Francia, attenti alla guerra civile

Signora Kristeva, la rivolta studentesca in corso in Francia può far parlare – come hanno fatto alcuni giornali – di un nuovo Maggio francese? «No, non vedo un nuovo Sessantotto. Le epoche non si ripetono. Oggi io intravedo piuttosto un rischio di guerra civile» ribatte, senza ottimismi, Julia Kristeva. Frangia bionda, occhi dal taglio tartaro, sessantacinque anni portati con aggraziato dinamismo, la studiosa bulgaro – francese è psicoanalista, docente di linguistica e semiologia all’università di Paris VII, romanziera, e se richiesta di definirsi con una sola parola dice: «intellettuale».
Julia Kristeva è nella capitale per il premio Amelia Rosselli alla creatività femminile assegnato dal Comune di Roma al suo saggio Hannah Arendt. La vita e le parole edito in Italia da Donzelli. Sulla protesta che, in Francia, sta incendiando gli atenei, prosegue: «Questa volta non sono gli immigrati a protestare, come è avvenuto nelle banlieues. Sono i più poveri tra gli studenti, che si vivono già come lavoratori precari. Su un fronte, loro, sull’altro quella Francia che aspira piuttosto a delle riforme. Tra questi due versanti della popolazione c’è uno scontro, e io spero che si profilino all’orizzonte forze politiche capaci di condurre un negoziato».
Non è facile tracciare il perimetro intellettuale di Julia Kristeva: espatriata ventiquattrenne dalla Bulgaria col bagaglio della sua passione per i formalisti russi degli anni Venti, ma anche dei suoi studi sul Nouveau Roman che in quegli anni fioriva in Francia, in quarant’anni ha importato negli ambienti parigini l’allora ignoto pensiero di Bachtin, e lì invece ha scoperto lo strutturalismo, ha affiancato, per distaccarsene, altri «ismi», dal maoismo di Tel Quel (è sposata col fondatore della rivista Philippe Sollers) al neo-femminismo degli anni Sessanta e Settanta, è stata allieva e collega di Barthes e di Lacan, si è mossa tra storia delle religioni e psicoanalisi. Ha elaborato concetti – come quello di «intertestualità» – ormai irrinunciabili alla critica letteraria. Ma ne ha approfonditi anche altri di urgente attualità, come quello di «straniero». Nativa del Paese delle Rose, lei con la Francia che l’ha accolta si è identificata e parla un francese di abissale precisione filologica. Perciò ha voluto lavare questa parola, «straniero», da quella nostalgia – il dolore dell’estraneità – che per i migranti contiene. Per molti in Italia è consegnata a un titolo, La rivoluzione del linguaggio poetico, che, nel ’75, predicava la potenzialità sovversiva della poesia rispetto a un ordine simbolico autoritario; ma tra i suoi libri spiccano anche Sole nero. Depressione e melanconia come Stranieri a sé stessi e Le nuove malattie mentali, e romanzi come I samurai e La donna decapitata. Nel libro intervista Il rischio del pensare, appena uscito per il Melangolo, colpiscono due dati biografici: è stata tra i pochi espatriati dal blocco ex-sovietico a mantenere un interesse per il socialismo come orizzonte di cambiamento (da un viaggio in Cina, e dalla conseguente cocente disillusione, scaturirà nel ’74 Femmes chinoises); e dopo l’incontro con Lacan e Freud, analizzata e diventata psicoterapeuta, protegge la privacy indispensabile al suo lavoro, ma non rifiuta un ruolo pubblico. Però con cautela e senza abiure: senza spettacolarizzazioni alla James Hillman.
La sala in cui ci incontriamo è uno sfondo perfetto per la sua ultima ricerca: nell’ex hotel Ambasciatori, gli affreschi del 1926 di Guido Cadorin inneggiano alla Nuova Donna, una maschietta in gonna corta. Ora, dal ’99 Julia Kristeva si è dedicata a una poderosa trilogia, Il genio femminile – le vite di Hannah Arendt, Colette e Melanie Klein – che va traducendo Donzelli.
«Génie» e «genio» sono parole in apparenza di senso identico. In realtà per noi italiani «genio» è una parola che rimanda ancora, romanticamente, a un’eccezionalità. I francesi usano il termine, così come l’aggettivo «génial», in modo assai più disinibito. Lei quale significato gli annette?
