Francia, riflessioni dopo il voto

Sono diversi gli spunti di riflessione non congiunturali che ci offre il voto francese, dopo le elezioni presidenziali e legislative. Molti sono già stati opportunamente analizzati sulle pagine di Liberazione, come il dato impressionante dell’astensione, che ha battuto ogni record. Se si sommano i non iscritti alle liste elettorali (e sono il 12 % dei francesi adulti che ne avrebbero diritto), gli iscritti alle liste non recatisi alle urne e le schede bianche e nulle, si può dire che un francese su due non ha votato. E la percentuale cresce ben oltre la maggioranza assoluta nel voto dei ceti più poveri, degli operai, dei disoccupati, dei giovani sotto i 34 anni. Sono proprio i settori in cui la sinistra dovrebbe avere i suoi referenti fondamentali quelli che più di altri l’hanno abbandonata, delusi dall’esperienza di governo della “sinistra plurale”.
A ciò si sommano le distorsioni del sistema elettorale maggioritario e bipolare. Una differenza di 200.000 voti ha escluso dal ballottaggio presidenziale ogni rappresentanza di quel 43% che aveva votato a sinistra (la stessa percentuale in Gran Bretagna ha dato a Tony Blair una maggioranza dei due terzi in Parlamento…: potenza del maggioritario!). Si calcola che alle legislative una differenza del 3% in voti validi (pari all’1,5% dei francesi adulti) è valsa 100 deputati su 577 (oltre il 17% del totale), sufficiente a sconvolgere il panorama politico del Paese. Al punto che la coalizione di centro-destra che si è raccolta attorno a Chirac, ha conquistato la presidenza della Repubblica e i due terzi del Parlamento, con una base reale di consenso pari a un quarto della popolazione francese adulta. Come rappresentanza “democratica” non c’è male…Che cosa ancora deve accadere per sollecitare ogni forza minimamente democratica, anche in Italia, a riproporre con determinazione la necessità di meccanismi elettorali proporzionali e non presidenzialistici?

La “gauche plurielle”
La sconfitta della “sinistra di governo” in Francia (come in altri paesi europei) ha il suo ingrediente fondamentale nella delusione prodotta nella propria base operaia e popolare, rispetto ad aspettative di giustizia, di sicurezza sociale e di pace, che essa aveva suscitato. Benchè l’esperienza francese sia stata, in alcuni ambiti, meno arretrata di altre (ma non sulla guerra o sulle privatizzazioni), non si giustifica – alla prova dei fatti – la valorizzazione eccessiva di cui è stata fatta oggetto, anche in alcuni partiti comunisti, anche in Rifondazione.

La delusione popolare ha penalizzato soprattutto la componente più di sinistra del governo Jospin, il Pcf, la più legata storicamente agli strati operai e popolari: i più colpiti dalle nuove dinamiche del capitalismo neo-liberista, quelli che si aspettavano un cambiamento tangibile. Tanto è vero che il dato più eclatante delle elezioni francesi (dopo l’astensionismo) non è quello di Le Pen, che alla fine ritorna alle sue percentuali tradizionali del 12-15%; o la sconfitta dell’area socialista (verdi e radicali inclusi), che alla fine si ritrova attorno al 30% (come nel 1997), bensì quello del Pcf, che negli ultimi cinque anni perde la metà del suo elettorato e passa da un ordine di grandezza del 10% ad uno del 5%. Ed è certamente il grande sconfitto delle elezioni francesi 2002, considerate nel loro insieme. In uno dei suoi editoriali, l’Humanité ha scritto che “il voto punisce duramente la partecipazione del Pcf al governo” ed evidenzia “una forte rottura con settori popolari, che non hanno percepito beneficio alcuno nella loro vita quotidiana dall’azione del partito”.

Ciò dovrebbe far riflettere tutti i comunisti europei, in particolare quelli che smaniano per andare (o ritornare) al governo. E non considerano che viviamo una fase che non è certo di espansione dei processi rivoluzionari, ma prevalentemente difensiva, di riorganizzazione delle lotte, di ricostruzione di un sindacalismo di classe, di accumulazione di forze. E che gli attuali rapporti di forza internazionali non consentono, in particolare nei paesi capitalistici più sviluppati (nei paesi imperialisti), grandi possibilità per governi e programmi di alternativa, non subalterni al liberismo e alle politiche di guerra. Esistono certamente, e vanno perseguite, ampie possibilità di convergenza tattica (anche elettorale) con le forze socialdemocratiche per contrastare le politiche dei governi di destra, e per patti di governo negli Enti locali; assai più problematica si presenta invece la possibilità di costruire oggi con le stesse forze “programmi comuni” di governo nazionale, in cui i comunisti non siano costretti a “vendersi l’anima”.

