volta il 30 marzo del 1976 quando la sua gente protestò contro la confisca delle terre arabe: ci furono sei morti e decine di feriti tra i dimostranti. La cittadina finì di nuovo sulle prime pagine dei giornali ai primi di ottobre del 2000 quando la polizia fece fuoco sui manifestanti scesi in strada contro la repressione dell’Intifada appena riesplosa in Cisgiordania e Gaza. Due giovani di Sakhnin vennero uccisi assieme ad altri 11 palestinesi della Galilea. Ma da tre anni a fare notizia sono anche la nuotatrice locale Asala Shahada e i «rossi» dell’Abna Sakhnin, la squadra di calcio che nel 2004 ha vinto la Coppa d’Israele, la prima conquistata da una formazione araba. Il campionato in corso al contrario non va bene per i «rossi», ma ciò non ha fatto desistere dai suoi propositi l’emiro del Qatar, Hamad Ben Khalifa al Thani, che ha messo a disposizione 6 milioni di dollari per completare la costruzione di uno stadio a Sakhnin, costretta a giocare tutti i match casalinghi ad Haifa. I giornali arabi hanno commentato con toni diversi l’iniziativa del Qatar: fine del boicottaggio d’Israele? Attraverso questa donazione Doha intende avviare relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico? Oppure è stato un gesto opportuno, di fronte alle privazioni di una città e di una squadra di calcio che, pochi lo ammettono, suscita l’orgoglio di mezzo mondo arabo? I più nazionalisti arricciano il naso pronunciando il nome di Ahmed Tibi, che ha guidato la delegazione di Sakhnin a Doha. Ginecologo di Taibeh, Tibi (deputato alla Knesset) è accusato di svolgere attività poco chiare e non piace agli altri palestinesi di Israele: qualcuno, a mezza bocca, sostiene che stia tirando la volata all’avvio delle relazioni diplomatiche tra Tel Aviv e Doha. Lui replica che la donazione è andata in porto «perché la parte arabo israeliana della popolazione palestinese è stata trascurata per oltre 50 anni dal mondo arabo e ora prova a recuperare il tempo perduto». In ogni caso a Sakhnin quasi tutti sognano il completamento dei lavori dello stadio (finanziati in minima parte dallo Stato) e il proseguimento del campionato tra le mura amiche dove il tifo potrebbe rivelarsi un uomo in più. Il presidente Mazen Ghneim afferma che le partite di calcio hanno un significato che va oltre il campo. «Vogliamo esistere – dice -. Lo sport è l’unico settore in cui, ogni tanto, siamo alla pari con gli israeliani ebrei. Dobbiamo dare alla nostra gente gli strumenti per essere fiera». Ghneim ricorda le prodezze del campione locale, Abbas Suan, che la scorsa primavera è passato dagli insulti ricevuti dai tifosi del Betar Gerusalemme al titolo di «eroe di Israele», per aver realizzato al novantesimo minuto il gol del pareggio con l’Irlanda che ha fatto sognare alla nazionale israeliana i mondiali in Germania. «Voglio aprire una nuova pagina perché nella nazionale io gioco per tutti gli israeliani, arabi ed ebrei», annunciò il calciatore trovando l’approvazione anche del parroco locale, padre Ruhama. «Il calcio è oggi il cuore e l’anima della città – spiegò qualche giorno dopo il religioso -. La gente è unita sotto i colori dell’Abna, tanto i musulmani come i cristiani; tutti gli arabi d’Israele tifano Sakhnin».

Ma la squadra che gonfia il cuore dei reietti può offrire una dignità vera a una città dimenticata da uno Stato che avrebbe dovuto mettere a disposizione di suoi cittadini, che pagano le tasse come tutti gli altri, servizi essenziali, tra cui uno stadio decente? «La vicenda del finanziamento del Qatar ha un lato positivo e uno negativo – spiega la giornalista Nahed Dirbas -. È importante che il mondo arabo ci riconosca come palestinesi e arabi dopo averci visto per oltre 50 anni, come ibridi e traditori. Dall’altro lato è assurdo che un paese estero debba provvedere al nostro sviluppo perché Israele fa poco o nulla per i cittadini arabi».

Due famiglie di Sakhnin nel frattempo piangono i loro figli uccisi nel 2000 e protestano di fronte alla chiusura, senza rinvii a giudizio, dell’inchiesta sul comportamento delle forze di polizia in quei giorni di manifestazioni e scontri. Il dottor Majed Badarna invece dovrà attendere settimane, forse mesi, prima che la compagnia dei telefoni, Bezeq, venga a riparare il suo collegamento internet. Ieri il quotidiano Ha’aretz ha rivelato che la Bezeq non invia per «motivi di sicurezza» i suoi tecnici a Sakhin dove però non ci sono mai state aggressioni a danno di ebrei.