«Vero, i francesi ridono sempre di tutto, genio compreso. Io identifico il genio con ciò che noi esseri umani abbiamo di più intimo e singolare. Ciascuno di noi ha capacità specifiche e inaudite. Qualcosa che chiamo “l’immanenza della trascendenza”. Duns Scoto, nel XIII secolo, diceva che la verità non risiede nelle idee generali, ma nella singolarità di ciascuno. Dall’Ecce homo derivava l’ecceitas, nel senso appunto della singolarità. Tutti possiamo essere trasfigurati, se usiamo e valorizziamo la nostra creatività. Dunque, io ho cercato di uscire da quel che di massificato c’era nel femminismo sottolineando la creatività propria di ciascuna donna».
L’aggettivo che al «genio» giustappone, «femminile», ha alle spalle, da parte propria, una bella vita contrastata, specie negli ultimi quarant’anni. Lei a quale essenza di femminilità si riferisce?
«Alcuni filosofi hanno definito addirittura il “femminile” come ciò che sfugge, non è definibile né inquadrabile. Come il Dio degli Ebrei, che è innominabile. Nel mio pensiero io evoco tre momenti del movimento di liberazione delle donne che a questo aggettivo hanno dato significato: le suffragette del XIX secolo, che parlavano di feminilità e di lotte per l’uguaglianza attraverso il voto e la partecipazione politica; Simone de Beauvoir – cui ho dedicato il trittico – con la sua idea di uguaglianza e di possibile fraternità tra i due sessi; e infine il movimento degli anni Settanta, con la sua idea di “differenza”. Cui sono stata vicina, ma non a lungo, perché ne ho sentito subito il versante massificante. Io ho cercato di tracciare la differenza della psicologia e della creatività femminile in tre donne concrete. Nelle democrazie avanzate, oggi, siamo tutti d’accordo ad attibuire alle donne un ruolo in politica, ad apprezzare l’avanzata di Michelle Bachelet, Angela Merkel, quella possibile di Segolène Royal. Ma la questione è: le promuoviamo perché sono migliori degli uomini? o perché apportano un proprio soffio, una propria sensibilità? Questa domanda io temo venga elusa».
Quindi l’espressione «genio femminile» è il suo modo di scavalcare il dogmatismo che imputa al femminismo degli anni Settanta?
«Sì. Si fingeva di offrire solidarietà alle donne. Invece, in Francia, alcune leader si erano impadronite del movimento. Si faceva macello di vocazioni importanti, come la passione materna, bollata come schiavismo. Si reprimevano singolarità e individualità. La reazione sociale conservatrice non aspettava altro per schiacciare il movimento. Ciò non significa che le donne non debbano continuare la propria battaglia».
Perché ha composto la sua trinità con queste tre figure, una pensatrice politica, Hannah Arendt, una psicoanalista, Melanie Klein, e una scrittrice, Colette?
«Arendt era importante per tracciare il canovaccio d’un secolo in cui si gioca la storia delle donne. Ebrea e teologa, sfuggita alla Germania nazista e vissuta negli Usa, ha approfittato della libertà che l’America le offriva, ma ne ha criticato lo schematismo, sosteneva il pensiero singolare – il quid, la persona, non il quod, la cosa – come unica salvezza dalla nuova barbarie. Klein è colei che ha inventato la psicologia infantile e ha trasformato la psicanalisi in arte di guarire il pensiero. Colette perché accanto a queste tragedie mette la gioia. Della joie de vivre è un esempio luminoso».
Lei ha teorizzato il valore sovversivo del linguaggio poetico. La lingua oggi dominante, l’inglese del mercato e della globalizzazione, a suo parere è neutra?
«Usiamo tutti un basic english che ci costringe a diventare banali. L’Europa, se conserviamo le nostre culture nazionali ma gettiamo dei ponti, ci offre una possibilità: conservare un pensiero, anziché, come diceva Hannah Arendt, un semplice codice di calcolo».
Espatriata dalla Bulgaria socialista, delusa dal maoismo, dopo il crollo del Muro qual è la sua posizione politica?
«Sono sempre di sinistra. Anche se è difficile, oggi, perché la gauche francese è divisa tra un estremismo utopico e arcaico e una sinistra solo ambiziosa e affaristica. Mentre la destra è arrogante e allergica anche a una solidarietà minima. Bisognerebbe riprendere i ragionamenti alla base, partire dalla cultura umanistica per elaborare progetti. L’intellettuale impegnato, oggi, non ha come ai tempi di Sartre il compito di sposare un partito. Deve, invece, porre questioni che permettano ai partiti di dare le risposte migliori».