Francia, gli studenti protagonisti del conflitto

Lo sciopero che oggi ferma la Francia è una moderna espressione della lotta di classe. E’ la centralità del lavoro, nell’era della globalizzazione liberista, che diventa soggetto di conflitto sociale. La precarizzazione della prestazione e delle condizioni di lavoro, che costituisce il motivo unificante delle politiche di tutti i principali governi dei paesi industriali, si ribalta nel suo opposto, nella lotta per i diritti e la sicurezza, nel rifiuto della riduzione delle persone a merci low-cost.
In tanti paesi in questi anni si è lottato contro la precarizzazione del lavoro, ma la vera novità che viene dalla Francia è un’altra: la lotta è partita dagli studenti. Certo, le organizzazioni sindacali, divise e indebolite oltralpe più che da noi, avevano espresso i loro no. Ma tutto questo sarebbe rimasto probabilmente nell’ambito delle proteste scontate, come quando sono state largamente disattese le 35 ore, se non ci fosse stata la rivolta degli studenti. E’ questa lotta che, sotto questo punto di vista esattamente com’è avvenuto nel ’68, ha fatto da detonatore per un ben più vasto movimento sociale. Un movimento che ha ben poco da spendere in ideologie, perché ha di fronte a sé la crescente ingiustizia delle nostre società e il progressivo degrado del lavoro. Quella che nel passato è stata la frantumazione tayloristica dell’organizzazione del lavoro all’interno della fabbrica, oggi pare estendersi a tutta la società. Una volta si spezzettava la mansione del lavoratore all’interno del luogo del lavoro. Oggi le lavoratrici e i lavoratori precari si vedono frantumata la vita in tanti episodi di sfruttamento. Prima c’era almeno una distinzione formale tra tempo di lavoro e tempo di vita. Ora si passa il tempo a cercare o ad attendere lavoro precario, e tutta la vita diventa tempo di lavoro a basso prezzo.

In un paese ove sono ancora forti i principi dell’uguaglianza, della libertà e della fraternità, la rivolta contro il sistema del precariato parte dagli studenti e dai giovani, cioè da coloro che non vogliono essere le nuove vittime di quel modello di sfruttamento. La lotta assume così subito una forma radicale, che scompagina assieme le fila del riformismo e del liberismo. La richiesta del ritiro senza condizioni della legge sul contratto di primo impiego, travolge le classiche mediazioni fondate sulla sperimentazione e sui piccoli aggiustamenti. Certo, anche gli studenti sanno che la soppressione di quella legge non cancellerebbe tutta la precarietà che già c’è, ma quell’atto comporterebbe una rottura con il passato. Una rottura con il modello liberista del lavoro, una rottura che aprirebbe la via a un nuovo modello di sviluppo sociale. E’ proprio su questo punto che le lotte francesi parlano a noi.

Sul Corriere della Sera, Pietro Ichino giustamente paventa il rischio del contagio da oltralpe e per questo ricorda ai riformisti del centrosinistra che nel passato anch’essi hanno operato per estendere la flessibilità del lavoro. Lo sappiamo. Sappiamo che tanti guai vengono dalle leggi del centrosinistra. Sappiamo che quando la Cgil lottò per difendere l’articolo 18 ci fu chi considerò quello scontro un prezzo da pagare per mandare via Berlusconi, e non l’affermazione di principi validi per sempre. Sappiamo che la Confindustria, se come speriamo vincerà Prodi, presenterà al nuovo governo il conto della litigata di Vicenza, chiedendo ancora più flessibilità per il lavoro.

Tutto questo lo sappiamo, ma proprio la Francia ci insegna che oltre a un certo punto non si può più andare. In fondo c’è una buona dose di ideologia proprio in chi pensa che si possa progettare il futuro delle nostre società senza restaurare i diritti e la sicurezza del lavoro. Tuttavia su una questione Pietro Ichino ha ragione, fermi non si può più stare. Non possiamo accettare che i giovani, come ci dice anche la Banca d’Italia, entrino sempre più precari al lavoro, mentre gli altri, che ancora conservano qualche diritto, stiano lì ad aspettare nuove disgrazie. O cresce l’ingiustizia per tutti e andiamo, così, verso un modello americano, nel quale solo una piccola minoranza di lavoratori conserva alcuni diritti fondamentali, mentre tutti gli altri sono merci a basso prezzo e ad alto sfruttamento. Oppure proviamo davvero a invertire la rotta della precarizzazione estendendo a tutte e a tutti i diritti fondamentali.

Fermi non si può stare e per questo la Francia ci parla e ci chiede di lottare qui e ora per cancellare l’equivalente italiano della legge sul primo impiego: la Legge 30. Certo, i guai non sono cominciati da lì, ma se vogliamo davvero affrontarli i guai della precarizzazione, è da lì, dalla cancellazione totale di quella legge, che il movimento deve ripartire.