Come non si può negare la crisi del Pcf, così è difficile negare il carattere instabile e prevalentemente di protesta di quel 10,4% che i candidati trotzkisti hanno avuto al primo turno delle presidenziali e che, nel giro di poche settimane, è sceso al 2,8% delle legislative (affine al 2,6% di cinque anni fa). Ricerche condotte da un giornale tutt’altro che ostile al trotzkismo, come Libération, segnalano ad esempio che il voto ottenuto alle presidenziali da Arlette Laguiller (Lutte Ouvrière), nel primo turno delle legislative, sarebbe andato per il 21% alla destra di Chirac, il 10% al FN di Le Pen, il 25% ai socialisti, il 13% al Pcf e solo il 24% sarebbe rimasto all’estrema sinistra. Tutto concesso alle dinamiche del “voto utile” e alla “diversa natura dello scrutinio”, come si può parlare di voto con forti connotazioni “identitarie” quando si perdono in poche settimane i tre quarti del proprio elettorato, a destra e a sinistra?

Il ruolo del Pcf
La questione non è meramente elettorale. Come ammettono anche i dirigenti più realisti dell’estrema sinistra – quale che sia il giudizio sulla linea seguita negli ultimi anni dal Pcf – con la sua storia, i suoi 140.000 iscritti, la sua organizzazione strutturata in tutto il paese, la funzione preminente nel principale sindacato di classe, la Cgt (700.000 iscritti), il riconquistato gruppo parlamentare (21 deputati), ed una influenza elettorale che, dopo il test delle legislative, sembra assestarsi attorno al 5% (come Rifondazione), il Partito comunista francese continua a rappresentare il “luogo” in cui si organizzano la maggioranza dei comunisti di Francia e il nucleo fondamentale (certo non esclusivo) del movimento operaio che si colloca su posizioni di classe. Si tratta ancora oggi di una realtà che i vari gruppi trotzkisti, con un radicamento territoriale e di classe assai più fragile, non sono in grado di sostituire. E ciò a prescindere da altre considerazioni di linea e di cultura politica.

La sconfitta ha aperto nel Pcf una discussione appassionata che ha ripopolato le sezioni, investite da anni da una profonda crisi di militanza, in cui si manifestano orientamenti assai differenziati. Essa vedrà un primo appuntamento nella Conferenza nazionale del 26-27 giugno e successivamente un Congresso straordinario, previsto nei primi mesi del 2003. Bisognerà riparlarne, perché il carattere strategico e identitario di quella discussione riguarda anche noi, riguarda tutti i comunisti. La crisi del Pcf non è un incidente di percorso, ma l’espressione di un travaglio in corso da anni. Come ha scritto Le Monde, “l’evoluzione elettorale del Pcf a partire dal 1994 (quando Robert Hue succede a Marchais alla guida del partito – ndr) evidenzia… un forte e continuo arretramento, particolarmente accentuato nei suoi bastioni” ad alta concentrazione industriale e operaia. “Il Pcf aumenta il suo consenso nelle categorie dove era tradizionalmente poco presente (quadri e ceti medi), dove esso subisce però la concorrenza del Ps, dei verdi e dell’estrema sinistra; mentre declina nel voto operaio, dove esso subisce la concorrenza (populistica) del Fronte nazionale”. A ciò si accompagna il crollo della forza organizzata: “tra il 1994 e il 2001, gli iscritti calano, secondo dati ufficiali, da 590.000 a 138.756”; da 300.000 a 100.000 secondo altre stime. “Il mutamento della composizione sociale del suo elettorato si accompagna a nuove pratiche e nuove teorizzazioni”: è la mutation, secondo la definizione coniata da Robert Hue, una mutazione identitaria che in nome del “rinnovamento” tende ad archiviare buona parte della identità storica e teorica del partito e del comunismo novecentesco. Una mutazione che non ha prodotto i frutti sperati e sulla quale oggi tutto il partito si interroga.

I comunisti in Europa
Non credo che quella crisi possa essere spiegata con la tesi, che pure è presente nel dibattito francese (e non solo), del “declino ineluttabile” dei partiti comunisti di origine leninista, che con il crollo dell’Urss avrebbero esaurito la loro funzione storica. Non è così. Tanto per restare in Europa (e non scomodare il Sudafrica o il Giappone), il grande successo del Partito comunista ceco (Kscm) nelle elezioni politiche del 14-15 giugno scorsi, con una avanzata che non ha precedenti nella vicenda europea del post-1989 e che ha visto i comunisti passare dall’11 al 18,7% con un raddoppio dei deputati (oggi 41 su 200), dimostra precisamente il contrario. Ciò avviene non in una regione “arretrata” del mondo, ma nel cuore della “civile” e progredita Mitteleuropa, in un paese membro della Nato e che sta per entrare nell’Unione europea. Tale avanzata, dovuta in massima parte al voto dei giovani, viene conseguita da un Partito comunista che non ripudia Lenin e il comunismo novecentesco; e che mantiene un rapporto critico, ma non liquidatorio, con la storia del “socialismo reale”, che è stata poi per quasi mezzo secolo la “sua” travagliatissima storia. Tale avanzata smentisce sul campo le tesi dei “liquidatori” e dei teorici del “declino ineluttabile” e viene quindi rimossa, quasi con imbarazzo. Essa non viene valorizzata come meriterebbe, neanche da noi, con opportune analisi, interviste, approfondimenti; come invece sarebbe accaduto se tale successo fosse stato conseguito da altre forze della “nuova sinistra alternativa”, alle quali tutti auguriamo grandi successi, come ai comunisti di Boemia e Moravia.