Fuori dai denti

Questo test elettorale di fine maggio (un test che ha coinvolto quasi dodici milioni di lettori, roba più seria di un sondaggio) è andato meno male di quanto si poteva temere. Si può anzi dire che è andato benino: per i risultati numerici, che segnano un aumento dell’opposizione rispetto alle politiche dell’anno scorso, ma soprattutto perché ha dimostrato che muoversi, avere iniziativa (e non suicidiariamente attaccare Berlusconi perché non mantiene le promesse, come se le sue promesse fossero buone) paga anche elettoralmente. Diciamolo nettamente: senza la Fiom, senza la Cgil e lo sciopero generale, senza i girotondi, senza i professori di Firenze, senza i cosiddetti «ceti medi riflessivi» le armate di Forza Italia avrebbero sfondato e travolto l’opposizione di centro-sinistra. L’esempio più convincente viene da Genova, dove unità delle sinistre e movimento e apertura di nuovi orizzonti, ancorché lontani da una definizione operativa, hanno premiato l’opposizione, forse oltre le aspettative. E’ andata quasi bene, ma sarebbe un tragico errore se questo risultato fosse letto come conferma positiva dell’attuale politica e dell’attuale cultura (in politica la cultura in senso proprio conta moltissimo) delle esistenti e resistenti forze di sinistra: il tempo farebbe giustizia di queste conservative illusioni con danno di tutti.

E’ da poco arrivato in libreria un agile libretto nel quale Vittorio Foa non intervista, ma sottopone a interrogatorio, Miriam Mafai e Alfredo Reichlin su «Il silenzio dei comunisti» o meglio di coloro che sono stati comunisti e che ora si dicono di sinistra. C’è una risposta di Reichlin che mi pare utile riportare: «Questo silenzio non riguarda tanto il passato, quanto il presente. Io credo che la sinistra non riesca a leggere il presente, questo presente». Condivido il giudizio: tutti si ubriacano nel parlare di cesure storiche, c’è l’inflazione dell’aggettivo «epocale» e tuttavia le sinistre, plurali o antagonistiche tra loro, o continuano a ragionare nei termini di un’autonomia del politico (vecchio), oppure si abbandonano (e talvolta anche positivamente) al desiderio, oppure ancora rimangono legate alle antiche fedeltà. Parlano molto, ma in sostanza tacciono: non pensano, non propongono obiettivi o speranze che abbiano un qualche riscontro nella vita di un popolo peraltro bombardato dalla pubblicità.

Certo i cambiamenti ci sono e rilevanti, ma ci sono anche le permanenze: sfruttamento e dominio dei forti sui deboli è più che una permanenza, ma questo sembra sfuggire alle nostre sinistre: la scoperta della società degli individui (e gli individui hanno un valore estremo) ha prodotto come una nebbia, che rende tutto indistinto e per converso rende visibile e praticabile solo la politica di palazzo.

Due dati di fatto sembrano sfuggire alla sinistra e producono il suo silenzio. Il primo è la permanenza del dominio dei forti sui deboli, resi ancora più deboli dalla loro indefinizione sociale. C’è l’idea che i lavoratori dipendenti siano un’eredità in liquidazione del passato, quando tutti, anche i consumatori, diventano lavoratori dipendenti senza neppure un padrone identificabile. Il secondo dato, almeno in Occidente, è la crescita dei bisogni sociali: i nostri nonni avevano molto meno bisogni dei nostri figli, ma questo non fa parte del ragionar corrente e così si continua a dire che il welfare è troppo costoso e che bisogna ridurre le tasse per premiare gli individui, quelli con reddito.

Berlusconi – che essendo un venditore ha del pubblico una conoscenza maggiore – ha proposto di dare le dentiere gratis a ottocentomila vecchi. Ma perché le sinistre non propongono l’estensione del servizio sanitario nazionale all’assistenza odontoiatrica? Oggi non si può andare in giro, come qualche nostro nonno, con la bocca sdentata. E all’attuale sinistra vale ricordare che questa proposta, un po’ più di cinquant’anni fa, la fece Aneurin Bevan, che non era un comunista, ma un laburista serio. E non era silente.