Francoforte, anatema sulla Corea

Dovrà essere l’edizione della ripresa. Questa è la speranza che accompagna l’apertura della più importante fiera del libro a livello europeo e internazionale, la Buchmesse di Francoforte. La grande kermesse parte oggi. Parte in un paese dal profilo incerto, incastrata nelle maglie della grosse Koalition tra democristiani e socialdemocratici, senza più le sicurezze sociali del tanto famoso welfare renano e alla perenne ricerca d’identità storica. Da oggi fino a domenica saranno più di settemila gli editori presenti, grandi e piccoli, provenienti da centouno paesi del mondo. Sembrerebbe una mappa globale del libro, una sguardo planetario sulle principali tendenze editoriali. Ma se si fanno i conti solo in parte si oltrepassano i confini occidentali. Intanto, la metà degli espositori viene dall’area geografica di lingua tedesca, per lo più dalla stessa Germania, seguita da Svizzera e Austria. Subito dietro vengono gli anglosassoni. Anzi, a contare le case editrici di Inghilterra e Stati Uniti – sono all’incirca 1500 – la Buchmesse è la più grande fiera del libro di lingua inglese. Alle spalle ci sono gli altri paesi europei e soltanto dopo arrivano, in fondo, le cosiddette periferie del mondo.
A salvare il profilo globale della rassegna è il nome del paese ospite di questa edizione, la Corea – che significa, soprattutto, Corea del Sud. Ma non si abbia l’impressione di una scelta avventata o sperimentale. Tutt’altro. Nel mercato internazionale del libro la narrativa sudcoreana occupa il settimo posto e tra gli stessi libri pubblicati in tedesco abbondano i titoli di autori della Corea. Il salto è notevole anche rispetto alle letterature dei paesi ospitati nelle scorse edizioni, niente a che vedere con Grecia e Lituania. Merito degli scrittori coreani, come l’ottantenne Pak Kyongni, autore di un monumentale romanzo epico, un’interminabile saga familiare di cui viene ora pubblicato in tedesco – giustappunto in occasione della fiera – soltanto un terzo con il titolo Land (in italiano si potrebbe rendere con terra o paese). Ben sedici volumi, tanti ne servirebbero per poter dare alle stampe l’intera opera che da molti critici è salutata come il più importante romanzo coreano del Novecento. Eppure, strano caso, il volume vede la luce per una piccola casa editrice tedesca, la Secolo Verlag. Come mai? Da una polemica che si è accesa in questi giorni sui quotidiani tedeschi sembra che su molti successi letterari come quello di Pak Kyongni e di altri scrittori connazionali al di fuori dei confini del proprio paese, peserebbe l’ombra di un investimento massiccio da parte del governo sudcoreano. L’accusa a Seoul è d’aver influenzato la scelta delle opere di narrativa da tradurre all’estero. Esisterebbe persino un istituto (Literature translation institute) incaricato di selezionare e sovvenzionare i titoli da promuovere sui mercati editoriali stranieri. Tra questi, anche quelli apparsi in tedesco. Il quotidiano Welt am Sonntag va giù pesante, accusa la Corea di voler «piazzare la sua letteratura sul mercato tedesco» e d’aver circuito le case editrici di lingua tedesca con «generose sovvenzioni». Gli editori avrebbero però rifiutato – riporta il quotidiano – «l’offerta senza rischio di pubblicare titoli coreani praticamente gratis». Addirittura, gli organizzatori coreani avrebbero stilato una lista di un centinaio di libri di poeti e scrittori, certo molto stimati «ma non più tanto giovani». Colpiti nel loro senso di autonomia le case editrici più importanti si sono ritratte con grande svantaggio dei lettori. Solo una fra le grandi case editrici, la dtv, avrebbe pubblicato Hwang Sok-yong. Altri quotidiani come la Frankfurter Allgemeine Zeitung smorzano però la portata degli argomenti polemici. Non sarebbero cento ma ventidue i titoli che Seul ha “destinato” al mercato tedesco – e di questi solo sette rientrerebbero nella letteratura. E la lista non sarebbe stata preparata dal comitato che organizza la presenza della Corea alla Buchmesse, ma dall’istituto citato più sopra, quindi dai «tradizionali finanziatori di simili traduzioni». Uno di questi titoli, un volume di poesie di Kim Chi-ha, è «apparso per Wallstein, una casa editrice che a malapena si può annoverare tra i piccoli editori». Ma a prescindere da questo, la polemica «non ha nulla a che fare con la letteratura coreana contemporanea». Nessuno scandalo, quindi. Molte opere di scrittori coreani si trovano in piccole case editrici come Peperkorn e Pendragon, ma questo non impedisce di valutarle nella giusta misura. Proprio ai piccoli editori si deve la traduzione di autori «di rilievo internazionale» come Ko Un, Lee Sung-u, Yi Munyol, Yi Chong-yun. Anzi, che vengano pubblicate in case editrici specialistiche è «un vantaggio». E lo testimonia il successo che quelle opere stanno avendo.