Frontiere aperte soltanto un po’

Due anni fa i lavoratori dei nuovi stati membri venivano lasciati fuori dalla festa di allargamento dell’Unione europea, bloccati alle frontiere della vecchia Europa a 15 per il timore di forti perturbazioni nel mercato del lavoro dei paesi ricchi.
Solo Regno unito, Irlanda e Svezia aprivano le loro porte, mentre gli altri o le chiudevano o istituivano un sistema di quote alquanto selettivo in modo da evitare qualsiasi ondata migratoria, un fenomeno che puntualmente non si è verificato. Anzi.
«Un elisir per l’economia britannica», afferma Ernst & Young a proposito dei 223 mila immigrati dell’Europa dell’est sbarcati nell’isola, lavoratori che, insistono gli analisti, hanno contribuito a mantenere bassa l’inflazione e ad alzare la produttività del sistema economico del Regno Unito.
Alla mezzanotte di domani scadono i primi due anni di blocco, ed i 12 paesi dalla chiusura facile sono chiamati a notificare a Bruxelles cosa intendono fare: se proseguire con la discriminazione per altri tre anni, prorogabili poi fino al 2011, oppure se aprire le porte ai comunitari dell’est.
Causa il lungo ponte del primo maggio, la notifica è stata anticipata a ieri, con un bilancio che lascia in bocca un sapore più agro che dolce. Spagna, Portogallo e Finlandia hanno deciso di aprire le frontiere e di approfittare dell’«elisir»; Germania, Austria e Danimarca continuano con la chiusura mentre Italia, Francia, Lussemburgo e Belgio faranno a metà, con aperture più o meno timide. In pratica Roma ha deciso il 14 febbraio scorso di aumentare i permessi rilasciati ai lavoratori dell’est fino a quota 170.000, mentre Parigi, Bruxelles e Lussemburgo creeranno dei regimi agevolati per alcuni settori in cui c’è domanda di mano d’opera.
La Francia ha fame di cuochi e camerieri, di addetti alle pulizie, di manovali e carpentieri, di operai agricoli e per l’industria pesante. E, cosa curiosa, anche di idraulici. Così da maggio il tanto temuto «idraulico polacco», il totem del No alla Costituzione, potrà finalmente emigrare in Francia.
Il Lussemburgo creerà un sistema facilitato (ma senza il permesso di lavoro) per agricoltori, viticoltori e operatori della ristorazione, mentre il Belgio, come spesso gli accade, sceglie la soluzione più complessa. Ogni regione (sono tre) dovrà indicare i settori che soffrono di penuria di mano d’opera, poi verranno definite le quote sulla base di un «dispositivo maltusiano che porterà a delle soluzioni burocratiche complicate», sostiene il centro di studi europei Bruegel.
Secondo la Commissione, l’apertura per settori non rappresenta una discriminazione, ma solo perché è una soluzione prevista nei trattati di adesione firmati dai 15 e dai 10 nuovi stati membri.
La Grecia è l’unica ancora data per dispersa, e se non si farà viva entro domani sera, allora le sue frontiere verranno automaticamente aperte.
Il caso più eclatante è però quello olandese, fedele specchio dei tempi che corrono. A fine marzo il governo di centro destra aveva proposto di eliminare le barriere, poi, il 12 aprile una decisa discussione nel Parlamento dell’Aja ha riportato l’esecutivo a più miti e discriminatori consigli. Per novembre o dicembre il ministro agli affari sociali Henk van Hoof presenterà un rapporto sulle misure necessarie per evitare che il mercato del lavoro olandese venga perturbato dall’entrata dei lavoratori dell’est, poi il gabinetto del Primo ministro Jan Peter Balkenende prenderà la decisione. In pratica l’Aja si da otto mesi di tempo per riflettere, ma per paura.
Ieri la Commissione, che da mesi continua a insistere che non ci sono rischi né pericoli legati all’apertura delle frontiere, l’ha presa sostanzialmente bene: «per noi è soddisfacente che tre paesi tolgano la restrizione e che quasi tutti gli altri si impegnino a diminuire le limitazioni – ha affermato la portavoce del commissario agli affari sociali Vladimir Spidla – ma speriamo che entro il 2009 migliori ancora la situazione e che ci siano delle modifiche in corso».
La Confederazione europea dei sindacati ricorda invece che questo 2006 è stato consacrato come l’anno europeo della mobilità dei lavoratori. Con ironia.