Fuoco «accidentale» al campo rom

Dopo Opera, via Triboniano. Due campi rom in fiamme in una manciata di giorni nell’area milanese. Gli episodi hanno due elementi in comune: il fuoco e la condizione dei rom. Tutto il resto differisce. Domenica pomeriggio le fiamme hanno devastato il più grande campo nomadi di Milano, quasi mille persone assiepate in baracche e roulotte in un corridoio stretto tra il cimitero Maggiore e la ferrovia. Non ci sono state vittime. Giovedì notte a Opera un rogo aveva distrutto le tende appena installate dalla protezione civile per accogliere una settantina di rom. Anche a Opera, nessuna vittima: i rom, sgomberati il 14 dicembre da via Ripamonti, non erano ancora arrivati. Le fiamme di Opera – amministrazione di centro sinistra – sono state appiccate e rivendicate dai «cittadini esasperati» (in anticipo), guidati dai capoccia della destra (Lega, An e Forza Nuova). Buona parte dei cittadini di centro-sinistra le ha giustificate.
Fiamme «accidentali», invece, in via Triboniano. Innescate da un fornello a gas. Cinque ore per domare l’incendio nel pomeriggio di San Silvestro. Distrutte dieci roulotte e una trentina di baracche. Quelli che ci abitavano non hanno accettato d’andare nei dormitori comunali. Si sono «stretti» nelle baracche rimaste in piedi in un campo che, già prima dell’incendio, era il top del degrado.
Il comitato per l’ordine e la sicurezza, riunitosi ieri in Prefettura, ha deciso d’installare 25 container in un’area già bonificata di via Triboniano e ha confermato il progetto di dividerlo in quattro sotto-campi. Una prospettiva, quest’ultima, sgradita ai rom. Il sindaco Letizia Moratti, tra i resti dell’incendio, ha cercato di convincere i capifamiglia a sottoscrivere «un patto di legalità e di solidarietà» perché siano rispettate le condizioni di vivibilità e sicurezza. «Insistiamo anche noi sul rispetto della legalità», dice don Virginio Colmegna, della Casa della Carità. E non si riferisce alla condizione di irregolarità. La maggior parte dei rom di via Triboniano hanno il permesso di soggiorno che da ieri, con l’ingresso della Romania nella Ue, è diventato superfluo. Don Virginio allude alle divisioni e alle lotte tra clan, alla microcriminalità, ai figli mandati ai semafori invece che a scuola. Questa, inutile negarlo, è la realtà complicata in via Triboniano.
«Una terra di nessuno, un campo da sbaraccare», dice Patrizia Quartieri, consigliera a Palazzo Marino del Prc, non della Lega. E infatti aggiunge: «Prima vanno trovate soluzioni alternative, piccoli campi diffusi sul territorio, programmati per tempo, senza l’assillo dell’emergenza». Il «modello Opera», si augura Quartieri, «deve diventare l’esempio della collaborazione tra il Comune di Milano, quelli dell’hinterland e la Provincia». A Opera, nonostante la notte brava, le tende sono state rimesse e i 70 rom (35 dei quali bambini) ci stanno dentro. Una ventina di «irriducibili», racconta Matteo Armelloni, assessore comunale alle politiche sociali, continua a fare il presidio anti-zingari, «fischia chi entra e chi esce». Però il campo c’è e «resiste».
Anche Marco Granelli, consigliere a Palazzo Marino della Margherita (ala Caritas), è convinto che il tentativo per far vivere meglio i rom e per sgonfiare la paura e il rifiuto degli autoctoni passa obbligatoriamente dalla «spalmatura sul territorio» degli insediamenti. «Al massimo cento persone in ogni campo, con l’accortezza di non piazzarlo vicino alle case popolari per evitare la guerra tra poveri», i grandi numeri rendono impossibile qualsiasi progetto di formazione, avvio al lavoro, accettazione reciproca. Dopo quel che è successo a Opera, domandiamo, quale sindaco sarà disposto ad accettare sul suo territorio un campo rom, per quanto piccolo e temporaneo? E senza scomodare il caso eclatante e vergognoso di Opera, a Cologno Monzese l’opposizione di centro destra ha fatto di tutto per bloccare il «Villaggio solidale», ideato da don Colmegna. «Proprio questi due precedenti – risponde Granelli – dimostrano che di patti ne servono due. Uno di legalità, sottoscritto dai rom. L’altro politico, stipulato dai partiti. Centrodestra e centrosinistra devono impegnarsi a non montare la gente a seconda del colore della giunta che decide d’accogliere un insediamento rom». Solo così si evitano le «doppiezze». A Opera la destra ha bruciato con gran rabbia un campo rom messo lì con gran piacere dalla medesima destra di Milano.